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No. 2753 hide watch quickreply [Risposta]
Bastano le immagini mi dicono sempre tutti a lavoro. Le parole, le scritte: non fanno più parte di quello che la gente vuole vedere. Se vuoi ideare un ottimo spot televisivo devi far divertire gli spettatori, oppure umiliarli. Qualcosa di eccitante o semplicemente di esagerato. La cosa importante è che trasmetta emozioni forti, non importa di che tipo. L'importante è che la gente si giri per guardarla e ne parli con gli amici, che ne rimanga scandalizzata, confusa e perché no, anche offesa. Una bella ragazza e poi il tuo logo, qualcuno di famoso con le scritte giuste sulla maglietta, un grosso pene e poi il tuo marchio. Non deve essere troppo lungo, deve essere l'imbarazzo di un secondo, lo stupore di un momento e il tuo cervello lo memorizza immediatamente. Le immagini sono importanti, i simboli. Le persone non sanno nemmeno pronunciare la parola Volkswagen ma basta il logo per aprire un mondo nelle loro teste. Il lato più divertente di tutto questo è guardarli, scrutarli bene, suddividerli. Questi super-uomini dell'età moderna. Vederli tutti impettiti mentre dimostrano a loro stessi di essere intramontabili. I più sagaci della folla, quelli più alti, fini. Gli "idioti" li chiamiamo noi. Quelli troppo impegnati a lavorare per dare retta a una trovata pubblicitaria e quelli civili. Ci sono poi quelli che non indossano mai jeans troppo blu e non dicono mai cose semplici e banali, gli "inarrivabili". Basta il semplice logo di una carta di credito sul piattino che il cameriere ti porta per pagare il conto, per aumentare in modo significativo le mancie lasciate. La mente umana è suscettibile in così tanti modi diversi che c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vederli camminare, inciampare, osservare la folla nel suo habitat naturale. I grandi magazzini sono i nostri libri di studio. Si muovono in gruppo. Ci sono quelli piccoli: le coppie, le famiglie e i cerchi ristretti di amici. Ci sono poi quelli grandi, composti da una decina massimo ventina di individui che di individuale non hanno niente. I grandi gruppi di amici che vanno al cinema, una scolaresca in gita, una cena per un matrimonio, una rimpatriata con i vecchi amici delle elementari. Tutti bersagli, ognuno con il suo obiettivo, ognuno, nel suo piccolo, a formare il grande gruppo, quello definitivo: la folla. Le vendite di alcune categorie di prodotti sono proporzionali alla grandezza dell'edificio in cui sono venduti. I mercati non erano grandi abbastanza, ora sono "super". Ogni trovata ha il suo personale target. Ci sono le grandi insegne per il grande pubblico ed i piccoli cartelli per i singoli. Sono come segnali stradali per gli automobilisti, siamo come una guida spirituale per masse incoerenti, siamo l'ordine nel caos dell'idiozia.
Ma tutto questo è ormai banale.
Ethan dice che siamo i migliori del palazzo al momento, questo forse è quello in cui vuole credere. Lavoriamo in coppia: il grande capo ci da in mano un progetto al mese, anche di più nei periodi migliori. L'ultima nostra trovata è stata piazzare un razzo nel culo di un furgoncino per trasporti. Uno spot di neanche un minuto per una ditta di consegne. Ci hanno pagato in anticipo e gli uomini del grande capo non si sono nemmeno sbattuti per guardarla prima. L'hanno spedita in onda con la stessa velocità del loro furgone spaziale.
Descriviamo gli interni degli edifici, li rendiamo emozionanti, interessanti. Suscitare curiosità è semplice indipendentemente dall'età dell'individuo. Decoriamo squallide pareti bianche utili a nessuno. Trasformiamo lo spazio in soldi, trasmutiamo il tempo in denaro. Il vostro spazio ed il vostro tempo. Creiamo scelte da grandezze fisiche fondamentali, siamo gli scienziati delle vostre decisioni. James McDonald Vicary fu il primo a provarci. Gli bastarono alcuni millesimi di secondo durante la proiezione di un film per incrementare sensibilmente la percentuale di vendite di pop corn. Un mago della fisica: trasformò, prima di qualunque altro, un lasso di tempo superfluo ed insignificante in denaro sonante.
La "gente" la chiamiamo io e Ethan. La stessa gente che non entra in un negozio vuoto ma che è ben felice di strisciare lungo il pavimento di uno già troppo affollato.



La stessa gente che compra ombrelli solo quando piove. La gente, le nostre madri, i nostri padri, i nostri futuri figli, noi.
Nel 1896 in Texas una compagnia ferroviaria simulò uno scontro tra treni al solo scopo di pubblicizzare la società. Furono ben cinquantamila le persone annoiate che andarono a vedere. Morirono in due.

Pranzo ed aspetto Ethan al ristorante. Ho preso un panino che sembrava invitante dietro la vetrinetta. La cassiera era così carina che non potevo guardare e poi andarmene via. Un'ottima strategia per posti del genere è evitare di far lavorare brutte ragazze. Con un solo morso mi sono reso conto di quanto un semplice panino possa fare schifo. Ne è valsa la pena, perlomeno la dolce fanciulla mi ha sorriso amorevolemnte. Ethan arriva con la sua giacca malconcia e senza dire una parola si siede di fronte a me, io accenno un sorriso. Mi guarda in faccia per alcuni secondi poi mi prende il panino dal piatto e gli da un morso.
<< Questa roba fa schifo >> dice Ethan con la maionese che gli cola da un angolo della bocca.
Lo so, gli faccio, ma guarda la cassiera. Non so perché ma ci siamo sempre capiti al volo, io e Ethan.
<< Quindi oggi si studia >> fa Ethan rubando un'altro morso al mio pranzo. Il tavolo si affaccia su un balcone interno del centro commerciale. Dobbiamo lavorare su un'insegna di un take away indiano. La sua specialità sono i kebab. Difficile ideare qualcosa di originale per cose così banali. Il posto si trova di fianco ad un bar, uno di quei bar moderni, in cui quasi tutto è fatto di vetro, un bel bar. Il nostro cliente invece ha un posto da fare schifo, difficile capire come possa permettersi il nostro lavoro. I menù sopra le casse sono vecchi e sbiaditi e la cucina è a vista. Da quì, al primo piano, seduto al tavolo, si riesce a vedere tutto l'interno della grande entrata dell'edificio e la giacca strappata di Ethan appoggiato al balcone che osserva la folla.
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No. 2752 hide watch quickreply [Risposta]
Pochi giorni dopo era la mia diciasettesima vigilia di natale e con ancora le nocche sbucciate mi ritrovavo davanti ad un portone di un condominio, mentre mia madre strisciava la faccia sul citofono per farsi sentire due piani di sopra. Il cielo era terso come se avesse qualcosa da nascondere, aveva lo stesso colore del marciapiede. Superato un vecchiotto portone in vetro opaco e ferro arrugginito qua e la entrammo nell'edificio in fila indiana. Il 'Tac Tac' dei suoi tacchi echeggiava in tutto il vano scale mentre io la seguivo, mentre mio padre si guardava le scarpe e la seguiva.
Scale piastrellate in finto marmo, le pareti erano di un bianco intenso, pulito. C'era un corrimano in legno nero alla quale mia madre si aggrappava saldamente mentre saliva le scale quasi una gradino alla volta, come una bambina, per non slogarsi le caviglie. Non feci in tempo a vederla combattere con gli ultimi cinque gradini che la separavano dal secondo piano che già uno sciame di voci, urla e saluti si univano al ticchettio dei suoi passi. Voci familiari, calde. Saluti, abbracci, baci, uno a destra e uno a sinistra. Come in chiesa per la comunione, uno alla volta, abbracciavamo, salutavamo e baciavamo, poi ancora, abbracciavamo, salutavamo e baciavamo. Sembrava una danza, la loro speciale danza della felicità. Quell'anno, la madre di mia madre, che ancora chiamavo nonna, aveva fatto il presepe subito dopo l'ingresso su un elegante ed antico tavolino ad altezza ginocchio. Ricordo che era incantevole. Muschio raccolto al parco che fingeva di essere erba. Anatre e oche in plastica dura appoggiate su un foglio di carta stagnola mentre recitava la parte di un piccolo laghetto. Le graziose statuette dipinte a mano erano minuziose e ritraevano ogni particolare anche se prese da set diversi. Alcune erano più grandi, altre più piccole, sproporzionate tra loro. C'era il fabbro, il pastore, il calzolaio ed il contadino. Il muratore, il macellaio, l'arrotino, c'era pure il sarto. Ognuno era appostato all'esterno della sua casetta, proporzionata a seconda del mestiere. Ricordo che l'abitazione del pastore era il proprio gregge che gli pascolava tutt'intorno allegramente. I tre re magi, appoggiati saldamente tra una gobba e l'altra dei loro cammelli fissavano la sacra capanna mentre un bue e un asinello di plastica riciclata riscaldavano i sacri genitori. In mezzo, al centro di tutto, la più steriotipata mangiatoia riempita di paglia in fibra sintetica ospitava il piccolo ed appena nato Gesù bambino. Un grande foglio di carta ritraente una notte stellata appiccicata al muro subito dietro al presepe rendeva il tutto così realistico che quasi mi spaventai. Subito dopo, superato un'arco ricavato da quello che una volta era un muro, c'era la cucina, con pentole e padelle di ogni dimensione appoggiate sui fornelli. Un legno chiaro, probabilmente acero, ricopriva la prima metà di ogni parete ed una semplice e sobria carta da parati a linee nere verticali rifiniva il tutto. Queste rette, lievemente ornate, salivano su fino al soffitto bianco come appena verniciato. Forse lo era davvero, appositamente per l'occasione. Un tavolo gigantesco posto al centro occupava quasi completamente la stanza, lasciando poco più di mezzo metro dal muro, come un piccolo corridoio per permettere a mia nonna di servire il pranzo girandoci intorno.
Il tavolo enorme era già aperto ed apparecchiato, una quindicina di posti in tutto. Una enorme tovaglia a fiori stilizzati ricopriva il legno della sua superficie. Un piatto piano sotto uno fondo, una forchetta alla sinistra di ogni coppia, un coltello ed un cucchiaio alla destra. C'era un tovagliolo di stoffa, sempre decorato con tulipani e garofani stilizzati, ripiegato dentro ogni bicchiere ed al centro una modesta verietà di bottiglie di vino. Una piccola giornata di paradiso e sorrisi, un pretesto come un altro per abbandonare ogni cosa e mangiare, salutare, abbracciare e baciare.
I genitori di mia madre, i suoi fratelli con le loro mogli, le sue sorelle con i loro mariti ed i figli, i figli di tutti, fino all'ultimo ramo dell'albero genealogico. Ognuno proveniente da un paesino differente o una grande città poco distante, come tanti re magi nella capanna di chi tutti li ha generati, o quasi.

Poco dopo la nostra entrata tanto gioiosa quanto sterile eravamo tutti seduti a tavola, sorrisi a trentasei denti in ogni angolo della stanza che cominciava ad essere claustrofobica. <<Niente carne nemmeno a natale per l'hippie della famiglia?>> chiese mio zio dall'altra parte del tavolo mentre uno scroscio di risate rimbalzava da una parete all'altra intontendomi. E' strano ricordarmi di me quando ancora mi facevo scrupoli su cosa mangiare e cosa no, quando ancora credevo all'importanza delle scelte. Intanto mia nonna appoggiava al centro un grosso pentolone straripante di brodo di gallina e cappone incandescente. Il vapore arrivava fino al soffitto e piano piano riempiva la stanza al contrario. <<Ho fatto i tortellini ripieni di solo formaggio>> dice la madre di mia madre sorridendo, dimenticandosi delle penne che ha dovuto togliere dall'animale che ha usato per fare il brodo. <<Ci hai fatto diventare tutti vegetariani>> incalza lo stesso marito della stessa sorella di mia madre di prima.
Un omone di grossa corporatura spaparanzato su una sedia cigolante che a malapena lo sorreggeva. Con la mano destra teneva un calice in vetro che si atteggiava di cristallo, riempito a metà di un vino bianco frizzante. Lo sollevava finemente dal gambo usando solo pollice e indice per non riscaldarne il contenuto, e gli occhi semichiusi tradivano in lui una già non troppo bassa percentuale di alcool nel sangue.
Altre risate, tutti si divertivano.
Uno alla volta passammo il piatto fondo alle graziose e un po' tremanti mani di mia nonna che li riempì con un grosso mestolo in acciao inossidabile. Nel giro di pochi minuti c'erano quindici piatti fumanti, uno per ogni individuo. Ricordo le bolle di grasso giallognole galleggiare sulla superficie, la pasta era bianca e sottile, il vapore mi appannava la vista. <<C'è abbastanza formaggio per il difensore dei diritti degli animali?>> chiede a gran voce questa volta qualcun'altro. Come se il formaggio provenisse da grandi capannoni stracolmi di mammelle di donne incinte. La stanza diventava sempre più piccola con il fragore delle risate a scuarciagola e a me sembrava sempre più strano, non faceva ridere. Afferrai il cucchiaio con la mano destra e stavo per incominciare a gustarmi quello che non avrei voluto mangiare, senza troppe esitazioni. <<Per secondo cosa c'è? Rami e fiori secchi?>> disse mia cugina imitando suo padre. Altre risate che quasi fanno sbattere i vetri delle finestre chiuse, che fanno sobbalzare le minestre nei piatti.
Fu più o meno allora che incominciai a sentire un piccolo formicolio lungo la schiena che molto velocemente mi arrivò al collo. Mia cugina fece appena in tempo a finire la frase che il mio corpo si rilassò completamente mentre lo sguardo rimaneva fisso sul mio piatto. Dovevano ancora finire le risate ed io mi tranquillizai senza ritegno. Ogni muscolo si distese e la mia testa disegnò una parabola dall'alto verso il basso, affondando nella brodaglia bollente. Il naso mi si schiacciò contro il piatto e quasi me lo ruppi mentre quella pietanza che sembrava lava mi entrava nelle narici. Ricordo il rumore dei piatti che sbattevano tra loro, messi in movimento dalle vibrazioni violente del tavolo sotto il colpo della mia testa, mentre tutti, improvvisamente, tacquero. Gocce fumanti schizzavano tutt'intorno a me, ungendo il vestito di mia madre, la tovaglia appena stirata. Il dolore intenso della mia pelle che bruciava sarebbe arrivato poco dopo ma io, in apnea, inarcavo le labbra a formare un grande e sincero sorriso.

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No. 2751 hide watch quickreply [Risposta]
Era stato tutto estremamente facile.

Non era una questione di andare controcorrente.
Era una questione di seguirla.
Ed indirizzarla con una mano ferma nell'ombra. Adattarsi, sopravvivere e dominare.
Aveva saputo fin dall'inizio che sarebbe stato destinato a farlo. Una famiglia dalle visioni peculiari, che si allineavano all'estremismo. Crescendo, capiva perché. Ma quando il padre tornava a casa, con la testa rasata bassa, guardando con malinconia una vecchia icona politica, ricordava come già a quella tenera età capiva che era la tattica ad essere sbagliata.

Studiò quello che lo circondava. Il percorso scolastico, indirizzato verso l'opposto di quello a cui il padre credeva.
La facilità di inserirsi in quei gruppi ostentando fedeltà ai loro ideali.
Non era difficile creare situazioni da cui essere offesi - Una parola detta senza pensare equivaleva ad un'occasione per mettersi in mostra, calpestando persone che in realtà non avevano fatto nulla di male.
Piccoli sacrifici che servivano ad un bene superiore.
Grazie a questo era arrivato a farsi ammirare dai suoi nemici - lo riverivano, era diventato la 'voce degli indifesi', l' 'alleato degli oppressi'.


No. 2046 hide watch expand quickreply [Risposta]
Giù in città c'è un club molto esclusivo. C'è quasi in tutte le città, ma bisogna sapere dove cercare.
Se riesci a trovarlo, non t'illudere di essere già a un buon punto. Nonostante sia difficile.
A vederlo, di solito, è una bettola. Passa del tutto inosservato; una porticina di legno scuro, rettangolare, squadrata, pulita, in vicoli che puliti non sono. Un occhio attento nota subito il contrasto, ma non pensare che sia così facile. Bisogna farci un po' d'allenamento.
La cosa veramente strana è che si tratta di un club di appassionati di filosofia. Se la filosofia non ti interessa, puoi anche smettere di leggere queste istruzioni. Non è roba per te. Devi avere una visione d'insieme, capisci. Poesia, arte.
E così all'esterno, dicevo, c'è questa porticina. Fuori, sul muro, c'è sempre una locandina, un'immagine con quattro scritte, che dice quale sarà l'argomento della serata. In realtà è del tutto irrilevante, la cambiano ogni settimana.
Entri, e ti trovi in questa mostra d'arte. Uno stanzone ben illuminato, i quadri alle pareti, persone immobili in giacca e cravatta con le mani dietro la schiena. Qualcuno cammina da un'opera all'altra. Se vedi un giovane con la faccia confusa, è lì lì per uscire. Anche tu dovresti essere confuso a questo punto. Nessuno sta parlando, niente dibattito, niente di quello che ci si aspetterebbe di trovare in un club di filosofia. La maggior parte dei nuovi a questo punto esce, non essendo interessata, o pensando di aver sbagliato qualcosa. O che chi ha messo la locandina abbia sbagliato qualcosa, o il loro informatore. L'informatore è quello che ti parla del posto. Chi lo trova da solo di solito esce subito. Nessuno sa come abbiano fatto i primi, nessuno sa quando o da chi sia partito tutto.
Non importa, dicevo, se però vuoi andare fino in fondo tu devi rimanere lì. Fare finta che sia tutto ok. Ti guardi intorno, e inizi a cercare un'opera. Non c'è un criterio, purtroppo. Dev'essere l'opera della serata. A volte è quella nell'angolino buio a cui non bada nessuno, altre è quella al centro con tutta la gente immobile intorno, in piedi. Dipende da quanto sono buoni i guardiani quella sera.

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>> No. 2189
>>2188
Sì, ho solo corretto qualcosina. A livello di contenuto il finale rimane quello, ora sto scrivendo altri due romanzi brevi che spero di postarvi appena possibile.
>> No. 2350 SALVIA!
Perché è tornato su?
>> No. 2717
9/10
>> No. 2723
>>2047
ho un' enorme fantasia, amo il pensiero, la ragione, agire col cuore e non con la mente che perseguendo la sua felicità è diventato lo zimbello per tutti (o almeno crede di esserlo) con una storia da raccontare che con un suo mentore sconfiggerà le insidie della giungla piena di iene lupi e sogliole con pungiglioni mortali(è così che amo chiamarli) pronti a sbranarsi gli uni con gli altri per soddisfare il proprio ego. MA è QUANDO IL LUPO INCONTRA LA PECORA DI ANIMA BUONA CHE HA VISSUTO CON LORO CHE ACCADE L'INSPIEGABILE
Ti chiedo di guidarmi; questo è il trailer della mia vita e per quanto possa sembrare finzione è come vivo e la vivo .
Se ne hai la possibilità e la volontà mi piacerebbe poter parlare con te ho molte domande sul mio modo di vedere il Mondo e so che insieme potremmo darne una risposta
>> No. 2750
Bumpo una cosa letta millenni fa e che mi piacque molto. La lentezza di questa board non la farà sparire mai, ma merita comunque di tornare per chissà quanto a pagina uno. Grazie OP, spero tu esista ancora (e non sia diventato Scanzi)


No. 2749 hide watch quickreply [Risposta]


No. 2630 hide watch expand quickreply [Risposta]
Ho pensato di proporre un gioco di haiku.
vediamo cosa esce fuori.
ci si può dare un genere di base o lasciar scorrere le parole.

haiku è un tipo di poesia giapponese simile a una “pittura con le parole”. Ha uno schema di 5+7+5 sillabe ed è molto amata e praticata da tutti i giapponesi. E anche da molti non giapponesi, in effetti.

alcune mie preferite :

senza far rumore,
nella pianta di risso
s'insinua il bruco

Hattori Ransetsu

il tetto si è bruciato:
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17 posts omessi. Clicka Risposta per vederli.
>> No. 2714
>>2713

Ma schiuma fa dittongo?
>> No. 2722
Il tuo culo
mio porto sicuro
nella tempesta
>> No. 2739
cicicci coccò
due civette
porcoddio lol
>> No. 2740
abbiamo cinque
eccone altre sette,
questo è un hai-
>> No. 2748
Da Dislessico
Faccio fatica boia
Vabbé ci provo


No. 2746 hide watch quickreply [Risposta]
Dopo le palpitazioni, a volte, c'è un momento in cui il mio corpo si ferma. Succede dopo il panico, il parossismo, i metri fatti in circolo nella stanza; dopo le ore a scrutare l'orizzonte chiuso dalle mura, cercando una via di fuga come un animale braccato. Il mio corpo si ferma ma prima non sapeva dove stare, sentiva la gogna e l'onta tremenda dell'occupare spazio, dell'esserci semplicemente. E in questo momento galleggio e sento la paura scivolarmi sulle guance e i muscoli disintrecciarsi. Avverto le onde dietro la mia schiena. Gli occhi lacrimano, non più irrigiditi dalla pressione dell'angoscia. Forse è come si sentono i cavalli stramazzati.
Quando succede torna il ricordo di Chiara che mi mantiene la testa e se la mette sulle gambe, gioca con i miei capelli e sorride.
"Gli uccelli si stancano di volare, come gli uomini di camminare". Quando sarà tutto finito spero di sentirmi così.


No. 2744 hide watch quickreply [Risposta]
Ciao a tutti. Scrivervi parte da un'irrequieta voglia di condividere qualcosa con voi(ci tengo a precisare che con "voi" non intendo voi che navigate in questo sito, piuttosto "voi" tutti che leggete questo messaggio) e Diochan, in quanto garantisce l'anonimato di chi scrive, mi è sembrato il sito più funzionale per condividere pensieri di questo tipo. Il bisogno dell'anonimato nasce dal non voler associare queste parole a qualcuno o a qualcosa, ma piuttosto a "nessuno", un nessuno che può essere chiunque: puoi essere tu, può essere lui, possono essere tutti ma soprattutto può essere qualsiasi cosa tu possa concepire, anche qualcosa che non esiste, qualcosa che non c'è, ma nello stesso momento in cui tu la pensi nasce, ed esiste. Ero indeciso sul dove condividere il mio pensiero (ero indeciso anche sul se condividerlo, ma la voglia è troppo forte e non ce l'ho fatta), non sapevo se fosse più adatto questo sito o qualche altro. Poi ho scelto questo. Ho scelto questo perché qui vedo vita, vedo riflessioni, vedo critiche, insulti, immagini porno, immagini schifose, insomma vedo di tutto un pò, ed è proprio di questo che ho bisogno. Lasciando perdere tutto ciò, ora passiamo al dunque. Il motivo per cui ti sto scrivendo deriva dal fatto che penso di aver capito qualcosa, ma ancora non so cosa. Ho visto, toccato, assaporato, pensato una dimensione che ancora non riesco a descrivere, penso che sia un qualcosa di indescrivibile qualsiasi sia lingua con cui te ne possano parlare. Dirai tu: "E a me che cazzo me ne frega a me?" -cit. Lo so. Non so neanche io sinceramente perché ve ne parlo. Ma vi posso dire che è come quando vieni a conoscenza di una cosa allucinante e hai bisogno di condividerla, perché sei troppo eccitato per trattenerti. Come vi dicevo non è una dimensione vivibile con la descrizione scritta della stessa, piuttosto è vivibile unicamente vivendola, e ciò parte dalla nostra soggettività; non puoi concepire o comprendere a pieno ciò che deriva da un'altra persona che non sia te. Ognuno è se stesso, è per questo ci si può solamente limitare ad osservare. La parola più appropriata per definire questa mia sensazione è CONSAPEVOLEZZA. Non so perché l'ho scritta a lettere maiuscole. Mi sa di qualcosa di importante. Comunque per consapevolezza intendo un "essere consapevoli" che riguarda il sapere di essere qui, in questo preciso istante, lo stesso istante in cui io sto scrivendo e tu stai leggendo; due fatti temporalmente sconnessi, che per il tempo in cui tu impiegherai a leggere queste parole, avverranno esattamente contemporaneamente. Esatto, molla le concezioni di tempo e spazio che i Fisici ti hanno fornito, solo per quest'attimo (Attenzione: non sto dicendo di screditarle o quant'altro, sto semplicemente dicendo di non "prenderle troppo seriamente", sii consapevole del fatto che esistono, ma non far in modo che questo condizioni la TUA visione delle cose). Leggi questo messaggio in maniera consapevole, cioè leggilo pensando che adesso sei qui e lo stai leggendo, e non al fatto che potrebbe essere una perdita di tempo farlo o quant'altro, poi se pensi che lo sia molla tutto e ciao, chi sono IO per dirti che tu devi fare una cosa. Tutto questo discorso per farti capire che se fai una cosa, senza avere pregiudizi su di essa ti stai unicamente limitando ad osservare, una cosa che in pochi sanno fare, per lo meno IO ancora non ci riesco, sono troppo ubriaco di pregiudizi e ne sono consapevole, l'ho osservato, cioè ho osservato che penso di sapere troppe cose su tutto ciò che mi circonda ma in realtà non so niente. Un niente che equivale a tutto: Quante cose possono essere niente e quante cose possono essere tutto? Infinite. Ed è qui il succo del discorso. Smetti di pensare per un attimo, sii semplicemente quello che sei un osservatore. I tuoi occhi sono come finestre, come un buco della serratura. Vedi, sì, ma non vedi tutto ciò che è, come realmente è. Ne vedi solamente una minima parte. Vivi esattamente l'attimo che stai vivendo e smettila di dar credito ai pensieri che vagano nella tua mente, osservandoli, razionalizzandoli e capendoli. Ora mi è passata la voglia di scrivere, appena mi riverrà lo rifarò. A presto, forse.

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>> No. 2745
Se siamo tutti osservatori:chi cazzo fa le cose?.
Poi mi vien solo dire:falso Nichilismo caratterizzato da una scarsa logica.


No. 2743 hide watch quickreply [Risposta]


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