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No. 2658 hide watch quickreply [Risposta]
La luce mi perfora gli occhi e il cervello.
Merda.
Mi giro e rigiro inutilmente, quella lama di luce mi ossessiona e non mi fa dormire.
Che cazzo di ora era ieri quando sono tornato? Non ho abbassato la serranda e adesso mi sveglio con il sole in faccia alle 8 del mattino, un mal di testa come un'ascia nel cranio e un senso di fogna dentro.
Quanto cazzo ho bevuto ieri sera? Mi ero riproposto per questo sabato di non devastarmi il fegato e tutta la domenica, stavolta. Niente da fare.
Usciamo, andiamo, facciamo... sì dai un altro giro... e prova questo cocktail, prova questo vino, un limoncello dopo cena, una birra prima di cena, una dopo. Boh. ho fatto la fogna come al solito.
DRIN.
Chi rompe i coglioni adesso, a quest'ora di domenica mattina? Sono solo le 10, c'è gente che dorme! Lunedì devo andare all'uni, non si può neanche passare le domenica in santa pace?
Non cago il campanello, saranno i soliti Testimoni dei miei coglioni o il solito negro con la pubblicità da infilare nelle cassette.
la busta del tabacco è lì sul tavolinetto del salotto, bene. Non è la mia marca, dove lo avrò preso? E' anche pieno o quasi. Bene.
Solo che non ci sono le cartine dentro, cazzo, cazzo! Io di solito le tengo nel pacchetto. Del mio pacchetto di tabacco non c'è traccia. Chissà a quale coglione ho rubato questo Virginia da checche. A uno che le sue preziose cartine le tiene nel borsello, tutte ordinate con l'accendino da fighetto, sicuramente.
Portafogli, vediamo se ne ho una lì dentro. Ho voglia di fumare. Fogna scaccia fogna.
DRIIIIIN!!!
Ma, ancora?!
Strillo un "fottiti" al campanello, apro il portafogli.
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>> No. 2659
La voce al citofono raschia la mia anima come unghia affilata su lavagna:
" A bukowski de noantri sei solo un hipster dimmerda il tuo racconto fa cagare"
Subito dopo il personaggio anonimo che aveva appena parlato aldilà della porta infilò delle foglie di salvia dalla fessura sul pavimento.
Lo sentii sgattaiolare per il corridoio mentre le sue risate lacere si mescolavano al crepitio organico del vecchio parquet.
>> No. 2660
"Onofrio, guarda, chi è quello?"
La telecamera a di sorveglianza mostrava uno sfigatello che si grattava il culo come in preda ad un costante bruciore; stava infilando delle curiose foglie sotto la porta del nostro sorvegliato.
"Ingrandisci... che sta facendo?!"
"Sembra quella roba per cucinare, sai, quella che mettono sempre in mensa dentro a quegli involtini schifosi..."
"La salvia?"
"Sì, quella."
"E levati dai coglioni,"- pensai - "qui stiamo cercando di lavorare, non hai un cazzo di meglio da fare?"
"Dai Ermanna, sembra simpatico. Mi dà un senso di metafisico, potremmo anche inserirlo nello schema".
"Onofrio, dai. Sei il solito vecchio busone che come vede un ragazzino che si gratta il culetto non capisce più niente, Bromuro e rimettiti a lavorare."
Ermanna si fece un caffè, giudicando che quel minuto di allontanamento dalla telecamera di sorveglianza sarebbe stato coperto dal collega. 38 anni, un lavoro noioso, delle amiche ancora più noiose da vedere stasera in palestra, tutte sposate e con figli, tutte a parlare solo dei loro ragazzini.
la mezzaluna della tazza di caffè scese dalla visuale annoiata, diretta al video di sorveglianza che... era spento. Nero. kaputt.
"Ma che...?!"
(continua tu)


No. 2657 hide watch quickreply [Risposta]
No. No, questa non è noia. Le mie gambe! Il cuore! sono arrivato. No, non è noia, non è stanchezza. È sete. Dio, eccola! Acqua! Bagnati bocca, bagnatevi labbra, coraggio.
Chiudo gli occhi. La mia faccia diventa faccia di mille genti. La sete è molto più antica dell'uomo, mi dicono. La gola si sveglia, quasi impaurita, poi capisce, si distende, lascia scorrere.
Mai più. Mai più in questo caldo disperato.
Bevo un altro po'. Il petto ride, timidamente. Ha avuto paura della morte, come me. Sollevo la faccia dal fiume. Apro gli occhi e lascio loro vedere il cielo e la terra. No, forse non era paura della morte, e comunque è durata poco. Ancora un po' d'acqua, poi mi alzo. Tornerò a casa, aspetterò papà. Ma lo aspetterò là, non mi metterò più a correre fino a qui con questo sole, né per noia né per gioco.


No. 2654 hide watch quickreply [Risposta]
Fuori piove. Riesco a vederlo attraverso le sbarre delle celle dei miei compagni vicino a me. Fa freddo, fa freddo e piove. Sono al centro della carovana e i piccoli, pungenti spilli delle gocce non mi raggiungono. L'umidità e il vento tagliente però non mi rendono il viaggio molto semplice. Ethan è morto. Riesco a vederlo da non so scrivere. E' nella cella affianco alla mia, accasciato e senza vita. Ha smesso di rispondere ieri mattina, circa a mezzogiorno, quando il caldo era più insopportabile del freddo di questa notte. E' lì, a pochi centrimetri da me. Nemmeno un metro mi divide da un morto, da un cadavere, il cadavere di un mio amico. Ora l'unica cosa a cui penso è di dover arrivare. Lui ci credeva più di me a questa storia, alla storia della grande destinazione. Forse è perché quando un essere vivente sacrifica così tanto per un viaggio, allora l'arrivo acquista automaticamente grande importanza. Anche quando non lo si conosce, anche quando non si sa dove ci si trovi. E' una sorta di giustizia divina, qualcuno che dia significato ai tuoi sacrifici, ai tuoi compromessi, alla tua sofferenza. Ricordo quando siamo entrati non so scrivere dentro, dentro questa sorta di enorme automobile. Prima ero dentro a qualcos'altro e prima ancora dentro a qualcos'altro ancora. E' da quando sono nato che non faccio altro che uscire ed entrare, uscire ed entrare. Ethan ci credeva, ci credeva alla grande destinazione. Diceva sempre che nessuno può soffrire così tanto per niente, che qualcosa in fondo ci deve essere e che questo qualcosa ci ripagherà di qualsiasi cosa. Ora come ora non credo possa ridargli la vita. Non posso fare a meno di guardare il suo corpo diventare sempre più piccolo. non so scrivere nessuno parla, nessuno mai, si aspetta solo. I buchi sulla strada ci fanno sobbalzare tutti insieme ogni tanto. Si va avanti, si va indietro, si rimane fermi, può succedere qualsiasi cosa ma nessuno parla. Forse è difficile riuscire a esprimere qualcosa quando si è così tanto vicini ad un corpo in putrefazione, un corpo in putrefazione che un giorno conoscevi. Un corpo in putrefazione che un giorno parlava e ti faceva compagnia. Un corpo in putrefazione che ora è solo un corpo in putrefazione. Parlare di cosa poi?. Di come il mondo non è mai stato qualcosa di positivo per noi, di come quello che ci circonda da quando siamo nati, non abbia mai fatto altro che circondarci, ingabbiarci. Di come quella piccola parte di cervello fa rimanere in vita in noi la speranza di un arrivo, di un arrivo che significhi qualcosa. E il vento soffia e le gocce cadono. La grossa automobile sbanda, sobbalza, si ferma e riparte. Il silenzio contamina le nostre menti, gli amici si decompongono.
E poi? Ogni evento ha senso solo per l'evento successivo che comporta e non siamo ancora arrivati da nessuna parte. Eppure sento che qualcosa sta per succedere, non riesco ad addormentarmi. La grande macchina segue strane traiettorie, svolta in continuazione, come quando siamo partiti. Destra, sinistra poi ancora destra. Sì, sta definitivamente succedendo qualcosa. I miei compagni aprono gli occhi e si guardano attorno. La grande maccina frena, si ferma davanti a quello che sembra essere un grande ingresso. Un grande ingresso fa pensare ad una grande destinazione. I miei compagni iniziano a parlare, dopo quasi un giorno. C'è chi sveglia i propri amici, chi si agita e sbraita, chi attende con ansia l'evento successivo. Ethan non fa niente, Ethan si è arreso tempo fa. La grande macchina riparte e ri ferma un'altra volta, qualcosa si apre e qualcosa sta trasportando le nostre celle. Intorno a me vedo solo nero, vedo i miei compagni, vedo l'ansia, vedo l'impazienza di capire finalmente se qualcosa abbia mai significato qualcosa. Le celle si aprono, io e i miei compagni usciamo e camminiamo su quello che sembra un nastro trasportatore. Penso al nero che vedo intorno a me. Penso a Ethan e di come abbia abbandonato il suo corpo. Il nastro trasportatore ci spinge, ci ammassa. Camminiamo a stento, ci spingiamo. Penso a mia madre, penso al nero che mi circonda, al rumore infernale di sottofondo. Ci muoviamo ancora, non riesco quasi a toccare il suolo per quanto siamo vicini, Il suono infernale si intensifica. Tutto questo non può finire bene, le cose non finiscono bene in questo modo.
E poi il vuoto. Il nastro trasportatore sparisce sotto le mie zampe. Precipito per alcuni secondi, provo a volare, penso a Ethan, muoio.

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>> No. 2655
scusate l'ignoranza dei "qui" con l'accento.
>> No. 2656
Sarebbe anche bello, posso chiederti però se potessi riscriverlo molto, molto più corto, senza tutte queste idondanze e ripetizioni?
Troppe pippe mentali che diluiscono un raccontino dall'ottima idea di partenza. Prova a falciarlo di tutto l'inutile;
- riorganizza le cose in una scaletta semplice e breve: descrizione dell'ambiente intorno fin quando vuoi mostrare (il fuori piove, l'amico morto), riflessioni sue, coiscienza che ci sono altri compagni di viaggio, impressioni, descrizione maggiore del luogo ("le ruote si muovono", capiamo che è su un qualcosa che lo sta trasportando) ecc, ma netto, breve, sintetico;
- condensa le riflessioni del protagonista in poche frasi;
tornerò a rileggere e vedrai come funzionerà molto meglio.


No. 2644 hide watch quickreply [Risposta]
Già passato era il vespro e sulla interminabile fila di languidi uomini in attesa del proprio destino erano calate le tenebre di una imperscrutabile notte. Io mi ritrovavo in quella medesima fila di vittime sacrificali dinnanzi al tempio risalente a civiltà oramai cadute nell’oblio. Esso era stato scelto come degna sede della nefanda setta del Pd.
Mi ero camuffato al pari di un schiavo privo di libero arbitrio, i quali erano utilizzati copiosamente durante gli orribili simposi imbanditi all’interno dell’esecrabile tempio. Duri allenamenti e meditazioni avevano preceduto questo travestimento affinché non trapelasse la mia natura di uomo dotato di raziocinio e sembrassi in tutto e per tutto un’ameba umana dall’ideologia moderata e scialba. Il mio obbiettivo era scoprire cosa stesse succedendo all’interno di quel funereo edificio ed esternarlo al mondo.
Il tempio si ergeva in mezzo ad una pianura desertica e desolata, dove solo qualche sindacalista reso folle dalla sete si avventurava in cerca di pensioni farlocche e agevolazioni fiscali; la sede del partito era circondata da un crudele fossato riempito di acqua bollente e dalla quale risalivano putridi miasmi: in esso si potevano scorgere magistrati decapitati, avvocati evirati e atroci notai, che con arti scheletrici pretendevano il loro tributo in sangue e parcelle pagate in nero.
Al pari di manichini mossi da soprannaturali mani invisibili, ci dirigevamo al ponte levatoio che conduceva all’abisso. Ed ecco apparire il primo dei carnefici, l’onorevole Tabacci, il quale a petto nudo frustava i tribolati con una frusta a sette code. Dalla sua bocca uscivano liquami e parole insensate che si trasformavano in indicibili rantolii come “welfare” “economia reale” e “unioni civili”.
Un brivido di orrore e di supremo raccapriccio mi percosse la schiena quando vidi spuntare dalla spalla dell’immondo Tabacci la testa di Rutelli che con voce stridula gridava ripetutamente: “uccidimi uccidimi !” Erano i deformi gemelli siamesi di Centro nati da un rapporto incestuoso tra Democrazia Cristiana e i Liberali.
Finalmente entrammo all’interno del tempio del male, e nella prima enorme sala v’erano enormi torce appese alle nude pareti. Sul soffitto v’era una scritta in acciaio damascato in caratteri cubitali con la sententia latina “ in medio stat virtus”. Essa emanava una luce ipnotica e psicotropa; ne fui subito attratto, ammaliato e sentii una forza trascendente che mi portava a posizioni sempre più moderate, a distruggere le dicotomie e a cadere nell’eterno limbo del Centro ove tutto è niente e ogni cosa è il contrario di se stessa. Tuttavia, riuscii a vincere quell’oscura forza con un notevole sforzo di volontà dovuta alla continuata visione Zen di pubblicità Mediaset.
Arrivarono quattro sgherri armati di slogan autocontraddittori e di frasi fatte tautologiche, e ci divisero in due gruppi, menando calci e gaffe televisive. Tra i quattro scagnozzi riuscii a scorgere Gentiloni e Franceschini ma nulla più, dato che i loro volti erano stati scarnificati e sfregiati da ustioni a forma dei loghi dell’Ulivo, della Margherita e, il più orrendo e doloroso di tutti, del Pd.
Il mio gruppo di schiavi-automi fu fortunato e fummo portati nella sala dei banchetti ove nondimeno ci attendeva un altrettanto empio spettacolo.
In mezzo alla sala v’era un lungo desco ricolmo delle più lussuriose libagioni: teste di elefanti farcite con miele d’api selvatiche e aspettative di elettori disillusi, tessere elettorali bollite con brodo di tartaruga e dita ammonitrici, pasticcio di pavone condito con salsa alla “grande coalizione”, torta a venti strati con tanto di panna rancida e decorazione eseguita secondo la direttiva UE, e infine trionfo di lardo stagionato di Craxi, caviale qualità Tesoretto, Porcellum, pesci tangenti, manzi allevati nella Prima Repubblica e titoli tossici del Monte dei Paschi. Intorno a quell’inumano pasto v’erano appostati come orripilanti bestie i vari membri del Pd, seduti su scranni in pelle umana. In fondo alla tavola v’era un trono costruito con avorio ricavato dalle ossa e i denti di Pertini e Togliatti. Sopra di esso sedeva l’inquietante e innominabile figura di D’Alema il quale aveva un sorriso sardonico sulla faccia che ricordava la nauseante fissità della morte. Fu il senso dell’abitudine nel guardare il Tg 4 che mi impedì di non impazzire giacché ero preparato a qualsiasi orrore.
Reggeva uno scettro in oro alla cui cima era conficcata la testa mozzata di Romano Prodi in una agghiacciante smorfia di terrore. Nella mano teneva stretto il guinzaglio che imprigionava Marini, nudo, in posizione canina e la lingua mozzata.
Al suo fianco come consigliere temporale v’era la criptica figura della sfinge con la testa da Veltroni che impassibile osservava e scrutava al fine di scovare prede da divorare disumanamente.
Come sgabello su cui appoggiare i piedi avevano utilizzato il corpo di Fassino, duro come il frassino, e immobile in una espressione di ieratica apatia.
V’erano altresì le lussuriose dame da compagnia, la Bonino e la Finocchiaro, le quali allietavano il tedio dei membri corrotti con libidinose pratiche burocratiche e pomposi discorsi retorici infarciti di desueti termini derivanti da codici penali mai esistiti o dimenticati in quanto risalenti alle scritture cuneiformi di folli scribi.
Nella sala regnava un silenzio di tomba, il quale tuttavia era interrotto da immondi versi e grugniti, proveniente da un recondito angolo della tavola. Aguzzai la vista e vidi Rosy Bindi nuda ed oberata da una pantagruelica massa di pinguedine scellerata, seduta dinnanzi ad un abominevole ammasso di cibo che ingurgitava senza alcun pudore, emanando peti e rutti provenienti dalle profondità della Terra. Sulla sua schiena erano palesi i segni di colpi di frusta e sevizie; evidentemente, data l’arida ed inumana verginità della Bindi, sfogava la sua turpe libido in nefandi giochetti sadici con coloro che potevano ritenersi catto-comunisti a sufficienza per farlo.

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>> No. 2652
Carico semantico troppo pesante per l'intento satirico del racconto.
La lettura, a causa della scelta del linguaggio abbastanza ridondante, risulta un po' noiosa.
Interessante invece la volontà di filtrare, tramite una visione dantesca, il caos del pd.
>> No. 2653
>>2652
Concordo con la ridondanza, c'è un eccessivo abuso di aggettivi per ogni cosa. Qualunque cosa nomini è accompagnata da un aggettivo, possibilmente pomposo o desueto ad accompagnarlo.
Gli aggettivi vanno usati con parsimonia e il linguaggio pomposo deve essere inserito qua e là e contestualizzato, non lo si può scegliere come forma in toto.


No. 2649 hide watch quickreply [Risposta]
L'uomo entrò nella capanna circolare, senza far rumore fece qualche piccolo passo rapido e subito s'inginocchiò poggiando di fronte a sé entrambe le mani sul pavimento di terra battuta, tenendo la testa rivolta verso il basso.
La luce diurna entrava da numerosi fori sparsi per il tetto e da una grande apertura che sembrava funzionare da finestra e che all'occorenza veniva chiusa da un pannello fatto di un intreccio di rami e foglie, il tutto trattato con un particolare unguento gelatinoso impermeabile, ottenibile dalla bollitura di una precisa specie di rana. Al centro dell'unica stanza c'era stesi per terra vari tipi di tessuto dai colori spenti per lo sporco e gli ormai innumerevoli anni passati dalla loro fabbricazione da parte di mani sapienti conoscitrici del mestiere; sopra questa sorta di tappetto multi colpore fatto di diversi pezzi c'era una spessa asse quasi circolare di legno scuro e poco lavorato usata come tavolo, sopra si potevano trovare: un piccolo uccello con il torace tenuto aperto da dei bastoncini di legno liscio tenuti orizzontalmente, una piccola ciottola piena di visceri di animale -probabilmente dell'uccello-, poche pietre sparse di varie forme e colore, innumerevoli tipi di arnesi, una sega, due foglie verde scuro ed enormi, pezzi di quello che sembrava carbone, una coppa con dell'acqua, una borsa di cuoio nero con tre lunghe cinghie. Sotto l'unica finestra, che stava dietro al tavolo rispetto all'unomo inginocchiato, c'era seduto sopra un lungo mantello bianco sporco un uomo dai capelli grigio scuro intento a finire di piallare del legno fresco.

L'uomo inginocchiato, senza sollevare la testa e rimanendo praticamente immobile, si rivolse all'altro uomo con una voce quasi implorante il perdono per il disturbo reccato <Mia Guida, ti chiedo consigli su come comportarci per quanto riguarda la bambina.>
<Ha aperto gli occhi? Si è mossa?>
<Neanche per un istante.>
L'uomo lasciò la pialla e si alzò in piedi, sbattendo le mani sulle proprie gambe per pulirle dai residui del legno lavorato, prese il mantello steso per terra e se lo avvolte intorno al corpo lasciando libere le braccia magre e muscolose. Si avvicinò al tavolo posizionato in mezzo alla stanza, prese la ciottola piena di organi di animale e la borsa che si appese al collo come una collana, poi fece un cenno rapido all'altro uomo di alzarsi. Praticamente nello stesso istante, quest'ultimo obbedì rapido senza fiatare e uscì dalla capanna sempre senza distogliere per un attimo gli occhi dal pavimento di terra battuta.

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No. 2648 hide watch quickreply [Risposta]
se un portone di notte si ergeva a difesa di una luna ormai trafitta dal quarto. Fu allora che l'arco urlò come se l'ago, che nel mentre fu messo con le spalle al muro, riuscì a riscoprire che la mappa portava proprio dove la pioggia rendeva la penna così arida.


No. 2639 hide watch quickreply [Risposta]
efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1758660

Personaggio che spero vada bene
Also: Facebook
facebook.com/CarloMariggenti?ref&fref
>> No. 2640
preparati ad una marea di CIAO DIOCHAN!


No. 2638 hide watch quickreply [Risposta]
Dedicato a te femanon che ancora non mi conosci e neanch'io ti conosco.



Lentamente, senza affanno.

Un passo dopo l'altro,
e ancora un altro passo
rincorro ogni battito del cuore,
ogni dondolio del pendolo
per quel tempo che da te ancor mi separa.
Inseguo ogni alito di vento
che ne porti il tuo odore
e mi dica quanto tu ancora sia lontana.

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No. 2617 hide watch expand quickreply [Risposta]
Nei locali,
Per le strade,
Nel bar che ti gioca la schedina.

Sotto gli alberi delle case in mattoni pieni,
Sopra il viadotto della ferrovia,
Nei bui pertugi di via Locchi.

Nel retro di un furgone,
A fare l'amore,
Passere umide, sento il colore.
1 post omessi. Clicka Risposta per vederli.
>> No. 2619
>>2618
O di tutti cazzi per Mary
>> No. 2620
>>2618
O di tutti cazzi per Mary
>> No. 2621
>>2618
O di tutti cazzi per Mary
>> No. 2622 SALVIA!
>>2621
Chiedo umilmente venia per il triplo post, ma ho una connessione di merda.
>> No. 2631
>>2622
e` stato bello, comunque


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