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No. 2683 hide watch quickreply [Risposta]
"Un'ora esatta."
Mi ritrovo nella stessa posizione di prima, sdraiato al suolo; sono esausto. Faccio per allungare una mano verso di lui, tremante, in un patetico tentativo.
"Ancora, ti prego."
Non mi sono sono accorto che è già andato via, che sono rimasto immobile per chissà quanto. Anche la luce è tornata.
Il mio corpo è scheletrico, sembra fatto di carta, eppure è fin troppo pesante nel trascinarmi fino alla sedia. Di tutto lo splendore, la magnificenza, quella terribile e immensa grandezza mi rimane ogni volta ben poco: giusto una vaga impressione, qualche immagine indefinita. A volte, curiosamente, ricordo un dettaglio privo di alcun significato: stavolta è un piccolo ragno al centro della sua tela, con una macchia gialla sull'addome, che attende immobile la sua preda; un attimo dopo qualcuno ci passa attraverso senza rendersene conto, disfandola per sempre.
Ogni volta tornare mi lascia la stessa sensazione, un vuoto incolmabile. Che cosa ho perso stavolta? E nello sforzo d'immaginazione, mi rabbuio. Mi porto le mani al viso, mi premo i palmi sulla faccia. So chi lo può sapere.
A chi tocca adesso? Chi è, per la prossima ora?
Proprio così! Son sicuro di averli visti! Sono sempre sicuro di averli visti, ogni volta. Come me, l'ombra di quello che erano, sospesi su un abisso d'angoscia, che aspettano il loro turno...
A chi tocca ora? Non posso ricordarlo, ma è così, ne sono sicuro, devo aver visto - per ogni ora, da qui all'alba dei tempi, da qui alla fine del tempo - ogni rinuncia, ogni sacrificio. Chi c'è adesso a muovere le mie dita? Chi è che segue e dirige i miei pensieri? E a che prezzo?
Esatto. Cosa posso offrire ancora, la prossima volta? Manca solo una settimana! Aiutami, ti prego! Guarda nella mia memoria, suggeriscimi qualcosa a cui rinunciare! Cos'altro posso barattare? Posso ancora distinguere i colori. Ho ancora tutte le dita delle mani. Posso rifletterci per bene. In una settimana ci sono sette giorni...
>> No. 2684
Sì signorina Fuoco, ho senza dubbio negrato. Vi prego perdonatemi, è tardi e sono stanco.
>>2681


No. 2681 hide watch quickreply [Risposta]
È il presentimento di poter perder presto la facoltà di farlo che mi spinge adesso, finché ancora mi distinguo, a ricordare. I particolari non sono importanti e, in ogni caso, li ho dimenticati. Non saprei dire dove sono nato, non saprei dire dove ho vissuto; il nome di cui mi hanno fatto dono mia madre e mio padre l'ho perduto. Come ho già detto, i particolari non sono importanti.
Ciò che invece trovo ancora fra i miei pensieri sono il tepore del sole abbracciare la mia solitudine, l'azzurro ed il verde in cui eravamo rispettivamente immersi in una giornata d'estate. Il canto delle cicale. Ricordo come farmi spettinare i capelli dal vento; profumi e sapori, anche se molti non so più a che attribuirli. Ricordo le risate esplodermi in petto e prendere le mie labbra in ostaggio; la dolcezza del risveglio; la passione della scoperta.
Il dolore, la nausea, la paura mi tornano in mente ancora meglio; perdersi totalmente nello sconforto, soccombere alla delusione. Quante volte scagliai la mia ira con la gola per non venire bruciato dall'interno? Quante altre volte ancora lacrime sul viso di qualcun altro accompagnarono le mie? Parole da cui volevo fuggire; la rassegnazione isterica di fronte all'inevitabile; le crepe sul soffitto nelle notti insonni: queste cose posso ancora ricordare.
Non riesco più a mettere a fuoco momenti o luoghi, con qualche rara eccezione: ricordo ancora quella notte con nostalgia - le sue dita intrecciate alle mie, mentre con l'altra mano indicava il cielo.
Comunque fosse il mio viso, era bello; ricordo infatti la benevolenza dello specchio e gli sguardi delle donne - lei che restituiva il suo alla luna, con quei suoi occhi verdi.
Ero forte, non come adesso, ed avevo ingegno; ero rispettato, forse perfino temuto. Mi pare fui partito avantaggiato, ma di certo non me lo feci bastare: avverto ancora il piacere della conquista, distante nel tempo - la sua pelle bianca come la sabbia.
Se quello che cercavo fosse denaro, potere o fama, questo non posso più saperlo. Non è importante in ogni caso. Quello che conta tener presente è che tutto quello che un uomo potrebbe mai desiderare io già l'ottenni - i suoi capelli come la fiamma.
Ma a me non bastava avere tutto, volevo esserlo: fu così che alla fine abbandonai ognuna delle mie dita, capello per capello, lettera per lettera il mio nome.
Non sono affatto pentito, comunque. Volli quello che è successo. Ne valeva la pena - no - tutt'ora non posso fare a meno di attendere trepidante che arrivi quel momento, una volta alla settimana. Quanto manca ancora? Sono ancora in tempo per ricordare. Una volta, il pensiero di poter essere altro era la curiosità che mi legava le palpebre la sera e stringeva il mio cuore al mattino. Ora, una volta a settimana, la stanza si fa buia.
L'ombra entra da sotto la porta, lambendo i margini delle pareti, si arrampica sui muri e soffoca la lampadina che penzola dal soffitto come un impiccato. I raggi del sole che filtrano dalle persiane si spengono improvvisamente come se avessero soffiato su una candela. Si fa annunciare ogni volta dal suo ghigno famelico, come se si facesse strada masticando le tenebre da cui emerge. I suoi occhi di brace, scavati a fondo nel suo viso, brillano senza illuminare, e pur vedendoli di fronte a me li sento alle mie spalle fissarmi la nuca ed il collo. Il mio spacciatore! Altri sette giorni sono trascorsi - finalmente! Posso di nuovo provare l'estasi di essere il filo d'erba, il bambino, l'orgasmo, le ali delle api, un'intuizione brillante - la volontà del mondo!
"Ti porto cosa cerchi." La sua voce gratta come la ruggine e viene da dentro di me. "Cosa offri stavolta in cambio, per un'ora intera di divinità?"
Lei mi chiedeva il nome delle stelle, i miei racconti; quando li esaurii, ne inventai di nuovi. Quando si fece silenzio, sentii il pulsare del mare.
Addio, amore mio.
"Un ricordo", balbetto.
"Ti rimane ben poco." Una semiluna dentata scandisce il nero della sua risposta. "Presto rimarrai senza nulla. Sei sempre convinto di andare avanti?"
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>> No. 2682
Tutto si fa sempre più scuro, mentre il mio trafficante apre la sua valigia e ne riversa su di me il contenuto: d'un tratto tutto sparisce, solo lo stormire di innumerevoli lettere e simboli, appartenenti a infiniti mondi e alfabeti diversi; mi scivolano addosso sulla pelle, intrecciando un disegno diverso ogni secondo. Una morsa gelida alle tempie; divento cieco, ma percepisco distintamente le pareti della stanza che si fanno distanti, sempre più lontane, finché non rimango solo, isolato, in mezzo a un vuoto scuro e imperscrutabile, per un attimo interminabile.
Ma d'improvviso tutto si accende: non sono più dov'ero, immobile, ma tutt'attorno; e, mentre mi espando, prendo pian piano coscienza della materia di cui sono costituito: i muscoli, le ossa, nervi e vasi sanguigni, chiari come su una tavola anatomica, e poi gli organi e i tessuti, le singole cellule, gli ioni che ne attraversano le membrane! Ogni più microscopico dettaglio diventa ovvio e, in questa consapevolezza, la mia mente vacilla, la mia identità perde consistenza; da orizzonti invisibili, attratta da una gravità irresistibile, ogni cosa mi viene incontro vorticosamente, spazzandomi via, portandomi con sé: svanisco, vado a irrorare ogni luogo e ogni tempo.

Tutto!
Eccole le pareti della stanza! Il tavolo, la lampadina, lo stesso buio che la riempie, così concreto, come potessi afferrarlo; e fuori ancora i marciapiedi, le strade, i lampioni, un flusso incessante di persone che brulica le vie dela città come in un formicaio - vedo il suo diramarsi in forme cangianti, riuscendo nello stesso istante ad averne la percezione in momenti diversi: ieri, domani, e prima e dopo ancora, sempre più lontano! La mia prospettiva si allarga vertiginosamente, ma niente perde dettaglio, anzi: tutto si infittisce, si intreccia, lungo una tortuosa catena di eventi in cui non si può più distinguere causa ed effetto. La città diventa ogni altra città, e tutte attraversano la Storia in un'istante, diventano con me una cosa sola - e lo stesso avviene per ogni persona, donna, uomo o bambino, ogni bestia, ogni pianta, ogni forma geometrica casualmente composta dall'accostamento delle ombre su un muro - tutto, appunto! E non un solo dettaglio, davvero niente in tutto ciò è perduto; tranne il mio pensiero.
A chilometri di profondità nell'oceano, dove la luce fatica ad arrivare, pesci incredibili dai colori inesistenti si muovono a migliaia in banchi sinuosi, mimando il mare che li contiene: molecole d'acqua velocissime, che schizzano lungo traiettorie casuali, onda dopo onda, infrangersi sulla cristallina perfezione geometrica degli atomi di scogli rocciosi, ridefiniti lungo i secoli nella loro immagine da quell'azione incessante, come l'uomo libero cambia opinione invecchiando. Un verde infinito nutrito dal sole, umido di rugiada al mattino, spaccarsi in cenere tra le fiamme ardenti, tempeste di fumo opaco, tuoni che rincorrono la folgore fra le propaggini di un'unica sola, immensa nube che dall'inizio alla fine non ha fatto che smembrarsi e ricomporsi, turbinando i nembi su sé stessa, senza mai estinguersi in quell'unico cielo. E quanti altri cieli! - con gli stessi fragorosi boati, lampi di luce, piogge d'acqua, di diamanti, di vetro, d'acido solfrico. Bolidi infuocati sfrecciare nel nulla siderale, galassie di stelle incandescenti e polvere abbagliante. In mezzo alla polvere, la scimmia usa due pietre per spaccare la noce; fa lo stesso rumore del cranio dell'ultimo dodo raggiunto dal proiettile. Il pennello disegna il sorriso di Monna Lisa, il bambino ha l'idea per risolvere il problema di geometria, al banchetto per celebrare la nascita di Luigi XIV gli ospiti respirano il profumo delle pietanze: quei corpuscoli invisibili attivano recettori in fondo alle loro narici, il segnale che si propaga di sinapsi in sinapsi scava nei loro ricordi d'infanzia e li riempie di malinconia, senza che se ne accorgano.
L'ostetrica taglia il cordone ombelicale e il sangue si ossigena avidamente ad assume lo stesso colore che macchia la nuca di Vincent Van Gogh, che si spande da sotto i resti del tetto della casa libanese crollata sotto i bombardamenti; il dromedario s'accascia esausto vicino a una duna, la sabbia che lo circonda ha lo stesso aspetto, nella clepsamia a bordo della Santa Maria; la tigre si muove fra l'erba alta senza fare alcun rumore, lo stesso furore che trascina le dita di Blake anima tutti gli uomini, quando sono poeti.
E le invenzioni dell'uomo: ogni sogno, ogni fantasticheria, tutti i prodotti della sua immaginazione, appartengono a tutto questo come l'arcobaleno dopo la pioggia, le reazioni chimiche negli alambicchi dell'alchimista. I personaggi di ogni racconto e le loro vicende, i discorsi mai fatti, le domande mai poste o le risposte mai date, i desideri più inconfessabili.
Le menzogne! Ogni falsa apparenza, i sorrisi ipocriti e i falsi sorrisi, anche loro hanno il loro posto - ed ogni irrazionalità, ogni contraddizione logica, ha lo stesso valore di cio che è vero.
Tutte le melodie mai esistite, ogni musica immaginabile e inimmaginabile, capolavori sinfonici, sempre le stesse note, in ogni combinazione possibile; le stesse vicende umane, le stesse azioni e le stesse parole, solo in luoghi e momenti differenti, nella vita di persone diverse. Ogni evento, su scala macroscopica o infinitesimale, orchestrato insieme ad ogni altro in un preciso disordine, in cui ogni elemento è costituito dalle proprie parti ed è a sua volta parte costituente di qualcos'altro, lungo un'infinita serie di cornici e chiavi di lettura, contenute una nell'altra.
Un astronauta si incanta a guardare la Terra dallo spazio, come quando vedeva il tramonto nella casa in cui ha trascorso l'infanzia.
Una ragazza piange per aver perso la verginità senza sentirsi davvero pronta. Un vecchio si accorge dell'attimo in cui sta morendo, cerca la salvezza con gli occhi sul soffitto.
Un uomo si innamora della vicina di casa che vede ogni sera alla finestra, pettinarsi i capelli e infilarsi la camicia da notte.
Un signore distinto, vestito di tutto punto, si guarda le occhiaie allo specchio d'un bagno, ignorando chi bussa alla porta, e si chiede se è così che voleva diventare. "È così che volevo diventare?" Che volevo diventare io?
Già. Io.
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No. 2680 hide watch quickreply [Risposta]
Suonò la sveglia. La casa era fredda, poca la luce, filtrata dalla tenda, che entrava nella stanza. Il cielo, in quella mattina di gennaio era grigio e opachi erano i colori nella camera in cui Chris,appena sveglio non avrebbe voluto lasciare il caldo del letto per cominciare la giornata. adagio appoggió prima l'uno e poi l'altro piede per terra infilandoli nelle pantofole, e altrettanto lentamente si diresse in cucina per accedere il fuoco sotto la moka giá preparata la sera prima.
"buongiorno Amleto!" esclamò rivolgendosi al suo gatto mentre versava il caffè nella tazzina. Si sedette e sorseggiando il primo caffe della giornata ripensava al sogno fatto quella notte,e il suo possibile significato. Era in macchina con Thomas,Il suo piu caro amico,percorrevano una strada dritta, il cielo aveva un colore indefinito e sembrava ci fosse vento fuori, tra gli sporadici alberi dominava una vasta pianura, seguita, solo in secondo piano, da alte montagne. Non ricordava molto di un eventuale dialogo con l'amico, ma cio che ricordava perfettamente era di un enorme arcobaleno di cui poteva vedere sia l'inizio che la fine, cosa che non aveva mai visto nella vita reale.
"che strano sogno", disse, mentre il suo gatto miagolava e si strofinava alla gamba del padrone incitandolo a dargli i suoi croccantini.


No. 2678 hide watch quickreply [Risposta]


No. 2546 hide watch quickreply [Risposta]
-guardala -ma chi?
-lei, laggiù -perché?
-dorme -e lo vedo
-lo vedi? -sì, che dorme
-no, i suoi occhi -chiusi
-chiusi, sì! -con ciò?
-lei non li chiude mai.
a volte quando dorme.
paura, ha paura.
oppure non conosce
non sa o non capisce
che il buio c'è soltanto
qua fuori
>> No. 2674
Questa roba è una delle robe migliori che ho mai letto dalla ottava riga in giù


No. 2668 hide watch quickreply [Risposta]
Ciao anons, mi sono accorto che riesco a scrivere solo "cose" relativamente corte. Ho provato più volte a iniziare un libro o qualcosa del genere ma mi sono sempre fermato quasi subito. Anche se il più delle volte mi piace quello che scrivo, riempio al massimo una pagina al giorno. Qualche consiglio?
>> No. 2670
Il primo consiglio è di non modificare mai le parole straniere con regole straniere per il plurale quando in un discorso italiano, come per esempio anons.
Il secondo consiglio è di portarti per scrivere in qualunque occasione e scrivere in qualunque momento ti vengano idee o voglia, all'istante.
>> No. 2672 SALVIA!
>>2670
Era semplicemente una negrata volontaria e divertente. Grazie comunque per il consiglio.
>> No. 2673
Di cosa vorresti scrivere? Io quando ero fidanzato ho scritto diverse poesie, anche io ho provato a scrivere un libro ma secondo me bisogna avere un talento naturale per romanzare. Non so che dire comunque se non di ribadire il concetto del portarsi dietro un taccuino.

A me comunque per ispirarmi a scrivere le poesie aiuta fumare o scopare, anche se ultimamente scopo veramente zero.


No. 2641 hide watch quickreply [Risposta]
non so sillabare, mi dite se il seguente è un verso endecasillabo?

Schiva Epchiclides Podalirius, voli?

(non so se la "a" di schiva va con la "E")
grazie cari /scr/
>> No. 2645
schi-va-ep-chi-cli-des-po-da-li-ri-us-vo-li

ergo, dodecasillabo, ce n'è una in più
>> No. 2646
>>2645
Va ed ep di uniscono in un'unica sillaba perché le vocali si attaccano.
>> No. 2667
Per un endecasillabo decente ci vogliono anche determinati accenti in determinate posizioni, ma non so come si legge questa roba, quindi non ti so dire.


No. 2666 hide watch quickreply [Risposta]
Bastano le immagini mi dicono sempre tutti a lavoro. Le parole, le scritte: non fanno più parte di quello che la gente vuole vedere. Se vuoi ideare un ottimo spot televisivo devi far divertire gli spettatori, oppure umiliarli. Qualcosa di eccitante o semplicemente di esagerato. La cosa importante è che trasmetta emozioni forti, non importa di che tipo. L'importante è che la gente si giri per guardarla e ne parli con gli amici, che ne rimanga scandalizzata, confusa e perché no, anche offesa. Una bella ragazza e poi il tuo logo, qualcuno di famoso con le scritte giuste sulla maglietta, un grosso pene e poi il tuo marchio. Non deve essere troppo lungo, deve essere l'imbarazzo di un secondo, lo stupore di un momento e il tuo cervello lo memorizza immediatamente. Le immagini sono importanti, i simboli. Le persone non sanno nemmeno pronunciare la parola Volkswagen ma basta il logo per aprire un mondo nelle loro teste. Il lato più divertente di tutto questo è guardarli, scrutarli bene, suddividerli. Questi super-uomini dell'età moderna. Vederli tutti impettiti mentre dimostrano a loro stessi di essere intramontabili. I più sagaci della folla, quelli più alti, fini. Gli "idioti" li chiamiamo noi. Quelli troppo impegnati a lavorare per dare retta a una trovata pubblicitaria e quelli civili. Ci sono poi quelli che non indossano mai jeans troppo blu e non dicono mai cose semplici e banali, gli "inarrivabili". Basta il semplice logo di una carta di credito sul piattino che il cameriere ti porta per pagare il conto, per aumentare in modo significativo le mancie lasciate. La mente umana è suscettibile in così tanti modi diversi che c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vederli camminare, inciampare, osservare la folla nel loro habitat naturale. I grandi magazzini sono i nostri libri di studio. Si muovono in gruppo. Ci sono quelli piccoli: le coppie, le famiglie e i cerchi ristretti di amici. Ci sono poi quelli grandi, composti da una decina massimo ventina di individui che di individuale non hanno niente. I grandi gruppi di amici che vanno al cinema, una scolaresca in gita, una cena per un matrimonio, una rimpatriata con i vecchi amici delle elementari. Tutti bersagli, ognuno con il suo obiettivo, ognuno, nel suo piccolo, a formare il grande gruppo, quello definitivo: la folla. Le vendite di alcune categorie di prodotti sono proporzionali alla grandezza dell'edificio in cui sono venduti. I mercati non erano grandi abbastanza, ora sono "super". Ogni trovata ha il suo personale target. Ci sono le grandi insegne per il grande pubblico ed i piccoli cartelli per i singoli. Sono come segnali stradali per gli automobilisti, siamo come una guida spirituale per masse incoerenti, siamo l'ordine nel caos dell'idiozia.
Ma tutto questo è ormai banale.
Io e Ethan siamo tra i migliori del palazzo in questo momento, o almeno questo è quello che diciamo, quello che crediamo. Lavoriamo in coppia: il grande capo ci da in mano un progetto al mese, anche di più nei periodi migliori. L'ultima nostra trovata è stata piazzare un razzo nel culo di un furgoncino per trasporti. Uno spot di neanche un minuto per una ditta di consegne. Ci hanno pagato in anticipo e gli uomini del grande capo non si sono nemmeno sbattuti per guardarla prima. L'hanno spedita in onda con la stessa velocità del loro furgone spaziale.
Le associazioni di idee sono importanti. Potete pure annoiare il pubblico con la classica quanto improbabile famiglia felice che fa colazione. La gente sbadiglierà, cambierà canale, si lamenterà del film interrotto sul più bello. Eppure quando andrà a fare la spesa e vedrà quel prodotto, la prima cosa a cui penserà sarà la felicità di quella famiglia, e probabilmene lo comprerà. La "gente" la chiamiamo io e Ethan. La stessa gente che non entra in un negozio vuoto ma che è ben felice di strisciare lungo il pavimento di uno già troppo affollato.



La stessa gente che compra ombrelli solo quando piove. La gente, le nostre madri, i nostri padri, i nostri futuri figli, noi.

Nel 1896 in Texas una compagnia ferroviaria simulò uno scontro tra treni al solo scopo di pubblicizzare la società. Furono ben cinquantamila le persone annoiate che andarono a vedere. Morirono in due.

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No. 2664 hide watch quickreply [Risposta]
Stanotte ho aspettato a lungo. In pantofole e accappatoio, sulla soglia. La soglia della follia. Passa il tempo, mi passa tra le sue dita nervose. Poi l'idea finalmente arriva, e io rientro. Nella follia.
L'idea intanto si toglie le scarpe, le calze, i pelucchi dai piedi. Poi dice: -Sono l'idea di scrivere una lettera a te stesso. Cazzo, ne ho messo di tempo per arrivare! Non fare quella faccia. Non t'è mai venuto in mente? Più dolce di una carezza, più del miele e della luna dorata.
D'un tratto l'occhio mio si spalanca, arranca, sputa un gioco di bugie mal digerito. L'idea sta mentendo!
-Chi sei?
-Sono l'idea di scrivere una lett...
-CHI CAZZO SEI?
-Fermo!
-ESCI DA CASA MIA!!! VATTENE!
Appena l'urlo tace gli occhi dell'idea diventano gli specchi di un dolore, di un morso al seno.
-Non puoi mandarmi via, non cosi...-, sospira, -Davvero non mi hai riconosciuto? Davvero non ti dicono niente le mie membra stanche, i miei stracci che non vedesti quando arrivai? Sono il rimorso, il tuo rimorso.
L'idea è diventata un vecchio. Ha in mano un telecomando, nell'altra una sigaretta accesa. Io faccio per aprire bocca, ma l'idea schiaccia qualcosa sul telecomando, BIP BIP BIP, scompare. L'idea, non il telecomando. Il telecomando resta a mezz'aria, cade e si sbriciola sul pavimento.
Ad essere sincero un po' me l'aspettavo. E anche se sono un po' stanco di aspettare, capisco che la cosa migliore da fare è, anche stasera, prendere il gelato dal freezer e aspettare la morte davanti al computer di casa.


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