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No. 2604 hide watch expand quickreply [Risposta]
Ciao /scr/ è la mia prima volta qui.
Vorrei fare un esperimento.

Vorrei scrivere storie brevi "suggerite" da anonimo.
Dammi delle hint: motivo, luogo, tempo, qualsiasi cosa ed io scriverò una storia.

Critiche sono bene accette.

Saluti anonimo.
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>> No. 2609
>>2604
>>2605
>> No. 2616
Un uomo ha appena finito di cagare in un bagno pubblico. La carta è finita, lo scarico è rotto, la merda è tanta.
Improvvisamente sente entrare qualcuno e dai rumori capisce che un criminale sta tentando di violentare una donna.

what do?
>> No. 2625
>>2616
Entra nel bagno dove avviene lo stupro e prende la carta, per poi ritornare nel suo cesso.
Dopo essersi ripulito esegue un falcon punch attraverso le pareti dei cessi pubblici.
Good ending. Io la vedo così.
>> No. 2628
Guardando un intervista a Stephen King ho pensato a te Op.

Parla di un racconto che ha in mente da un secolo ma a cui non riesce a trovare un senso. Il tutto si svolge in un aeroporto, c'è una coppia e lei dice al suo lui che deve andare in bagno, ci entra, ma non esce più. Poco dopo arriva un altra coppia, la donna entra e non esce. I due uomini si ritrovano a parlare e poco dopo a chiedersi se è il caso di entrare nel bagno delle signore e capire che c'è che non va. King ha detto che, sinceramente, non ha la minima idea di cosa potrebbe esserci dentro quel bagno e quindi non può finire il suo racconto.

Sbizzarrisciti Op.
>> No. 2629
>>2628
Io punto al Lesbo-gore selvaggio.


No. 2626 hide watch quickreply [Risposta]
Crossposto perché sì. Avviso pre-lettura: la punteggiatura è appositamente delirante. Commenti di qualunque genere sono bene accetti.

Il mago nella torre. Dorme. Di solito scrive. È la sua magia. È una torre di sole scale, due scale che come serpi amoreggianti s'attorcigliano fino in cima. Il tetto è una conca spiraleggiante. La torre è un delirio di spirali: l'orecchio del mondo. Lui l'ha sognata, lui l'ha disegnata. Solo lui può sentire la voce che narra. Solo lui può sentire il racconto del mondo, perché suo è l'orecchio del mondo. La voce racconta sempre, racconta di posti del mondo lontani e vicini, racconta nulla più di ciò che accade.
I re. I poeti. I saggi. I cavalieri. Gli imperatori. Tanti. Tanti bramano il dono che i sogni gli han fatto, ma non possono prenderglielo, non possono portarglielo via. Il più grande degli imperatori bussa alla sua porta vestito da mendicante.
Il mago si sveglia. Mette il mantello di porpora, gli orecchini di cristallo tintinnante, la tiara del colore del tuono. Solenne, apre la porta. L'imperatore, coperto di stracci, s'inginocchia “Solo un tozzo di conoscenza” implora.
Il mago non parla, lo fissa. Un piccolo uomo. “Il popolo della nebbia, ai confini con il Regno d'Argento, ha improvvisamente smesso di ribellarsi. Il mio vassallo dice di essersi limitato a dar loro ciò di cui avevano bisogno. Il Re d'Argento mi propone di unire le casate. Un matrimonio. Sua figlia, mio figlio.” Parole. Occhi annoiati. Il mago si volta. Un passo. La torre suona. “Venite qui, ogni giorno più disperati, ogni volta con una storia.”
Voce alta, accento di cenere. “I banditi mi hanno derubato e rapito, mi hanno lasciato in questa città, se solo avessi i soldi per affittare un cavallo.”
Voce bassa, nessun accento. “Ogni volta volete farla sembrare importante. Come fate a non capire che ogni storia è solo una storia?”
L'imperatore sente le speranze morire. Testa bassa, si alza, lentamente. Si gira. Osserva le montagne. La strada umida ha la forma dei suoi passi. Un passo. Il mago si volta. “Ti darò ciò che elemosini.” I passi del mago compongono una melodia lenta nelle spirali della torre. Consulta le librerie. Le librerie sono le pareti della torre. Le due scale, le due serpi, amoreggiano sui libri. La torre è un delirio di carta: il libro del mondo. Lui l'ha sognata, lui l'ha disegnata. Solo lui può raccontare la voce che narra. Solo lui può narrare il racconto del mondo, perché suo è il libro del mondo.
Con la mano ascolta i libri. Li accarezza tutti. Li sfiora. Rispondono all'affetto con un sospiro di gioia. Ecco il sospiro che cercava, la voce giusta. “Il popolo della nebbia e il tradimento.” Sussurra. La sua è la voce di un padre affettuoso che chiama per nome un figlio meritevole. Lo bacia sulla copertina e lui con le pagine gli accarezza una guancia. Lo abbraccia con la mano. Lo appoggia su un'anca. Lentamente accarezza altri figli. È vicino, lo sente. Eccolo. Timido, piccolo. “La paura e la debolezza del Re d'Argento.” Lo chiama a voce più alta, ai figli insicuri bisogna dar sicurezza. “Qualcuno ha estremamente bisogno di te. Scoprirai quanto vali.” Il libro, felice, lascia correre le pagine da destra a sinistra, da sinistra a destra. Lo avvicina al fratello, si baciano. Con la mano, ora, abbraccia entrambi. Scendendo le scale accarezza ancora i suoi figli sulla libreria. Dolcezza sincera, senza secondi fini.
L'imperatore, sull'uscio, trema. Torna da lui. Avvicina la bocca ai libri. Mormora. “Quello è il vostro destino, un nuovo padre. La vostra esistenza cambierà il racconto del mondo. Fatevi forza.” I libri studiano il nuovo padre da lontano. Timidamente si avvicinano alla sua mano. Esalano uno sfoglìo triste. Voce alta. “Come stanno gli altri?” Voce bassa, udibile. “Perché una domanda da colui che sa tutte le risposte?” Un sorriso storto. “Non voglio farvi sentire osservati.” Voce sincera e triste. Confessione di una verità scontata. “A volte ci penso, facendo qualcosa, ciò che faccio viene scritto.” “E vorresti venire a buttar giù la torre.” Paura negli occhi del mendicante. Paura inutile, insensata, dell'imperatore. “Ma comprendo il tuo sentimento. Forse la voce del mondo è crudele.” Silenzio. Sguardo in cima. “Ed io?”

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>> No. 2627
Il mendicante si allontana con nient'altro che due nuovi figli da curare. Il mago li osserva. Due lacrime da un solo occhio. Un sussurro spezzato. “Troveranno la felicità. Se la vogliono.” La torre lo interpella. Canta una musica spiraleggiante. La voce del vento è la sua amante, canta canzoni d'amore attraverso la torre. Tenerezza senza gioia. Un sorriso triste per l'essere che ama. La voce canta una pioggia di baci, delicati, soffici, sulle guance del suo amante. L'angolo della bocca. Le labbra. Occhi chiusi. La voce ha un solo suono e mille forme. Lo seduce. Gli sfiora le mani, lentamente, le tocca. Il mago le alza nell'aria, si lascia toccare ogni dito. Occhi chiusi. Le mani dell'aria impugnano l'indice. Lo stimolano. Ansima. Le labbra dell'aria sfiorano il pollice. Umide. Geme. La tristezza lascia spazio all'eccitazione. Con le mani tocca la voce del vento, le accarezza ogni curva. Le mani danzano. Il mago danza. Accende una torcia. Un'altra. Un'altra. Tutte. Il cerchio è pronto. La magia ha inizio.
I due amanti cantano. Si abbracciano. Si stringono. Godono. Infine si stendono stremati e soddisfatti sul pavimento, vicino al libro vuoto. Il libro bianco al centro del cerchio. Al centro della torre, l'orecchio del mondo.
La voce del vento, gravida, si addormenta sul libro. Il mago tasta la penna, carezza il calamaio. Dal mondo, ora, prima quasi inudibile, poi limpida, poi tonante, arriva la voce. Il mago scrive ciò che la voce narra. Scrive sempre ciò che la voce narra. Ma ciò che scrive parla di lui. La voce del mondo questa volta parla di lui. Che scrive. Scrive nulla più che questo.
Si ferma. Si limita ad ascoltare. Il sapore della sensazione di sentirsi raccontati. Amaro. Un pensiero. Amaro. Nuovo. Scontato. La mano torna sul libro. Scrive. Voce bassa, inudibile. “Per cosa narri, allora?” Domanda disperata ad un essere che non dà risposte. “Come vuoi, ma questa è una risposta.” Si illude. Parlerà con la voce del mondo. “Mi illudo? Io parlo, tu rispondi. Parliamo, nient'altro.” Crede. Attende. Lui lo sa, la voce che narra si ripete, ma non del tutto. Non abbastanza per non dire qualcosa. Questa è la storia del mondo, forse il suo figlio più grande, scrive. Lo pensa. Pensa alla voce che narra come voce che crea. Sente il mondo costruirsi parola per parola.
Si ferma. Osserva. Non scrive. Il libro che vede c'è perché è narrato. Le serpi, la torre, il cerchio, le librerie, la voce del vento. Tutto c'è perché è descritto dalla voce del mondo. “Lo dici perché è così o perché è ciò che sto pensando?” Occhi tristi. Risposte incerte come le domande. Se tutto c'è perché è narrato, anche lui allora c'è perché è narrato. Amarezza. Una rapida folata di disperazione. Una ripetizione. “Per cosa narri, allora?” Silenzio. “Per chi narri? Perché?” Si ascolta porre la domanda del filosofo, non quella del mago. Ma ormai ne è sicuro, la sua esistenza non è altro che quella di un personaggio nel racconto di un uomo. Un uomo crudele.
“Stai decidendo tutto, i miei pensieri, le mie azioni. Allora perché? Perché mi fai questo? Perché darmi questo potere, farmi sentire che sono fatto di parole, che quello che penso è una tua idea?” Spettro di disperazione, aleggia nella confusione, nell'incertezza. Parole di verità parziali. Scrive. Non scrive. Piange. Non piange. Si tira i capelli. Si graffia il collo. Graffia il libro. La voce del vento grida, ma dorme. Il mago non dorme. Non scrive. Scrive. Preme. “Basta! Basta ti prego. Non voglio più sentire. Non posso più soffrire.” Sente il ritardo sulla pelle. La voce del mondo arriva prima di lui. La voce del mondo ordina, lui esegue. La voce del mondo suggerisce, lui pensa, lui parla. “Smettila. Ti ho detto di smettere.” Idea nuova, disperata. Rompe il cerchio, disincanta. Sbatte una torcia. Lancia una torcia. Rabbia cremisi, copre tutto, copre l'aria, copre il pavimento di pietra, copre il libro. Il libro in fiamme. Il cerchio è perduto, la voce del vento svanisce. La voce del mondo permane. Un urlo disperato. Costante. Esce dai polmoni, raschia la gola. La gratta. L'aria finisce. Silenzio.
Voce bassa, roca. “Ti odio. Non ho nessun controllo, vero? Cosa sono? Niente. Sto qui a ripetere quello che mi dici. A fare niente più che ciò che ti aspetti. Quante storie ancora vuoi scrivere su di me? Quanto vuoi usarmi ancora per divertire o annoiare qualcuno? Per tanto, lo so, lo sento. Ma non mi avrai, non potrai. Tu hai inventato la mia magia ed io la romperò. La soluzione è semplice. I rimpianti pochi.” Il mago è morto.
Il mago è già morto.

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No. 2623 hide watch quickreply [Risposta]
Quando l'ho conosciuta non la volevo nemmeno vedere perché ci eravamo sentiti solo per messaggio e credevo fosse una cicciona. Il mio amico me la chiamò, era ad una festa, lei scese, io volevo scappare. Mi chiese se potevamo fare un giro, c'erano delle panchine non molto lontano da lì. Fu lei che mi rimorchiò. Ci mettemmo a sedere, era alta 1,95 cazzo coi tacchi neri lucidi con il plateu. Bionda, occhi castani, labbra carnose. Dopo brevi discorsi, la baciai, mi diventò duro come un mattone. Mi ci divertivo, la trattavo come una cagna. Poi mi innamorai ed è finita che è stata lei a mandarmi affanculo, quindi Anon ti dico: non buttare via occasioni d'oro e buttati sempre.

Con affetto piglianculAnon.
>> No. 2624
Direi Wisepiglianculanon


No. 2608 hide watch quickreply [Risposta]
Confusione.


Io non so se abbiate mai guardato, e osservato bene, la gente attorno ad un tavolo che chiacchiera e beve. Tu ad uno ad uno esplori volti; territori nuovi che parlano e insieme vivono e sono. Le persone sono belle.
In realtà tu non sei tra loro: sei un po’ più in là, godendo dell’inverosimile e alcolica realtà. Alterazioni; sì, hai bevuto e ti è piaciuto un sacco e sì, lo rifaresti – e lo stai rifacendo.
Ebbene un attimo conscio e un attimo no stai beato a compiacerti del lato positivo delle cose, vibrazioni che riesci a sentire solo quando presti l’occhio o il senso acuto che percepisce ciò che inequivocabilmente e misteriosamente è. Poi all’improvviso qualcuno ti batte sul fianco stordendo il già poco stabile equilibrio. Ti giri – e, per quanto si possa credere che sia la calma a governare, è un ubriaco che maneggia il tuo sguardo. Ti giri e non trovi punti fermi. Ma blateri, quello sì.

Oh .. scusa.

Sei maldestro e le sbatti praticamente contro tutta la tua goffaggine, la tua confusione; imbarazzato e dimentico che si è sempre meno eleganti di quanto si desidererebbe, ti volti, incrociando qualcuno o beh, una giacca che pare viva e infatti poi cambia e c’è lei.

E’ un secondo che dura parecchio.
Volgi la testa allontanando lo sguardo e ricordandoti che devi fare qualcosa, perché se no sembri scemo.

Ciao Milla.
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No. 2606 hide watch quickreply [Risposta]
Ubriaco fradicio, Abufinzio se ne stava appoggiato con un braccio a un capitello corinzio: abbassò gli occhi su di me e rise, beffardo. La neve ancora fresca del giardino mi abbagliava, ma non era abbastanza bianca. Contro quello sfondo stava il giovane adiposo e sghignazzante che m' alitava sul viso vapore e puzzo di whisky. Come m' accadeva spesso, mi sentii inquieto e tentai d' immaginare i sentimenti che potevano agitarsi in un uomo con una mente tanto aliena. Poiché avevo deciso di non far storie in nessun caso, gli dissi che, nonostante fosse ancora presto, eccezionalmente gli avrei fatto lurkare diochan; quindi gli chiesi di pagare la tariffa per l' ingresso e quella per il gold account. Con mia sorpresa, Abu pagò senza discutere. Poi cacciò la testa in macchina e parlò come per invitare qualcuno ad uscirne. Abbagliato dal riverbero della neve, non avevo potuto scorgere l'interno della vettura. Oltre il finestrino si muoveva qualcosa di bianco. Sembrava un coniglio. Dal predellino della jeep s'affacciò un piede, calzato in una scarpa dal tacco a spillo. Mi meravigliai che, nonostante il freddo, quel piede fosse senza calza. Capii subito che si trattava di Necro: aveva un cappotto rosso fiamma e le unghie delle mani e dei piedi laccate nello stesso colore. Quando il cappotto le s' aprì sul davanti, apparve una sudicia camicia da notte fatta con stoffa d'asciugamani, era ricoperta di schizzi biancastri. Era anche lei tremendamente ubriaca, e teneva gli occhi sbarrati. Lui almeno aveva i vestiti in ordine. Necro, evidentemente, era stata trascinata fuori dal letto e doveva avere appena fatto in tempo a gettarsi il cappotto sulle spalle. Al riverbero della neve, il viso della donna m'apparve pallidissimo. Sulla pelle quasi esangue faceva spicco il cremisi posticcio delle labbra. Appena discesa dalla macchina, starnutì raggrinzendo il naso in minuscole rughe che correvano lungo il setto sottile; guardò lontano per un attimo, e poi i suoi occhi ripiombarono in un'espressione torbida e cupa. E infine, parlò all'uomo. "Abu, Abu!" chiamò. "Fa un freddo boia maremma maiala!" La voce lamentosa si sperse sulla neve. Lui non rispose. Era la prima volta che una prostituta mi sembrava bella. Non che rassomigliasse alla mia diletta Misa: sembrava anzi un ritratto contraffatto in modo da somigliarle il meno possibile; eppure, pur in quell'immagine che contrastava persino col ricordo che io avevo di Misa, quella donna pareva racchiudere tutta la sua bellezza fresca e ribelle. Voglio dire che nella tensione sensuale provocata in me dalla mia prima esperienza di bellezza v 'era qualcosa di più allettante d' ogni ricordo esteriore. Un solo punto in comune aveva quella donna con Misa: per tutto il tempo me ne stetti lì coperto soltanto d'una sudicia casacca e con gli stivali di gomma, lei non mi rivolse mai lo sguardo.
Del resto ero e sono anon.

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>> No. 2607
Precedetti i due. Quando raggiungemmo la board, alla vista che gli si apriva dinanzi, Abu spalancò le braccia flaccide ed esternò a gran voce la sua ammirazione biascicando qualcosa che non riuscii a capire. Poi scrollò con forza Necro che, corrugando le sopracciglia, si limitò a ripetere: "Oh Abu, 'io maiale, che cazzo di freddo!"
Abu m'interrogò a proposito dei numerosi thread cancerogeni che s'intravedevano in mezzo a qualche copypasta, ma non seppi rispondere altro che: "2013." Poteva darsi che in quel corpo sgraziato dimorasse un animo poetico, ma i suoi occhi scuri e limpidi avevano per me qualcosa di crudele. Cominciai a guidare i due nella board. Abu, intimidito da tanta merda, si tolse le scarpe e le gettò una di qua e una di là. Con le dita intirizzite dal freddo tirai fuori da una tasca un libretto che utilizzavo in occasioni del genere, si trattava di Itachan stampato completamente in arial 12. L'allenatore me lo tolse però di mano e cominciò a leggerlo da sé, con un tono comico. Io non ero più necessario. M'appoggiai al capitello corinzio e osservai la superficie d'uno stagno, luccicava in modo stupendo. Su diochan non s'era mai vista una luce tanto forte, quasi irritante. Senza che me ne accorgessi, Abu e Necro, che s'erano avviati verso /pol/, avevano cominciato a litigare. L'intensità del bisticcio aumentò progressivamente, ma io non potei cogliere neppure una parola da tanto erano ubriachi. Anche la donna sembrava replicare in tono energico, ma non capivo se lo facesse in italiano o in qualche salcazzo di lingua negra. Entrambi, ormai dimentichi della mia esistenza, tornarono sbraitando verso /b/.
Abu, tendendo il viso verso la pallidissima Necro, prese ad insultarla, e lei, fulminea, lo schiaffeggiò; poi si voltò e scappò sui suoi tacchi a spillo. Non capivo bene cosa fosse accaduto, ma scesi giù anch'io e mi misi a correre lungo il bordo dello stagno. Quando raggiunsi la donna, Abu, con le sue gambe lunghe, già m'aveva preceduto, e ora la teneva stretta per il bavero del cappotto rosso. Mi guardò con un lampo negli occhi; poi lentamente lasciò la presa. Aveva dovuto serrarla con una forza enorme, perché lei, appena liberata, s'accasciò sulla neve. Il cappotto color fiamma le s'aprì sul davanti, e le sue bianche gambe nude s'abbandonarono sulla neve. Non tentò neppure di rialzarsi. Alzò gli occhi, li fissò in quelli di lui che le torreggiava di fronte. Non potei fare a meno d'inginocchiarmi e tentare di sollevarla. L'allenatore mi chiamò. Mi voltai. Stava dritto dinanzi a me, con le gambe ben divaricate. Mi puntò un dito contro. Con una voce completamente cambiata, calda e suadente, mi disse: "Calpestala, su, prova a calpestarla." Non capii cosa intendesse. Ma i suoi occhi scuri abbassati su di me erano imperiosi. Dietro le sue spalle, Diochan ricoperto di neve riluceva, e il cielo invernale d'un azzurro sbiadito era macchiato di nubi. I suoi occhi tetri non erano crudeli. Non so perché, ma in quel momento m'apparvero soffusi d'una poesia indicibile. La sua grossa mano s'abbassò, m'afferrò per il collo e mi fece alzare. Ma il tono del suo comando era ancora mite, gentile. "Calpestala, devi calpestarla." Incapace d'oppormi, alzai il piede calzato dello stivale di gomma. Abu mi batté sulla spalla: il piede ricadde su qualcosa di morbido come fanghiglia di primavera. Era il ventre della donna. Serrò gli occhi e grugnì. "Ancora, devi calpestarla ancora." Calai di nuovo il mio piede. Il disagio che avevo provato dapprima si mutò ora in un piacere selvaggio. Quello era il ventre di Necrofemanon - pensai - e quello il petto. Non avevo mai immaginato che la carne altrui potesse rispondere con tanta elasticità, come una palla. "Basta così," scandì l'allenatore. Sollevò cortesemente Necro tra le braccia, le spazzolò di dosso la neve ed il fango, e poi, senza neanche rivolgermi uno sguardo, s'incamminò sorreggendola. Fino all'ultimo lei non mi degnò di un'occhiata.
Raggiunta la macchina, Abu vi fece salire prima Necro poi, con una espressione di dignità da cui erano scomparsi i segni dell'ubriachezza, mi ringraziò. Tentò di darmi del denaro, ma rifiutai. Prese allora due scatole di preservativi XXL dal sedile posteriore della vettura, e me le premette contro il petto. Investito dal violento riverbero della neve, rimasi lì, sull'entrata, con il viso in fiamme. L'automobile sollevò una nube di neve e s'allontanò con una serie di sobbalzi. Poi scomparve. Il mio corpo fremeva. Ero tutto eccitato, e in quel momento uno splendido piano mi attraversò la mente: ad Anonymo piaceva fappare indossano preservativi, quanto sarebbe stato lieto di ricevere quel dono! Si capisce, senza saperne la provenienza. Non era necessario fargli una confessione completa. Non avevo fatto che quanto mi era stato imposto. Chissà cosa mi sarebbe capitato se non avessi ubbidito! Andai dal capo, su irc. Si stava facendo pestare il culo da mon, che in ciò era molto esperto. Attesi sul corridoio esterno inondato dal sole del mattino.

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No. 2603 hide watch quickreply [Risposta]
Gli occhi di Jesesigof erano arrossati e pieni di lacrime, fissi verso l'infinito. Pensava alla sua bella steppa, rimasta anni luce lontana da lui. La sua bianca tuta da astronauta era strappata, macchiata di fango e completamente schizzata di sangue, scuro e viscoso. Era bagnato dalla sua linfa vitale che gli scendeva giù per la schiena, colando per le gambe arrivava ai piedi e andava a formare pozze di lucido liquido rosso. Il sangue rispecchiava il cielo mattutino, che sembrava prendere fuoco, in quel giorno funesto. Lo avevano fustigato per tutto il percorso fino a quel colle, costretto a portare l'enorme manufatto ligneo sulla schiena. Sarebbe stato lo strumento della sua dipartita. Adesso il manufatto che aveva portato sorreggeva lui stesso. Issato a tre metri da terra, gocciolante, sofferente, crocifisso. Un accavallarsi di ricordi e sensazioni gli penetrarono la mente; e adesso non sentiva più il dolore delle cento frustrate sulla schiena, dei suoi arti trafitti, del suo fallimento. Quando la sua nave stellare, la "Laika V", fu costretta ad approdare sul quel pianeta sconosciuto con un motore in avaria e senza contatti radio, non avrebbe mai pensato ad una vita, se pur breve, di grandezza. Tre lunghi anni, in tre anni sconvolse un mondo che non era il suo, e adesso ne aveva rimorso. Chi era lui per stravolgere la vita di un intero popolo? Lui: un umile astronauta sovietico che avrebbe dato tutto per la patria. Era caduto nel gorgo dell'autocompiacimento, era umano del resto.Un popolo primitivo, antecedente all'era dei computer, dei selvaggi insomma. Cosa c'era di male nel voler evolverli? Ne avrebbe fatto una colonia sovietica extramondo, e magari ne sarebbe stato a capo. Era naturale voler dare un governo degno di questo nome a quella gente. Jesesigof era nato nel 2055, a guerra finita. Le forze nemiche erano limitate a piccoli gruppi armati, nessuno poteva più far soffrire l'essere umano. Da nord a sud, da est a ovest: tutti i soldati del mondo erano Armata Rossa. In quel domani luminoso ogni uomo era libero, la bandiera sovietica sventolava sui pennoni di ogni città. Tutto era spartito in modo equo; enormi mense comuni, istituite in capannoni prefabbricati, fornivano al popolo il bene primario. Numerosi erano i "Centri di distribuzione", uffici il cui compito era fornire tutto ciò che serviva al popolo, nelle quantità giuste. Il denaro, vile e fomentatore d'odio, non aveva più senso di esistere. Tutti erano davvero felici, anche perché non esserlo era reato punibile (giustamente) col gulag. E invece qui cosa doveva vedere? Un imperatore, capo religioso e assoluto, una vera follia retrograda. Il sangue che gli colava negli occhi lo riportò alla realtà. Sotto il casco con la stella rossa gli avevano incastrato qualcosa, era una sorta di corona d'acciaio, costruita in modo che le sue spine gli toccassero l'osso del cranio. Guardo giù: la folla era inferocita, lo avrebbero voluto linciare. La sua saliva mista a sangue gocciolò sul terreno sottostante, dove soldati con armature bronzee e gladi luccicanti contenevano la folla. Jesesigof guardò i volti di quegli inferociti, gente che avrebbe voluto aiutare in qualche modo. A perdita d'occhio poteva scorgere volti conosciuti, persone che lo appoggiavano, altre che lo avevano disprezzato. Adesso erano tutti insieme, ebbri del suo sangue, ad inveire verso di lui. Nessuno aveva scelto di morire con lui, per la causa, era solo.Sentì un dolore fortissimo, come se gli avessero troncato tutte le costole, uno schizzo di sangue gli bagnò il volto. Un fiotto di sangue cadde sul terreno con un orribile e sordo rumore, urlò flebilmente. Una gelida lama di pilum gli aveva trapassato il costato. Sentì un bruciore mentre contorcendosi vedeva di sbieco il volto del sadico soldato che gliela aveva sferrato. Pensò a Dio, un Dio proibito sulla terra, era diventato un debole a cercarlo proprio adesso: la paura della morte. Il suo cuore batteva all'impazzata. Chissà se si ricorderanno di me, pensò, se per la mia mania di potere e giustizia sarò ricordato, magari vergato per sempre in qualche testo sacro. Chissà se un giorno si faranno guerre e persecuzioni in mio nome. Sentì un rumore troppo familiare, le navi da sbarco stavano rompendo la barriera del suono, alzò gli occhi al cielo: tutto era annebbiato, ma come non riconoscere le scure sagome stagliarsi sul rosso cielo mattutino...oramai stava morendo. Fece tremante un sospiro coi polmoni che gli bruciavano, lacrime di sangue gli solcarono il volto. Con le sue ultime forze, resistendo al dolore, prese aria per gridare. Guardando le tetre navi della terra urlò con tutto il fiato rimasto: « Stalin! Perché mi hai abbandonato? ». Vomitò a terra il suo ultimo fiotto di sangue, e mentre tutti guardavano il cielo, il suo cuore esplose.

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No. 2602 hide watch quickreply [Risposta]
Ciò che segue è un mio scritto personale, ho incominciato a scriverlo dopo aver visto Deadman wonderlan(Anime e manga) è solo un'intro, un "primissimo capitolo" Sono gradite opinioni e consigli e se piace potrei postare in futuro anche le restanti pagine di un progetto mai finito e in continua evoluzione.

Iniziò tutto il 3 dicembre 2055 quando il Dottore mi trovo, per caso, fra le strade della Vecchia Londra. Ero fra due cassonetti, ricoperto in fogli di giornale, quella notte svenni dal freddo.
Ripresi i sensi mentre ero in spalla a un uomo, stavamo varcando la soglia di una villa, un edificio di appena due piani in stile Neo Barocco, poi ricaddi nel sonno più profondo.
Mi svegliai di soprassalto, e un panno umido mi cadde dalla fronte.
“Ti sei svegliato, finalmente!”
Ancora un po stordito domandai:“Quanto ho dormito?”
“Un giorno intero.” mi rispose.
“Wow! mai dormito così tanto” Dissi ostentando una vena di allegria.“...Ma che ci faccio qui?”
Incominciò il discorso con con l' auto-lusingarsi, pensai subito fosse uno strano soggetto.
“Per fortuna che ci sono ancora persone come me, che si fanno la loro bella camminata per mantenere il loro corpo in forma, altrimenti col cavolo! Con quelle nuove navette... com'è che si chiamano... le ZT-43, col cavolo che si fermavano a prenderti, con quella tecnologia a spinta magnetica vanno troppo veloci per accorgersi di qualcuno per strada”
“Quindi lei mi avrebbe portato fin qui in spalla?”
Avreste dovuto vederlo, con quel camice bianco, i pantaloni un po' larghi color cioccolato, sembrava uno sfigato qualsiasi eppure, come se aspettasse la mia domanda si strappò letteralmente i vestiti di dosso. Letteralmente. Dando così scena ad un fisico palestrato che farebbe invidia a molti.
“Visto che magnificenza?!” Si mise in una posizione che non saprei descrivere, sembrava una di quelle statue greche che vedevo da bambino nei libri di storia.“Non te lo saresti mai aspettato vero?!”
“A dire il vero, non mi aspettavo che facesse a brandelli i propri vestiti.” Ci fu un attimo di silenzio, dopo di che prese i vestiti e se ne andò. Provai ad alzarmi ma non ne avevo le forze. Poco dopo mi preparò uno spuntino, visto che mi portò anche del thè penso fossero circa le 5:00 p.m. Si sedette su una poltrona posta ai piedi del letto, e come vide che incominciavo a gustarmi uno dei biscotti incominciò a raccontarmi la storia di quell'enorme casolare: “Questa casa vale ormai talmente tanti soldi che se ci fosse un'altra Grande Guerra potrei comprarmi i soldati di tutte e due le fazioni.” Non si è neanche presentato e incomincia a raccontarmi la storia di casa sua? Ma che razza di gente c'è in giro?!
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No. 2581 hide watch quickreply [Risposta]
In quel momento, Ashwell provava l'impressione di non essere più lui a dirigere quel ballo.
Il martello ormai seguiva le sue scie, le sue traiettorie, scaricando la sua potenza distruttrice in posti apparentemente decisi in modo completamente autonomo.
Tutto quello che il Cavaliere del Porco potesse fare era rallentarne le rotazioni, cercando di trattenerlo con il suo peso e con la notevole forza delle sue braccia.
Nonostante ciò, Ser Longsight era riuscito ad arrivare intero sino a quel momento.
Due colpi incassati sullo scudo, un'infinita schivati completamente, ed addirittura un colpo di striscio inferto all'incavo del braccio, passando attraverso la cotta di maglia con la sua maledetta alabarda, era più di quanto qualsiasi suo avversario potesse sperare di ottenere.
Ashwell sapeva bene che il suo avversario non era da sottovalutare, le due teste di lancia incrociate, disegnate con maestria sullo scudo di Longsight, gli ricordavano in ogni momento la fama del cavaliere nemico.
Dentro il grand'elmo, il suo fiato si era ormai condensato in una miriade di gocce d'acqua, la sua barba ispida e le sopracciglia completamente fradicie gli davano difficoltà a respirare e ad osservare l'ambiente circostante come avrebbe voluto.
Era certo che dall'esterno i lord e le dame che assistevano alla tenzone, stessero avendo modo di osservare "il cinghiale furioso", il tratto della sua persona di cui più si narrava nelle canzoni dedicate alle sue gesta.
Il sudore e il fiato, difatti, stavano ormai colando al di fuori del suo elmo a forma di testa di cinghiale, dando così l'impressione che fosse l'elmo stesso a sbavare, furioso di rabbia come il cavaliere che protegge.
"Ser Longsight", gridò, mentre l'altro era ancora nascosto dietro lo scudo ancora vibrante dell'ultimo colpo di maglio, "non pensate sia il momento di ritirarvi da questa tenzone? Non credete che la vostra vita valga più di un pugno di terre, qualche troia ed un mulino?".
La risposta non tardò ad arrivare, ma non furono parole a rispondere alla provocazione di Ashwell, non ci fu nemmeno un suono se non un sibilo penetrante, terribilmente simile a quello di un serpente.
La punta dell'alabarda era scattata in pochi istanti dalla posizione di guardia appena fuori dallo scudo al gabbione del Porco, trapassando con facilità il surcotto e scalfendo la placca di metallo sottostante, e altrettanto rapidamente il braccio del lanciere venne ritirato alla posizione neutra.
"Lungamano! Vedo che il vostro soprannome non è stato scelto a caso! in ogni caso, le vostre possibilità contro un avversario bardato in armatura pesante sono alquanto misere, e lo sono ancor di più quando il vostro avversario vi è a tal punto superiore.", continuò il grosso cavaliere armato di martello.
"Voi non siete superiore a nessuno, Ser Porco, dovreste rendervene conto dal momento che siete voi l'unico a sanguinare e sbavare come un animale malato", fu la risposta che giunse da dietro lo scudo prima che il pensate martello vi si abbattesse con fragore di tuono, mandando schegge di legno pittato in ogni dove.
"Vi ho portato rispetto, ser, vi ho dato la possibilità di ritirarvi e voi mi ripagate con lo scherno? Siete forse un fattore o un villano qualsiasi per rivolgervi in tal modo ad un cavaliere vostro pari? Nessuno vi ha insegnato a portare rispetto?" urlò Ashwell cieco di rabbia.
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>> No. 2584
>>2583
Grazie mille per la critica, è esattamente quello che speravo di ottenere postando.
Terrò a mente i tuoi consigli.
>> No. 2589
>>2583
credo volesse trasmettere un modo di esprimersi da racconto epico; se così non fosse vale il tuo consiglio, durante un combattimento è difficile che si diano del lei.
il resto mi è sembrato molto buono.
tutti quei punti a capo hanno un po' spezzato il ritmo ma potrebbe essere un problema mio.
>> No. 2590
>>2589
Ad essere preciso era una gara di scrittura con un amico, ci diamo un tema, due ore di tempo limite e un limite di 1000-1200 caratteri circa.
È una cosa che mi piacerebbe fare anche con gli altri /scr/ibacchini se solo non ci trovassimo in una board morta.
Grazie anche a te per commento e critica, lavorerò anche sul ritmo della narrazione.
>> No. 2591 SALVIA!
>>2590
ovviamente intendevo PAROLE al posto di caratteri, salvia per me.
>> No. 2592
>>2590
ce l'avevo con i punti e accapo, non col ritmo della narrazione in sé, comunque figurati!
la tua idea mi piace molto ma siamo in 3 a scrivere qui.
se mettono i cancelli rimanete in 2


No. 2579 hide watch quickreply [Risposta]
E’ buio. Troppo buio, e nella bocca ancora sento vivido il ferreo sapore del sangue.
La Padrona non ha esitato affatto con quegli schiaffi. Ho sbagliato, ho meritato la mia punizione e Le sono grato per ciò che mi ha donato. Non è il dolore fisico quello che davvero fa male. Ciò che mi attanaglia le viscere è la lontananza da Lei, il silenzio dato dal Suo non proferire parola, ed il buio… oh, tanto sublime quanto letale. E’ vero che il suono più assordante, talvolta, è il silenzio stesso.
Sono nudo, c’è freddo in questo minuscolo stanzino in cui la Padrona mi ha relegato per punirmi, ed ancora la ringrazio per questo dono che accetto volentieri e umilmente. Lei ha avuto l’idea di incatenarmi per bene, al punto che il freddo metallo non mi concede la possibilità di stendermi o sedermi. Posso stare unicamente in ginocchio di fronte alla lignea porta serrata che mi si para innanzi.
A capo chino lascio che i miei pensieri siano rivolti a Lei, ai Suoi piedi sublimi, a quel sorriso dominante e malizioso e a quel Suo sguardo penetrante che non mi è dato incontrare, se non rare volte. Le ginocchia ormai sono coperte di lividi. Da quanto tempo sono in questa posizione? Un giorno? Due? Non ricordo, e nemmeno voglio ricordare. So che me lo merito, e questo basta.
>> No. 2587
lòl, carino


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