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No. 2720 hide watch quickreply [Risposta]
Vorrei condividere con voi una delle mie "creepypasta" preferite, per poi sentire le vostre opinioni. Aspetto qualche eventuale partecipazione, poi esporrò anch'io i miei dubbi/incomprensioni.
http://it.creepypasta.wikia.com/wiki/Passi

(È un po' lunghetta, ci metterete un paio d'ore per leggerla tutta)


No. 2703 hide watch quickreply [Risposta]
Mi piacerebbe sapere cosa passa nella mente di una cavia da laboratorio rinchiusa in un qualunque scantinato in una piccola gabbia ripiena dei suoi stessi escrementi. Mi piacerebbe conoscere i suoi pensieri alle quattro di notte, i suoi movimenti. Tutto sembra come uno di quei crudeli giochi in cui uno spaventato coniglio viene scaravenato a terra tra una folla di ignoranti individui che urlano e schiamazzano invocando fortuna. Uno di quei giochi in cui l'animale deve scegliere in quale cuccia rintanarsi, a quale viziata bambinetta far vincere un pesce rosso. Solo che il coniglio sono loro.
E ancora quell'odiosa signora in TV che ci guarda male, che ci sbraita contro i suoi consigli per gli acquisti, che si rinfaccia i nostri investimenti falliti. E poi ancora, da un'altro canale. Questa volta siamo stati imprudenti con il cambio di stagione. Troppi pochi cappotti venduti nel mese di settembre.
E il meteo, che ci vieta di uscire per il maltempo e che ci esorta a spassarcela quando viene il beltempo. Vorrei vederlo un giorno di questi, quell'impasticcato del conduttore, dire una frase tipo "Oggi è una di quelle giornate in cui le nuvole sembrano tutte dei grandi capodogli arenati". Sarebbe spassoso, molto più di tutto quello che si potrebbe fare con il beltempo. E invece no, se ne non so scrivere sempre lì tutto imbronciato con i più moderni suggerimenti per gli anziani. "Non uscire di casa" dice, "la temperatura è troppo alta per chi non è più giovane" dice. Previsioni meteo che pubblicizzano indumenti invernali. Previsioni meteo, tra uno spazio pubblicitario ed un altro, che pubblicizza farmaci per la pressione. Se ne stanno tutti lì, con grandi e fatiscenti cartelloni ad aspettare il loro momento. Ad aspettare che finalmente qualcuno gli faccia vincere il loro stramaledettissimo pesce rosso. Ci odiano, ci odiano tutti. Siamo quel coniglio dalle pupille dilatate, in una bellissima giornata di primavera senza capodogli nel cielo, spaventati a morte. Percepiamo l'umidità dell'erba sotto i nostri piedi mentre non riusciamo a muoverci, mentre il nostro corpo è attraversato da spasmi muscolari e tic nervosi. Tendiamo le orecchie e scappiamo via, nella nostra tana, a defecare suoi nostri stessi piedi. Ma eccoli, eccoli ancora. Eccoli mentre ci allertano di un nuovo virus intestinale. Sotto i riflettori, uno dei miei cocainomani preferiti che dice "State bene? Non c'è problema, presto vomiterete tutto quello che avete appena mangiato". E la vedi, la osservi la gente fuori dalla finestra, mentre corre alla farmacia più vicina, mentre corre impaurita al rifiugio più vicino, per defecarsi sui piedi.
"Oggi è una di quelle giornate in cui il sole sembra un enorme uovo al tegamino, uscite a spassarvela con gli amici, uscite a vivere le vostre vite, ma attenti a non vomitare tutto." mi sembra che dica.
E ancora e ancora. Non ci si ferma più. Basta cambiare canale, basta girare lo sguardo per accorgersi di aver sbagliato scarpe. E gli incidenti in autostrada, gli incidenti sul lavoro, notizie agghiaccianti, terribili. Giocano con la paura, la distribuiscono un po' per uno, come le insegnanti all'asilo.
Omicidi, attentati. Gente morta per strada, gente morta al parco, gente morta in ufficio. Non importa, l'importante è che sia morta. L'importante è che la notizia incuti timore. L'importante è che tu scelga la strada giusta, la direzione opportuna. "Era una persona solare" dicono, "stava andando a prendere suo figlio a scuola quando.." dicono. Ricercano i dettagli cruenti, le emozioni forti. Risvegliano l'emotività morta di vegetali seduti sul divano. E la gente piange quando loro lo dicono, e la gente ride quando loro lo ordinano.
Ma poi arriva lei, la mia preferita.
Una giornalista qualunque, con la messa in piega ed un rossetto rosso fuoco, davanti ad una telecamera qualunque. Una mente mediocre in un corpo presentabile. Un'idiota incorniciata e siliconata in diretta nazionale; che ci insulta tutti.
E le persone svaniscono grazie a lei, grazie a chi le ha scritto le battute, grazie a tutti noi. Le persone perdono i colori. Colano disciolti come muco dai loro nasi. Perdono importanza, scompaiono, perdono la mia attenzione. Pesci rossi che abitano condomini, pesci rossi in grandi ville fuori dalle città, pesci rossi per le strade, davanti alle TV, pesci rossi ovunque.

Eppure è tutto così mite, quieto. I lampioni si accendono alle sei di sera in punto e si spengono alle sei di mattina. Le persone si muovono, producono. Tutto ruota perfettamente, come ingranaggi di un orologio. Forse è proprio questo il loro obiettivo. La gente deve svegliarsi con sveglie sofisticate, produrre e poi dormire. Produrre e poi morire. Le loro menti devono solo compiere atti meccanici, di movimento, senza pensare. La gente deve acquistare l'ultimo innovativo dentifricio, l'ultima lavatrice in circolazione, senza riflettere. Ma io voglio svegliarmi, realmente. Ethan dice sempre "chi sta male si sveglia, la gente aspetta solo che qualcuno stia peggio di loro, peggio a tal punto da accorgersene". Sono sicuro che se il mio vicino uscisse domani mattina alle otto spaccate come suo solito, e i lampioni fossero ancora accesi, sarebbe la prima cosa che noterebbe. Sarebbe una grande novità per lui, ne parelerebbe a tavola ai suoi figli con grande stupore. Sarebbe stupito di non venederne la notizia al telegiornale. Si convincerebbe che non sia mai successo non vedendone parlare i giornali. "Svegliati" dice sempre Ethan. Lo sono già, ne sono sicuro, lo sono già. Quello che voglio è svegliare il mio vicino, svegliare mia madre. Quello che voglio è non vedere più tutte queste gabbie piene di escrementi, non vedere più tutti questi pesci rossi che ci sguazzano dentro. "Svegliati" dice sempre Ethan, "svegliati".

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>> No. 2718
E' bellishima.


No. 2675 hide watch expand quickreply [Risposta]
Dovrei dargli un titolo tipo <impressioni di un tossico qualunque>. Che ne pensi /scr/


Sta ancora nevicando?
Mi chiede il barista con gli occhi spalancati di uno che ha rivolto la stessa domanda a tutti i clienti del pomeriggio, come se gliene fregasse qualcosa.
Solo una brina leggera. Rispondo.
Mi scaldo le mani soffiandoci.
Nel compiere questo gesto mi chiedo se lo sto facendo perché lo voglio fare o perché è adatto al contesto.
Il barista traffica con la macchina del caffè, i due con i cappotti accanto a me parlano a voce troppo alta, i bicchieri di bianco che stanno filtrando non devono essere ne i primi ne i secondi.
Senta, gli faccio, ce l’ha l’Unicum?
Mmm.
Bella risposta.
Quello... Indico con il dito sperando che si giri e la pianti con quella cazzo di macchina del caffè. La bottiglia rotonda... A palla.
Senza ghiaccio, grazie.
Finalmente il barista si degna di alzare lo sguardo e dopo parecchi, interminabili secondi, afferra la bottiglia e mi versa due dita del liquore scuro in uno di quei bicchieri con la bollicina d’aria intrappolata nel vetro, sul fondo.
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>> No. 2677
Hai un lettore.
>> No. 2679
>>2677
Due. Peccato che scr è poco bazzicata.
>> No. 2697
>>2675
Vedo solo adesso che ho lasciato passare dieci mesi. Chiedo scudo.


Casa mia. Ogni volta che rientro ho l'impressione di essermi ricaricato di buoni propositi, metto in ordine due cazzate, do un'occhiata in frigorifero per scoprire se avrò una cena.
Faccio cose come se quello della Roba fosse solo un pensiero secondario.
Evito di guardare la porta di camera mia, a volte riesco a fatica a tenere la testa lontana per delle mezz'ore. Alla fine ci piombo sopra come un rapace, mando affanculo l'autocontrollo e tiro fuori il bussolotto con dentro la mia adorata merda psicoattiva.
È uno di quei contenitori per i rullini fotografici, nero, col tappo. L'ho in casa, credo dagli anni ottanta, ho scavato una nicchia nel lato superiore della porta della camera e ce l'ho nascosto dentro.
Dovessero venire coi cani, pensavo, magari non sentono l'odore di qualche pastiglia chiusa in un bussolotto nascosto a due metri dal pavimento, nel legno di una porta.
Comunque oggi mi affanno come un maiale al trogolo, ne caccio in bocca tre e mi butto sul divano.
Musica, acqua, grissini. Quelli coi granelli di sale grossi sopra.

Hai calato qualche volta?
Ecco, qui la faccenda è diversa.
Vampate calde e fredde, tremori, riso, a volte lacrime, queste son cose da mettere in preventivo con qualsiasi sostanza.
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>> No. 2699
Ma dimmi, si può credere a un Mostro? Si può assimilare l'adimensionalità delle dimensioni di un viaggio ricordato (trip, colpo di sole, infanzia) se ci sono di mezzo parole sbagliate? Se ci sono di mezzo parole?

E comunque, OP, sarebbe meglio se andassi più a fondo.
Per il resto fa schifo come solo tu potevi farne.
>> No. 2706
Mi piace, in particolare l'ultimo paragrafo.


No. 2700 hide watch quickreply [Risposta]
Io non colleziono propositi: io ho un eroe ideal-personale. Egli può compiere all'istante ciò che altrimenti si accumulerebbe in pile di progetti ammuffiti per anni e anni.
Non penso di essere l'unico ad averne uno, ma di certo il mio è il migliore.
Semplicemente, non ha limiti. Volete un esempio? L'altro giorno stavo pensando ad un concetto semplice, l'esagerazione - esagerare per disperazione, per ignoranza, per gusto dell'ignoranza - e, vedendo come le direzioni delle possibili esagerazioni (in positivo in negativo, caotica) si espandessero su tutto il piano del Brutto, ho capito che parlare di esagerazione è inutile se il tutto non si incastona a dovere nel Brutto.
Ma già faticavo a pensare questo, come voi faticherete un poco nel leggerlo. Così il mio eroe ha preso in mano la situazione e si è proposto, risoluto e pragmatico come sempre, di creare un manuale sull'anatomia del Brutto, in modo che io potessi trovare comodamente al suo interno una voce sull'esagerazione. Detto fatto, il manuale sembrava scriversi da solo: ma poi il mio eroe ha voluto superare se stesso, decidendo di inserire sé stesso tra le voci di quell'anatomia. Egli è infatti particolarmente brutto: come ho già detto, è personale, quindi in continuo cambiamento, informe, orribile come le inutili mammelle che crescono sui toraci impietosi delle dodicenni che non lasciano tempo al tempo nel loro sviluppo impazzito. E duque il mio eroe, dicevo, si è voluto inserire nel manuale. In questo modo la sua figura si è appiattita tra le pagine, una sagoma tra le altre. E proprio quando è stato inglobato dalla sua opera, quando è diventato nient'altro che un prodotto di sé stesso, allora è successo l incredibile: il mio occhio sì è sollevato dalla scena, ha compreso la contraddizione, l'assenza di un vero eroe (erano solo pagine di un libro, un libro da me creato) e ha capito di essere in alto, creatore, padrone - il mio eroe si era annientato solo e unicamente per me.
Ma ovviamente non è tutto qua. Perché dovrebbe esserlo? Ma la pagina è una, la vanità troppa. Piuttosto spero che voi che possiate trovarvi un eroe valoroso. O perlomeno dei validi propositi.

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No. 2692 hide watch quickreply [Risposta]
Conoscete dei siti decenti che recensiscano libri anche di scrittori esordienti, magari gratuitamente?
>> No. 2698
Conosci qualcuno che li frequenterebbe? Quei siti intendo - anche se potrei non a torto intendere gli scrittori esordienti; ma non aggiungiamo altra vergogna al lavorio dell'inerzia.


No. 2693 hide watch quickreply [Risposta]
Ho scritto una cinquantina di pagine di un racconto. Forse non è nemmeno un racconto.
Questa è la prima. Volevo chiedere - conscio del fatto che /scr/ è più lenta della morte - cosa ne pensa anon e se ne vale la pena. Io non credo, non di sicuro questa prima pagina; ma lo chiedo lo stesso, nella speranza.





PROLOGO




Ero in una stanza ch’era un cubo; ma chissenefrega.
Davanti a me, immobili e bradi, stavano seduti una decina di personaggi attorno ad un tavolo rotondo, di legno. Lo dico perché mi ricordo di averlo stretto subito, abbagliato dall’improvviso cambio di scena. Dormivo e poi eccomi qua, in una stanza ch’era un cubo. Come dicevo, c’era un tavolo. Fui il primo ad accorgermi delle carte lì al centro, abbastanza vicine perché le si potessero raggiungere con una mano. Cosa che feci, d’istinto. A pensarci, a distanza di tempo, mi colpisce la frenesia con cui mi mossi, come se fossi stato comandato alla rapidità del gesto, perché il mio corpo capisse ciò che ero destinato a raccontare. Presi la carta sistemandomi sulla sedia e la osservai: sotto una figura stava scritto qualcosa, che non ricordo nel dettaglio. Vi basti sapere che mi sentii sciogliere; il cuore che fino ad un momento prima batteva all’impazzata, si pacificò coi sensi. I miei compagni di scena, intanto, affatto tranquilli e anzi, colti da un apparente stato d’ubriachezza, vacillavano sulle sedie incapaci di realizzare l’assurdità della situazione, come otto poveretti gettati nel mezzo della trama. Io sono l’extra, l’ininfluente ai fini della storia: sono il narratore.
Mi toccherebbe spiegare meglio: ipotizzo – perché ancora oggi non so di preciso cosa sia successo –, che quel ch’è avvenuto sia stato solo uno strambo sogno degno di cronaca; tutto qua: degli uomini qualunque che nel limbo del dormiveglia si sono incontrati per scambiarsi due chiacchiere e uccidersi a vicenda. A favore d’autostima posso affermare, poiché questa è l’unica spiegazione plausibile, che fu la mia lucidità cosciente a darmi la grazia, o meglio la salvezza di essere il cantastorie. Gli altri disgraziati, incantati dal flauto di Morfeo, giocarono incoscienti, inebetiti dal torpore di un risveglio effettivamente grottesco; così, a poco a poco, persero la vita, lasciando ai posteri solo un tiepido ricordo. Che sarebbe questo.
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>> No. 2694
Ebbene, stavo lì seduto crogiolandomi nella beatitudine grossolana del buonsenso e li guardavo in silenzio, mentre fra di loro si scambiavano occhiate timide e perplesse – pareva un pullman, quando entri e tutti ti guardano vaghi, fragili. Il signore che mi sedeva accanto, il più anziano e il più agitato, bofonchiava cose senza nesso girandosi ora da una parte e ora dall’altra e fu il primo a mareggiare: si mise a scuotere i vicini di posto con le mani possenti e pelose, un’onda di troppo in quell’oceano d’inconsapevolezza. Il vecchio, che poi scoprii essere un tabaccaio in pensione, non lasciava tregua specialmente all’uomo alla sua sinistra, un tipo sui trentacinque comodamente seduto sulla seggiola. Quello se ne stava cogli avambracci stesi sul tavolo rugoso e la testa ritta, assorto in chissà quali pensieri e un colorito da condannato a morte che ne faceva le veci. Mi ricordo che m’incuriosì parecchio perché mi somigliava; questa fu solo la mia impressione, ovviamente. Forse mi ricordava mio padre; forse, più semplicemente, mi ci riflettevo in quel suo fecondo silenzio. Era un abile taciturno. Ad ogni modo, all’ennesimo sussulto del tabaccaio – ormai allucinato dal paradosso – questo mio simile, con un contegno degno di nota, blando, si voltò verso l’altro e afferratogli il polso lo guardò negli occhi. Non fiatò. Aveva degli occhi grigi e ricordava un lupo della steppa, nonostante quel colletto di camicia che sbucava dal caldo maglioncino di lana che aveva indosso. Il viso a punta, la serietà di un sorriso che non c’era, i capelli sparsi senza posa sulla fronte e le guance asciutte e sfitte di barba completavano confusamente l’immagine che ne ebbi in quel primo momento. I due si fissarono per una trentina di secondi, muti. La platea a loro attorno placò i moti ondosi. L’uomo che si era preso la briga di calmare le acque con una solida stretta di mano sembrò raggiungere un certo grado di stima nella tavolata, ne convengo; perché sì, bastò quel gesto e chissà come la tensione si alleviò. Certo, il tabaccaio si accigliò e fu lì lì per protestare contro l’inopportuna tranquillità di tutti; ma quando l’altro mollò la presa ne accettò la pacata richiesta e, pur tuttavia brontolante, si fece quieto al pari di loro; persino, mi stupii, sottolineò la sua inadeguatezza al dramma chinando vergognosamente il capo – poi per un minuto buono lo scrollò offeso, afflitto dalla sconfitta di cui si sentì vittima.
Proseguo a descrivere questi malcapitati in senso orario, frettolosamente. La storia non è certamente nei volti, ma nei loro imprevedibili legami. Osserverò che nessuno aveva ancora afferrato la propria carta – ognuno ne aveva una, separata dalle altre, a sé di fronte – probabilmente per amor della suspense. Alla sinistra dell’uomo pallido, il lupo bianco, stava una ragazzina impaurita e un poco tremante, ma volenterosa di nascondere quel suo nobile timore; dei capelli neri, a caschetto, le davano un certo fascino austero ed aristocratico, per quanto mi sembrò sul momento che fosse solo una di quelle ninfette, studentesse liceali, ammaliatrici filmesche, che amano punteggiare i piedi nell’acqua, lasciando il caos della marea a chi l’osasse. Avrà avuto diciassette anni, forse diciotto. Non ho mai capito la donna, tantomeno mi avvenne di comprenderla lì. Lei, la ragazzina, profumava di profondità. Non l’annusai, no, per bacco; ma m’inebriò. Già solo badando con quanta simmetrica perfezione se ne stava china, aggiustandosi graziosamente quei ciuffi che distraevano i lineamenti, la sua bellezza morigerata folgorava. Mi avrebbe divorato il cuore per intero, e io lo sapevo. L’amore uccide più della morte e l’uomo, com’è ben noto, cerca per tutta la vita soltanto la fine. La studentessa, melodrammi a parte, era terribilmente bella. Non guardava nessuno in faccia e stava a testa bassa, ma io sapevo che era stata la prima ad aver osservato tutto. Nel suo silenzio ambiguo stava tutto il candore dell’adolescenza inquieta e sicuramente insicura; ogni secondo valeva l’eternità e lei riconoscendolo lo desiderava: intimorita l’aspettava, bevendo oggi un drink e domani tutto il bar. Il suo sguardo, che non dimentico, conosceva l’arte dell’intima malizia, senza che però avesse la noiosa fretta di esprimerla. Ciò mi piacque e volli dirle due parole di conforto. Purtroppo però, non potei mai sillabarle l’amore. Mi accorsi, nell’istante in cui aprivo bocca, beh, mi accorsi di essere muto. E’ da sottolineare che ciò non mi disturbò affatto. Nemmeno mi sorprese; semplicemente chiusi le labbra e continuai meditabondo ad osservare. Il mio compito era di memorizzare, per raccontare. Faccio un appunto qui, magari ci tornerò più avanti: non so se queste persone oggi vivano o siano mai vissute, se noi insieme abbiamo sognato lo stesso sogno o se solo abbiamo partecipato allo scherzo di un malevolo fato; o se più semplicemente non fossero altro che riflessi della mia anima espressi incoscientemente ad occhi chiusi da una mente dormiente. La certezza è che non mi dimenticherò mai di come quei disgraziati, gettati così, a cena con dio nell’inconsapevole chiacchiera della vita, ne furono terrorizzati. Impararono a giocare, sì, ognuno a modo suo, ma nulla valse la pena; rimango solo io e questa è la loro storia: sogno o realtà.

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>> No. 2695
Basta con le ciance. Per ora abbiamo appena accennato al tabaccaio, all’uomo e alla studentessa. Seguiamo l’ordine e andiamo avanti. Parte del timore addotto alla ragazzina stava tutto in quella figura che le sedeva oltre, storta e pietrificata: un quarantenne disperato. I lineamenti, pure se malformati, ricordavano più un ragazzo che un uomo fatto, ma era di età anagrafica sopra ai quaranta. Era andicappato; aveva un naso grande e due occhi spenti, sorridenti e cadenti verso l’esterno; i capelli brizzolati e spogli sulla nuca, senza precisione danzavano ognuno a modo suo, incorniciando quel buffo viso di un’acconciatura ancora più bizzarra. Quei pochi filetti disordinati, almeno, si abbinavano al sorriso sghembo dai denti cariati. Il misero era l’unico, in quella stanza, che non l’aveva data vinta alla tristezza o alla paura. Ogni tanto batteva l’indice sul bordo del tavolo, senza combinar danno o trambusto; soltanto batteva il dito. Non c’era ritmo. Pareva, poverino, che si annoiasse in mezzo a quella banda di seriosi e sorridendo anomalo, lui batteva il dito. La ragazzina, occhi bassi, faceva cadere l’occhio proprio lì, forse tranquillizzandosi alla vista dell’anormale nell’anormalità; il tabaccaio, ovviamente, al contrario della giovane trovava il gesto oltremodo infastidente e disagiante: scuoteva il capo, alternava lo sguardo tra quello che gli stava accanto e il mongolo e perplesso sventolava la mano a mò d’italiano – quel gesto vago di una mano semovente a polpastrelli uniti che nelle intenzioni dovrebbe esprimere perplessità. Il lupo lo ignorava, ma lui persisteva, forte dell’orgoglio della sanità clinica, a perplimersi dei fatti. L’andicappato guardava e non guardava; i suoi occhi vagavano fra tutti, ma non si poggiavano da nessuna parte. Anche in seguito raramente lo vidi mai fissar qualcun altro – specialmente le donne: aveva difficoltà disumane. Solo, lui batteva un dito e cosi si adeguava al suo perverso destino. Faceva compassione e rendeva l’aria salubre. Mi concessi un sorriso penoso, poi passai oltre: un ragazzo – com’è giovane il mondo! – sui vent’anni smaniava e sussurrava cose che non sentivo e nemmeno mi riuscì di capire chi gli fosse interlocutore. Era di bell’aspetto, di una bellezza viziata e molesta: una peluria rada gli copriva la parte inferiore del volto, i capelli bruni ornavano delicatamente il viso fermo e sicuro; era un tiepido narciso la cui cura espressiva rimandava alla buona società, quella dei genitori che crescono avidamente i loro figli con la premura della bell’apparenza prima della moralità. Mi fu chiaro dopo un po’ che cercava riscontri nell’andicappato, intimandogli sussurrante di smetterla di battere quelle sue dita matte. Udii un educato ‘per favore’, flebile e atono. Il ragazzo teneva salde le dita sul tavolo, ma in modo differente dal mio. Lo accarezzava, come volesse in realtà godere e far sua tutta quell’assurdità che l’attorniava. Faceva respiri secchi, un soffio violento di tanto in tanto. Probabilmente un fumatore. Ma non è importante. Quel che vorrei far intendere, comunque, è che dava l’impressione dell’ambizione. Assaporava la frenesia. Non che fosse visibilmente eccitato, anzi, pareva scialbo, sciatto; ma brillavano quei suoi occhietti verdi con coraggiosa voluttuosità, mentre passavano in rassegna gli altri sguardi esitanti. A nulla gli servì questa provocante sicurezza, come si vedrà in seguito.
Tra le altre cose, in questa trafila di sguardi è curioso osservare che nessuno si fosse ancora osato di parlare per primo, come se tutti si aspettassero qualcosa – chissà da chi.
La signora accanto al ragazzo, se non piangeva poco ci mancava; continuava a sventolare freneticamente la manina aggraziata, piena di braccialetti e qualche anello, aggiustandosi prima il vestito e poi l’acconciatura bruna. Era di bell’aspetto, nonostante iniziassero a gravarle le prime rughe sulla fronte e intorno agli occhi. Non la vidi sorridere, mai. Al momento gli occhi lucidi le davano un’aria avvilita e mortificata, come se si sentisse colpevole per essere finita lì, in una stanza che era un cubo; sono sicuro che, pure fuori dal poligono, la cara avesse una vita banale di cui non avrebbe mai fatto a meno. Respirava frettolosamente e con profondi singulti mandava giù boccate d’aria; ci vollero una ventina di minuti prima che il respiro le si facesse meno denso, più sciolto. Più di una volta cercò qualcosa in una borsa che non aveva addosso; si guardava un fianco, poi spostava con le dita eleganti la lunga veste penzoloni oltre la seggiola e cercava per terra; ma la borsa proprio non c’era. Ripeté le movenze più di una volta. A quei gesti frequentemente s’aggiungeva un’inalata terribilmente più lunga e profonda, che poi si faceva apnea; nel durante, poggiando i gomiti sul tavolo, si stringeva le tempie con tutt’e due le mani e chiudeva gli occhi. L’ho vista farlo spesso, quell’atto di nervoso raccoglimento: pareva il suo modo di appigliarsi dentro di sé a quelle poche sicurezze che possedeva, quelle che poi le permettevano la monotonia della stabilità. Ma sono solo mie vaghe impressioni, come sempre. Riaprendo gli occhietti affilati guardava alternativamente l’uomo e il tabaccaio, quelli che con lei condividevano l’età. L’andicappato lo evitava come la peste, più per paura di perdere definitivamente il controllo che per disgusto.
Il ragazzo oltre a lei, dopo il quale rimaneva soltanto una bambina – che mi sedeva alla destra –, era il meno inusuale, diciamo. Era un bastardello, un ragazzotto moderno; avrà avuto gli anni della studentessa e magari erano pure compagni di scuola, da come si lanciavano vicendevolmente rappresentative occhiatacce. Aveva una grossa corporatura, muscoli già strutturati e delineati; la mascella squadrata, i capelli rasati e biondi, labbra sottili. Gli occhi azzurri completavano quell’adone, un probabile idolo di bulli e idioti. Era stupido, rumoroso e con la sgradevole abitudine di sorridere volutamente solo da un lato. Un lucifero del duemila. Proprio con quel suo ghigno narcisista appuntava la studentessa.
Della bambina che mi separava dal buffone di turno si può dire poco. Avrà avuto 8 anni, forse meno. Non sono mai stato bravo a indovinare l’età dei piccolissimi. Ad ogni modo, oggi, se ancora viva, non è certamente più bambina. Ne riparleremo.

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No. 2688 hide watch quickreply [Risposta]
Manca qualcosa. Lo sappiamo tutti. Il cosa manca, quello no, nessuno lo sa.
Pensare ciò che si è: ne viene fuori una storia di rapporti, dei tuoi sensi con l’ambiente e del tuo pensiero su di te. Continuamente irradiato dal tempo, ti trascini plasmandoti sull’asfalto, sentendo e traducendo ciò che dell’altro odora. Tutto: il corpo è una cellula che va in loop sul ritmo delle cose, raccogliendo in sé quel che dal mondo riceve; i dati della sua storia son conservati in memoria e remoti antenati scandiscono il ricordo tra pareti craniche e luccicano bagliori di scampoli di tempo andato, padre dell’oggi impersonificato. Così il ricordo del mondo è naturalmente inserito in ogni suo figlio, che per suo ha solo l’intensità e la posizione nel labirintico e complesso universo divino. Come piccole sfere di luce noi balliamo tra le strade, armati del nostro io. Manca l’altro. Soli, siamo astratte essenze senza radici; senza presente, nemmeno il futuro.


No. 2686 hide watch quickreply [Risposta]
Non ho mai scritto niente in vita mia e questa è la prima volta,abbiate pietà come io non l'ho avuta per l'italiano e la grammatica. Sono al bar di un mio amico,prendo un caffè e aspetto un'altro amico che arriva con la moglie.Prendiamo un aperitivo e parliamo della serata di sabato....io single ho passato la notte a distruggermi e guardare pseudoragazze abordabili,loro mi raccontano del battesimo del cugino della moglie e in un momento la dolce sposa comincia a blaterare sul fatto che lei,a 29 anni si sente a disagio in un battesimo dove tutte hanno una carrozzina con bimbo a cui badare, dove tutte parlano di poppate e lei non lo può fare....poi mi guarda e dice "io ormai mi sento passata per uscire il sabato sera,mi sento fuoriluogo"Io la guardo, guardo suo marito(nonchè mio amico) lui abbassa lo sguardo e in quel momento capisco che la sua vita è finita,perche nella felicità che avrà tra 9 o 10 mesi ci sarà insita la fine del suo matrimonio.Vado via pessimista con un senso di disagio mischiato a schifo per aver appena assistito alla lobotomizzazione di un essere umano che subisce inerme il potere incontrastato di una MOGLIE priva di interesse per il mondo dove il suo vero scopo è avere dei bambini e rimanere a casa ad accudirli fino a diventare grassa ed esaurita dai pianti degli stessi.Io quello sguardo basso l'ho capito, l'ho capito perche anche io stavo un tempo per fare la stessa fine.
>> No. 2687
stavo per fare


No. 2685 hide watch quickreply [Risposta]
-[...]Tutto quello che avevo compiuto e ricevuto dal giorno in qui nacqui, tra il sangue e i sorrisi, tra un assassinio e un bacio alla fronte... Tutto era già stato scritto! Per tutta la vita altro non feci se non seguire il filo del mio fato, lasciandolo scorrere tra le dita e abbandonandomi al suo tragitto. Lentamente l'illusione d'esser libera volò via dal mio cuore, ridendo dei miei pianti. Senza quell'illusione rimasi sola con il destino, e lo accusai d'ogni colpa. Ripensai all'umiliazione, al sacrificio e alla fatica che provai in mesi lontani, e molto odiai quel mio destino. Ma poi, il giorno in cui abbattei i cento campioni, vidi su una lama occhi di tenebra, e così amai il mio destino. Sì, quel mio destino aveva gettato sale sulle mie innumerevoli ferite, ma quel sale e quel dolore, e quell'umiliazione e quella fatica... Tutto ciò mi fece dono di colei che sono!
Se non avessi avuto sale sulle ferite oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi divorato carne di uomini oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi accettato la spada da bimba oggi non sarei colei che sono!
Arlen, io amo il destino nella misura in cui io amo me stessa, perché il destino, nella gioia e nel dolore, mi ha reso colei che sono.-
Come un fulmine E. era piombata nella mia vita, ma il suo fragore mi rimbombò nelle mie orecchie solo allora, quando parlò del proprio destino. Molte mie certezze bruciarono con quelle parole, e molti miei soli si spensero di paura. Ma di paura non si spense E che, vedendomi muto, così parlò ancora una volta:
-Arlen, il dolore tesse lo spago dell'uomo, e lo stridere di quello spago genera dolori, alcuni grandi, altri sottili. A chi non piacerebbe rimanere marmo deforme, lontano dallo stridere di quel filo? Ma questo è più simile al morire che al vivere! Ogni volta che il filo del destino stride, ecco che il martello della vita piomba sugli uomini, ed ecco che il marmo prende forma, dolente e bello, tragico e possente... Eppure troppi uomini afferrano il braccio di quello scultore, con la bocca piena di no! Essi infatti non sopportano né il peso del dolore né quello del patimento. E io ti dirò, Arlen: anche quest'odio per il destino è scritto nel filo del destino stesso: per ciascun uomo amante del proprio destino, altri cento devono bestemmiare il proprio.-
Simili se non queste furono le sue parole.

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