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No. 2686 hide watch quickreply [Risposta]
Non ho mai scritto niente in vita mia e questa è la prima volta,abbiate pietà come io non l'ho avuta per l'italiano e la grammatica. Sono al bar di un mio amico,prendo un caffè e aspetto un'altro amico che arriva con la moglie.Prendiamo un aperitivo e parliamo della serata di sabato....io single ho passato la notte a distruggermi e guardare pseudoragazze abordabili,loro mi raccontano del battesimo del cugino della moglie e in un momento la dolce sposa comincia a blaterare sul fatto che lei,a 29 anni si sente a disagio in un battesimo dove tutte hanno una carrozzina con bimbo a cui badare, dove tutte parlano di poppate e lei non lo può fare....poi mi guarda e dice "io ormai mi sento passata per uscire il sabato sera,mi sento fuoriluogo"Io la guardo, guardo suo marito(nonchè mio amico) lui abbassa lo sguardo e in quel momento capisco che la sua vita è finita,perche nella felicità che avrà tra 9 o 10 mesi ci sarà insita la fine del suo matrimonio.Vado via pessimista con un senso di disagio mischiato a schifo per aver appena assistito alla lobotomizzazione di un essere umano che subisce inerme il potere incontrastato di una MOGLIE priva di interesse per il mondo dove il suo vero scopo è avere dei bambini e rimanere a casa ad accudirli fino a diventare grassa ed esaurita dai pianti degli stessi.Io quello sguardo basso l'ho capito, l'ho capito perche anche io stavo un tempo per fare la stessa fine.
>> No. 2687
stavo per fare


No. 2685 hide watch quickreply [Risposta]
-[...]Tutto quello che avevo compiuto e ricevuto dal giorno in qui nacqui, tra il sangue e i sorrisi, tra un assassinio e un bacio alla fronte... Tutto era già stato scritto! Per tutta la vita altro non feci se non seguire il filo del mio fato, lasciandolo scorrere tra le dita e abbandonandomi al suo tragitto. Lentamente l'illusione d'esser libera volò via dal mio cuore, ridendo dei miei pianti. Senza quell'illusione rimasi sola con il destino, e lo accusai d'ogni colpa. Ripensai all'umiliazione, al sacrificio e alla fatica che provai in mesi lontani, e molto odiai quel mio destino. Ma poi, il giorno in cui abbattei i cento campioni, vidi su una lama occhi di tenebra, e così amai il mio destino. Sì, quel mio destino aveva gettato sale sulle mie innumerevoli ferite, ma quel sale e quel dolore, e quell'umiliazione e quella fatica... Tutto ciò mi fece dono di colei che sono!
Se non avessi avuto sale sulle ferite oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi divorato carne di uomini oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi accettato la spada da bimba oggi non sarei colei che sono!
Arlen, io amo il destino nella misura in cui io amo me stessa, perché il destino, nella gioia e nel dolore, mi ha reso colei che sono.-
Come un fulmine E. era piombata nella mia vita, ma il suo fragore mi rimbombò nelle mie orecchie solo allora, quando parlò del proprio destino. Molte mie certezze bruciarono con quelle parole, e molti miei soli si spensero di paura. Ma di paura non si spense E che, vedendomi muto, così parlò ancora una volta:
-Arlen, il dolore tesse lo spago dell'uomo, e lo stridere di quello spago genera dolori, alcuni grandi, altri sottili. A chi non piacerebbe rimanere marmo deforme, lontano dallo stridere di quel filo? Ma questo è più simile al morire che al vivere! Ogni volta che il filo del destino stride, ecco che il martello della vita piomba sugli uomini, ed ecco che il marmo prende forma, dolente e bello, tragico e possente... Eppure troppi uomini afferrano il braccio di quello scultore, con la bocca piena di no! Essi infatti non sopportano né il peso del dolore né quello del patimento. E io ti dirò, Arlen: anche quest'odio per il destino è scritto nel filo del destino stesso: per ciascun uomo amante del proprio destino, altri cento devono bestemmiare il proprio.-
Simili se non queste furono le sue parole.

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No. 2683 hide watch quickreply [Risposta]
"Un'ora esatta."
Mi ritrovo nella stessa posizione di prima, sdraiato al suolo; sono esausto. Faccio per allungare una mano verso di lui, tremante, in un patetico tentativo.
"Ancora, ti prego."
Non mi sono sono accorto che è già andato via, che sono rimasto immobile per chissà quanto. Anche la luce è tornata.
Il mio corpo è scheletrico, sembra fatto di carta, eppure è fin troppo pesante nel trascinarmi fino alla sedia. Di tutto lo splendore, la magnificenza, quella terribile e immensa grandezza mi rimane ogni volta ben poco: giusto una vaga impressione, qualche immagine indefinita. A volte, curiosamente, ricordo un dettaglio privo di alcun significato: stavolta è un piccolo ragno al centro della sua tela, con una macchia gialla sull'addome, che attende immobile la sua preda; un attimo dopo qualcuno ci passa attraverso senza rendersene conto, disfandola per sempre.
Ogni volta tornare mi lascia la stessa sensazione, un vuoto incolmabile. Che cosa ho perso stavolta? E nello sforzo d'immaginazione, mi rabbuio. Mi porto le mani al viso, mi premo i palmi sulla faccia. So chi lo può sapere.
A chi tocca adesso? Chi è, per la prossima ora?
Proprio così! Son sicuro di averli visti! Sono sempre sicuro di averli visti, ogni volta. Come me, l'ombra di quello che erano, sospesi su un abisso d'angoscia, che aspettano il loro turno...
A chi tocca ora? Non posso ricordarlo, ma è così, ne sono sicuro, devo aver visto - per ogni ora, da qui all'alba dei tempi, da qui alla fine del tempo - ogni rinuncia, ogni sacrificio. Chi c'è adesso a muovere le mie dita? Chi è che segue e dirige i miei pensieri? E a che prezzo?
Esatto. Cosa posso offrire ancora, la prossima volta? Manca solo una settimana! Aiutami, ti prego! Guarda nella mia memoria, suggeriscimi qualcosa a cui rinunciare! Cos'altro posso barattare? Posso ancora distinguere i colori. Ho ancora tutte le dita delle mani. Posso rifletterci per bene. In una settimana ci sono sette giorni...
>> No. 2684
Sì signorina Fuoco, ho senza dubbio negrato. Vi prego perdonatemi, è tardi e sono stanco.
>>2681


No. 2681 hide watch quickreply [Risposta]
È il presentimento di poter perder presto la facoltà di farlo che mi spinge adesso, finché ancora mi distinguo, a ricordare. I particolari non sono importanti e, in ogni caso, li ho dimenticati. Non saprei dire dove sono nato, non saprei dire dove ho vissuto; il nome di cui mi hanno fatto dono mia madre e mio padre l'ho perduto. Come ho già detto, i particolari non sono importanti.
Ciò che invece trovo ancora fra i miei pensieri sono il tepore del sole abbracciare la mia solitudine, l'azzurro ed il verde in cui eravamo rispettivamente immersi in una giornata d'estate. Il canto delle cicale. Ricordo come farmi spettinare i capelli dal vento; profumi e sapori, anche se molti non so più a che attribuirli. Ricordo le risate esplodermi in petto e prendere le mie labbra in ostaggio; la dolcezza del risveglio; la passione della scoperta.
Il dolore, la nausea, la paura mi tornano in mente ancora meglio; perdersi totalmente nello sconforto, soccombere alla delusione. Quante volte scagliai la mia ira con la gola per non venire bruciato dall'interno? Quante altre volte ancora lacrime sul viso di qualcun altro accompagnarono le mie? Parole da cui volevo fuggire; la rassegnazione isterica di fronte all'inevitabile; le crepe sul soffitto nelle notti insonni: queste cose posso ancora ricordare.
Non riesco più a mettere a fuoco momenti o luoghi, con qualche rara eccezione: ricordo ancora quella notte con nostalgia - le sue dita intrecciate alle mie, mentre con l'altra mano indicava il cielo.
Comunque fosse il mio viso, era bello; ricordo infatti la benevolenza dello specchio e gli sguardi delle donne - lei che restituiva il suo alla luna, con quei suoi occhi verdi.
Ero forte, non come adesso, ed avevo ingegno; ero rispettato, forse perfino temuto. Mi pare fui partito avantaggiato, ma di certo non me lo feci bastare: avverto ancora il piacere della conquista, distante nel tempo - la sua pelle bianca come la sabbia.
Se quello che cercavo fosse denaro, potere o fama, questo non posso più saperlo. Non è importante in ogni caso. Quello che conta tener presente è che tutto quello che un uomo potrebbe mai desiderare io già l'ottenni - i suoi capelli come la fiamma.
Ma a me non bastava avere tutto, volevo esserlo: fu così che alla fine abbandonai ognuna delle mie dita, capello per capello, lettera per lettera il mio nome.
Non sono affatto pentito, comunque. Volli quello che è successo. Ne valeva la pena - no - tutt'ora non posso fare a meno di attendere trepidante che arrivi quel momento, una volta alla settimana. Quanto manca ancora? Sono ancora in tempo per ricordare. Una volta, il pensiero di poter essere altro era la curiosità che mi legava le palpebre la sera e stringeva il mio cuore al mattino. Ora, una volta a settimana, la stanza si fa buia.
L'ombra entra da sotto la porta, lambendo i margini delle pareti, si arrampica sui muri e soffoca la lampadina che penzola dal soffitto come un impiccato. I raggi del sole che filtrano dalle persiane si spengono improvvisamente come se avessero soffiato su una candela. Si fa annunciare ogni volta dal suo ghigno famelico, come se si facesse strada masticando le tenebre da cui emerge. I suoi occhi di brace, scavati a fondo nel suo viso, brillano senza illuminare, e pur vedendoli di fronte a me li sento alle mie spalle fissarmi la nuca ed il collo. Il mio spacciatore! Altri sette giorni sono trascorsi - finalmente! Posso di nuovo provare l'estasi di essere il filo d'erba, il bambino, l'orgasmo, le ali delle api, un'intuizione brillante - la volontà del mondo!
"Ti porto cosa cerchi." La sua voce gratta come la ruggine e viene da dentro di me. "Cosa offri stavolta in cambio, per un'ora intera di divinità?"
Lei mi chiedeva il nome delle stelle, i miei racconti; quando li esaurii, ne inventai di nuovi. Quando si fece silenzio, sentii il pulsare del mare.
Addio, amore mio.
"Un ricordo", balbetto.
"Ti rimane ben poco." Una semiluna dentata scandisce il nero della sua risposta. "Presto rimarrai senza nulla. Sei sempre convinto di andare avanti?"
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>> No. 2682
Tutto si fa sempre più scuro, mentre il mio trafficante apre la sua valigia e ne riversa su di me il contenuto: d'un tratto tutto sparisce, solo lo stormire di innumerevoli lettere e simboli, appartenenti a infiniti mondi e alfabeti diversi; mi scivolano addosso sulla pelle, intrecciando un disegno diverso ogni secondo. Una morsa gelida alle tempie; divento cieco, ma percepisco distintamente le pareti della stanza che si fanno distanti, sempre più lontane, finché non rimango solo, isolato, in mezzo a un vuoto scuro e imperscrutabile, per un attimo interminabile.
Ma d'improvviso tutto si accende: non sono più dov'ero, immobile, ma tutt'attorno; e, mentre mi espando, prendo pian piano coscienza della materia di cui sono costituito: i muscoli, le ossa, nervi e vasi sanguigni, chiari come su una tavola anatomica, e poi gli organi e i tessuti, le singole cellule, gli ioni che ne attraversano le membrane! Ogni più microscopico dettaglio diventa ovvio e, in questa consapevolezza, la mia mente vacilla, la mia identità perde consistenza; da orizzonti invisibili, attratta da una gravità irresistibile, ogni cosa mi viene incontro vorticosamente, spazzandomi via, portandomi con sé: svanisco, vado a irrorare ogni luogo e ogni tempo.

Tutto!
Eccole le pareti della stanza! Il tavolo, la lampadina, lo stesso buio che la riempie, così concreto, come potessi afferrarlo; e fuori ancora i marciapiedi, le strade, i lampioni, un flusso incessante di persone che brulica le vie dela città come in un formicaio - vedo il suo diramarsi in forme cangianti, riuscendo nello stesso istante ad averne la percezione in momenti diversi: ieri, domani, e prima e dopo ancora, sempre più lontano! La mia prospettiva si allarga vertiginosamente, ma niente perde dettaglio, anzi: tutto si infittisce, si intreccia, lungo una tortuosa catena di eventi in cui non si può più distinguere causa ed effetto. La città diventa ogni altra città, e tutte attraversano la Storia in un'istante, diventano con me una cosa sola - e lo stesso avviene per ogni persona, donna, uomo o bambino, ogni bestia, ogni pianta, ogni forma geometrica casualmente composta dall'accostamento delle ombre su un muro - tutto, appunto! E non un solo dettaglio, davvero niente in tutto ciò è perduto; tranne il mio pensiero.
A chilometri di profondità nell'oceano, dove la luce fatica ad arrivare, pesci incredibili dai colori inesistenti si muovono a migliaia in banchi sinuosi, mimando il mare che li contiene: molecole d'acqua velocissime, che schizzano lungo traiettorie casuali, onda dopo onda, infrangersi sulla cristallina perfezione geometrica degli atomi di scogli rocciosi, ridefiniti lungo i secoli nella loro immagine da quell'azione incessante, come l'uomo libero cambia opinione invecchiando. Un verde infinito nutrito dal sole, umido di rugiada al mattino, spaccarsi in cenere tra le fiamme ardenti, tempeste di fumo opaco, tuoni che rincorrono la folgore fra le propaggini di un'unica sola, immensa nube che dall'inizio alla fine non ha fatto che smembrarsi e ricomporsi, turbinando i nembi su sé stessa, senza mai estinguersi in quell'unico cielo. E quanti altri cieli! - con gli stessi fragorosi boati, lampi di luce, piogge d'acqua, di diamanti, di vetro, d'acido solfrico. Bolidi infuocati sfrecciare nel nulla siderale, galassie di stelle incandescenti e polvere abbagliante. In mezzo alla polvere, la scimmia usa due pietre per spaccare la noce; fa lo stesso rumore del cranio dell'ultimo dodo raggiunto dal proiettile. Il pennello disegna il sorriso di Monna Lisa, il bambino ha l'idea per risolvere il problema di geometria, al banchetto per celebrare la nascita di Luigi XIV gli ospiti respirano il profumo delle pietanze: quei corpuscoli invisibili attivano recettori in fondo alle loro narici, il segnale che si propaga di sinapsi in sinapsi scava nei loro ricordi d'infanzia e li riempie di malinconia, senza che se ne accorgano.
L'ostetrica taglia il cordone ombelicale e il sangue si ossigena avidamente ad assume lo stesso colore che macchia la nuca di Vincent Van Gogh, che si spande da sotto i resti del tetto della casa libanese crollata sotto i bombardamenti; il dromedario s'accascia esausto vicino a una duna, la sabbia che lo circonda ha lo stesso aspetto, nella clepsamia a bordo della Santa Maria; la tigre si muove fra l'erba alta senza fare alcun rumore, lo stesso furore che trascina le dita di Blake anima tutti gli uomini, quando sono poeti.
E le invenzioni dell'uomo: ogni sogno, ogni fantasticheria, tutti i prodotti della sua immaginazione, appartengono a tutto questo come l'arcobaleno dopo la pioggia, le reazioni chimiche negli alambicchi dell'alchimista. I personaggi di ogni racconto e le loro vicende, i discorsi mai fatti, le domande mai poste o le risposte mai date, i desideri più inconfessabili.
Le menzogne! Ogni falsa apparenza, i sorrisi ipocriti e i falsi sorrisi, anche loro hanno il loro posto - ed ogni irrazionalità, ogni contraddizione logica, ha lo stesso valore di cio che è vero.
Tutte le melodie mai esistite, ogni musica immaginabile e inimmaginabile, capolavori sinfonici, sempre le stesse note, in ogni combinazione possibile; le stesse vicende umane, le stesse azioni e le stesse parole, solo in luoghi e momenti differenti, nella vita di persone diverse. Ogni evento, su scala macroscopica o infinitesimale, orchestrato insieme ad ogni altro in un preciso disordine, in cui ogni elemento è costituito dalle proprie parti ed è a sua volta parte costituente di qualcos'altro, lungo un'infinita serie di cornici e chiavi di lettura, contenute una nell'altra.
Un astronauta si incanta a guardare la Terra dallo spazio, come quando vedeva il tramonto nella casa in cui ha trascorso l'infanzia.
Una ragazza piange per aver perso la verginità senza sentirsi davvero pronta. Un vecchio si accorge dell'attimo in cui sta morendo, cerca la salvezza con gli occhi sul soffitto.
Un uomo si innamora della vicina di casa che vede ogni sera alla finestra, pettinarsi i capelli e infilarsi la camicia da notte.
Un signore distinto, vestito di tutto punto, si guarda le occhiaie allo specchio d'un bagno, ignorando chi bussa alla porta, e si chiede se è così che voleva diventare. "È così che volevo diventare?" Che volevo diventare io?
Già. Io.
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No. 2680 hide watch quickreply [Risposta]
Suonò la sveglia. La casa era fredda, poca la luce, filtrata dalla tenda, che entrava nella stanza. Il cielo, in quella mattina di gennaio era grigio e opachi erano i colori nella camera in cui Chris,appena sveglio non avrebbe voluto lasciare il caldo del letto per cominciare la giornata. adagio appoggió prima l'uno e poi l'altro piede per terra infilandoli nelle pantofole, e altrettanto lentamente si diresse in cucina per accedere il fuoco sotto la moka giá preparata la sera prima.
"buongiorno Amleto!" esclamò rivolgendosi al suo gatto mentre versava il caffè nella tazzina. Si sedette e sorseggiando il primo caffe della giornata ripensava al sogno fatto quella notte,e il suo possibile significato. Era in macchina con Thomas,Il suo piu caro amico,percorrevano una strada dritta, il cielo aveva un colore indefinito e sembrava ci fosse vento fuori, tra gli sporadici alberi dominava una vasta pianura, seguita, solo in secondo piano, da alte montagne. Non ricordava molto di un eventuale dialogo con l'amico, ma cio che ricordava perfettamente era di un enorme arcobaleno di cui poteva vedere sia l'inizio che la fine, cosa che non aveva mai visto nella vita reale.
"che strano sogno", disse, mentre il suo gatto miagolava e si strofinava alla gamba del padrone incitandolo a dargli i suoi croccantini.


No. 2678 hide watch quickreply [Risposta]


No. 2546 hide watch quickreply [Risposta]
-guardala -ma chi?
-lei, laggiù -perché?
-dorme -e lo vedo
-lo vedi? -sì, che dorme
-no, i suoi occhi -chiusi
-chiusi, sì! -con ciò?
-lei non li chiude mai.
a volte quando dorme.
paura, ha paura.
oppure non conosce
non sa o non capisce
che il buio c'è soltanto
qua fuori
>> No. 2674
Questa roba è una delle robe migliori che ho mai letto dalla ottava riga in giù


No. 2668 hide watch quickreply [Risposta]
Ciao anons, mi sono accorto che riesco a scrivere solo "cose" relativamente corte. Ho provato più volte a iniziare un libro o qualcosa del genere ma mi sono sempre fermato quasi subito. Anche se il più delle volte mi piace quello che scrivo, riempio al massimo una pagina al giorno. Qualche consiglio?
>> No. 2670
Il primo consiglio è di non modificare mai le parole straniere con regole straniere per il plurale quando in un discorso italiano, come per esempio anons.
Il secondo consiglio è di portarti per scrivere in qualunque occasione e scrivere in qualunque momento ti vengano idee o voglia, all'istante.
>> No. 2672 SALVIA!
>>2670
Era semplicemente una negrata volontaria e divertente. Grazie comunque per il consiglio.
>> No. 2673
Di cosa vorresti scrivere? Io quando ero fidanzato ho scritto diverse poesie, anche io ho provato a scrivere un libro ma secondo me bisogna avere un talento naturale per romanzare. Non so che dire comunque se non di ribadire il concetto del portarsi dietro un taccuino.

A me comunque per ispirarmi a scrivere le poesie aiuta fumare o scopare, anche se ultimamente scopo veramente zero.


No. 2641 hide watch quickreply [Risposta]
non so sillabare, mi dite se il seguente è un verso endecasillabo?

Schiva Epchiclides Podalirius, voli?

(non so se la "a" di schiva va con la "E")
grazie cari /scr/
>> No. 2645
schi-va-ep-chi-cli-des-po-da-li-ri-us-vo-li

ergo, dodecasillabo, ce n'è una in più
>> No. 2646
>>2645
Va ed ep di uniscono in un'unica sillaba perché le vocali si attaccano.
>> No. 2667
Per un endecasillabo decente ci vogliono anche determinati accenti in determinate posizioni, ma non so come si legge questa roba, quindi non ti so dire.


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