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Modalità catalogo
Nessuno

R: 15
Larga la foglia
Stretta la via
La mamma di pepino
Batte per la via
Nessuno

R: 21
A quarantasei anni suonati, pepino va finalmente da suo padre e gli dice "babbo babbo, ho finalmente perso la verginità, non sono più mago!"
"Ah, pepino, era ora, cominciavo a temere fossi frocio! E com'è andata?"
"Bene, bene, però mi brucia ancora il culo"
Nessuno

R: 1

un chatbot che impara da voi

volevo condividere con tutti voi che c'è un chatbot che mi ha tenuto sveglio tutta la notte: www.metaquid.com/chatbot-it
mi sono stancato prima io di lui, o per meglio dire di lei ...
Nessuno

R: 0

blog

https://lellone.wordpress.com/lamore-dei-dattilografi/
Nessuno

R: 25

Haiku

Ho pensato di proporre un gioco di haiku.
vediamo cosa esce fuori.
ci si può dare un genere di base o lasciar scorrere le parole.

haiku è un tipo di poesia giapponese simile a una “pittura con le parole”. Ha uno schema di 5+7+5 sillabe ed è molto amata e praticata da tutti i giapponesi. E anche da molti non giapponesi, in effetti.

alcune mie preferite :

senza far rumore,
nella pianta di risso
s'insinua il bruco

Hattori Ransetsu

il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la luna

Masahide

la prima neve
la terra già vellica.
Luna di canne

Yosa Buson
Nessuno

R: 0
Caspita che board del cazzo e della merda :3
Nessuno

R: 1
postate la citazione più bella o di impatto che avete mai letto
Nessuno

R: 0

Salve /lit/

Quest’estate vorrei leggere il Faust di Goethe ma prima di comprarlo mi è venuto un dubbio. Secondo voi qual è la traduzione italiana migliore ? Pensate che l’edizione della mondadori per plebei faccia onore a questo capolavoro?
Nessuno

R: 1
Assalimi, deludimi, reprimimi, guida il silenzio delle mie conformazioni che ti danno il consenso giorno dopo giorno di irrompere con spavalderia, tendere la mano fredda e bruciarmi col tuo cuore. Non è il focolaio di una casa tra la neve.
Mi sveglia, direttamente, perpetuamente, bruscamente e gradualmente sempre la stessa storia.
Alimenta il malore interno, bramo per la misericordia pur essendo io un testimone protagonista. Mi istigano, tutte queste voci, tracciano il cammino in fondo alle scale, chissa se perseguirlo allieverà i miei dolori. Hanno una diversa natura ma parlo rappresentando un unico mondo. La mia penna è appendice.
Bravissima a diffidare i vertici, gli attori e le comparse ma sorge la fanciullezza insieme all’istinto, e credo a Lucifero.
Il rumore dei miei tentativi non è abbastanza, non li riesce a coprire o farmi notare, non riesco a rimanere inerme.
Gli occhi bruciano ma queste lacrime no sanno spegnerli.
Posso parlare di ieri? Sarà domani, un altro giorno?
Come faccio a eludere questo scempio?
A liberarmi dalle catene?
Mi cucisti l’abito da vittima su misura e nei periodi tristi non sopporto stare scomoda.
Nessuno

R: 1
Pochi giorni dopo era la mia diciasettesima vigilia di natale e con ancora le nocche sbucciate mi ritrovavo davanti ad un portone di un condominio, mentre mia madre strisciava la faccia sul citofono per farsi sentire due piani di sopra. Il cielo era terso come se avesse qualcosa da nascondere, aveva lo stesso colore del marciapiede. Superato un vecchiotto portone in vetro opaco e ferro arrugginito qua e la entrammo nell'edificio in fila indiana. Il 'Tac Tac' dei suoi tacchi echeggiava in tutto il vano scale mentre io la seguivo, mentre mio padre si guardava le scarpe e la seguiva.
Scale piastrellate in finto marmo, le pareti erano di un bianco intenso, pulito. C'era un corrimano in legno nero alla quale mia madre si aggrappava saldamente mentre saliva le scale quasi una gradino alla volta, come una bambina, per non slogarsi le caviglie. Non feci in tempo a vederla combattere con gli ultimi cinque gradini che la separavano dal secondo piano che già uno sciame di voci, urla e saluti si univano al ticchettio dei suoi passi. Voci familiari, calde. Saluti, abbracci, baci, uno a destra e uno a sinistra. Come in chiesa per la comunione, uno alla volta, abbracciavamo, salutavamo e baciavamo, poi ancora, abbracciavamo, salutavamo e baciavamo. Sembrava una danza, la loro speciale danza della felicità. Quell'anno, la madre di mia madre, che ancora chiamavo nonna, aveva fatto il presepe subito dopo l'ingresso su un elegante ed antico tavolino ad altezza ginocchio. Ricordo che era incantevole. Muschio raccolto al parco che fingeva di essere erba. Anatre e oche in plastica dura appoggiate su un foglio di carta stagnola mentre recitava la parte di un piccolo laghetto. Le graziose statuette dipinte a mano erano minuziose e ritraevano ogni particolare anche se prese da set diversi. Alcune erano più grandi, altre più piccole, sproporzionate tra loro. C'era il fabbro, il pastore, il calzolaio ed il contadino. Il muratore, il macellaio, l'arrotino, c'era pure il sarto. Ognuno era appostato all'esterno della sua casetta, proporzionata a seconda del mestiere. Ricordo che l'abitazione del pastore era il proprio gregge che gli pascolava tutt'intorno allegramente. I tre re magi, appoggiati saldamente tra una gobba e l'altra dei loro cammelli fissavano la sacra capanna mentre un bue e un asinello di plastica riciclata riscaldavano i sacri genitori. In mezzo, al centro di tutto, la più steriotipata mangiatoia riempita di paglia in fibra sintetica ospitava il piccolo ed appena nato Gesù bambino. Un grande foglio di carta ritraente una notte stellata appiccicata al muro subito dietro al presepe rendeva il tutto così realistico che quasi mi spaventai. Subito dopo, superato un'arco ricavato da quello che una volta era un muro, c'era la cucina, con pentole e padelle di ogni dimensione appoggiate sui fornelli. Un legno chiaro, probabilmente acero, ricopriva la prima metà di ogni parete ed una semplice e sobria carta da parati a linee nere verticali rifiniva il tutto. Queste rette, lievemente ornate, salivano su fino al soffitto bianco come appena verniciato. Forse lo era davvero, appositamente per l'occasione. Un tavolo gigantesco posto al centro occupava quasi completamente la stanza, lasciando poco più di mezzo metro dal muro, come un piccolo corridoio per permettere a mia nonna di servire il pranzo girandoci intorno.
Il tavolo enorme era già aperto ed apparecchiato, una quindicina di posti in tutto. Una enorme tovaglia a fiori stilizzati ricopriva il legno della sua superficie. Un piatto piano sotto uno fondo, una forchetta alla sinistra di ogni coppia, un coltello ed un cucchiaio alla destra. C'era un tovagliolo di stoffa, sempre decorato con tulipani e garofani stilizzati, ripiegato dentro ogni bicchiere ed al centro una modesta verietà di bottiglie di vino. Una piccola giornata di paradiso e sorrisi, un pretesto come un altro per abbandonare ogni cosa e mangiare, salutare, abbracciare e baciare.
I genitori di mia madre, i suoi fratelli con le loro mogli, le sue sorelle con i loro mariti ed i figli, i figli di tutti, fino all'ultimo ramo dell'albero genealogico. Ognuno proveniente da un paesino differente o una grande città poco distante, come tanti re magi nella capanna di chi tutti li ha generati, o quasi.

Poco dopo la nostra entrata tanto gioiosa quanto sterile eravamo tutti seduti a tavola, sorrisi a trentasei denti in ogni angolo della stanza che cominciava ad essere claustrofobica. <<Niente carne nemmeno a natale per l'hippie della famiglia?>> chiese mio zio dall'altra parte del tavolo mentre uno scroscio di risate rimbalzava da una parete all'altra intontendomi. E' strano ricordarmi di me quando ancora mi facevo scrupoli su cosa mangiare e cosa no, quando ancora credevo all'importanza delle scelte. Intanto mia nonna appoggiava al centro un grosso pentolone straripante di brodo di gallina e cappone incandescente. Il vapore arrivava fino al soffitto e piano piano riempiva la stanza al contrario. <<Ho fatto i tortellini ripieni di solo formaggio>> dice la madre di mia madre sorridendo, dimenticandosi delle penne che ha dovuto togliere dall'animale che ha usato per fare il brodo. <<Ci hai fatto diventare tutti vegetariani>> incalza lo stesso marito della stessa sorella di mia madre di prima.
Un omone di grossa corporatura spaparanzato su una sedia cigolante che a malapena lo sorreggeva. Con la mano destra teneva un calice in vetro che si atteggiava di cristallo, riempito a metà di un vino bianco frizzante. Lo sollevava finemente dal gambo usando solo pollice e indice per non riscaldarne il contenuto, e gli occhi semichiusi tradivano in lui una già non troppo bassa percentuale di alcool nel sangue.
Altre risate, tutti si divertivano.
Uno alla volta passammo il piatto fondo alle graziose e un po' tremanti mani di mia nonna che li riempì con un grosso mestolo in acciao inossidabile. Nel giro di pochi minuti c'erano quindici piatti fumanti, uno per ogni individuo. Ricordo le bolle di grasso giallognole galleggiare sulla superficie, la pasta era bianca e sottile, il vapore mi appannava la vista. <<C'è abbastanza formaggio per il difensore dei diritti degli animali?>> chiede a gran voce questa volta qualcun'altro. Come se il formaggio provenisse da grandi capannoni stracolmi di mammelle di donne incinte. La stanza diventava sempre più piccola con il fragore delle risate a scuarciagola e a me sembrava sempre più strano, non faceva ridere. Afferrai il cucchiaio con la mano destra e stavo per incominciare a gustarmi quello che non avrei voluto mangiare, senza troppe esitazioni. <<Per secondo cosa c'è? Rami e fiori secchi?>> disse mia cugina imitando suo padre. Altre risate che quasi fanno sbattere i vetri delle finestre chiuse, che fanno sobbalzare le minestre nei piatti.
Fu più o meno allora che incominciai a sentire un piccolo formicolio lungo la schiena che molto velocemente mi arrivò al collo. Mia cugina fece appena in tempo a finire la frase che il mio corpo si rilassò completamente mentre lo sguardo rimaneva fisso sul mio piatto. Dovevano ancora finire le risate ed io mi tranquillizai senza ritegno. Ogni muscolo si distese e la mia testa disegnò una parabola dall'alto verso il basso, affondando nella brodaglia bollente. Il naso mi si schiacciò contro il piatto e quasi me lo ruppi mentre quella pietanza che sembrava lava mi entrava nelle narici. Ricordo il rumore dei piatti che sbattevano tra loro, messi in movimento dalle vibrazioni violente del tavolo sotto il colpo della mia testa, mentre tutti, improvvisamente, tacquero. Gocce fumanti schizzavano tutt'intorno a me, ungendo il vestito di mia madre, la tovaglia appena stirata. Il dolore intenso della mia pelle che bruciava sarebbe arrivato poco dopo ma io, in apnea, inarcavo le labbra a formare un grande e sincero sorriso.
Nessuno

R: 1
Fin da piccoli abbiamo sempre avuto l'idea di una creatura angelica, una creatura stupenda, dolce, bisogna aver cura di lei, fare figli, sposarsi, andare a prendere un gelato nel lungomare a jesolo. Vedere tutto questo coi propri occhi, viverlo, scoprirlo. Vedere lei che fa casini con i genitori per poterti portare a casa sua, e, con la paura che ritorna il padre, levarti la maglia e cominciare a scopare, fino al godimento di entrambi, il sangue che fuoriesce da quella fighetta appena sverginata.
Questa è l'aspettativa di un ragazzo che sogna questa vita, illusioni ed esperienze che si frantumano già verso i 15 anni, quando si capisce che forse quell'esperienza descritta non la si vedrà mai, o forse sì: ma dopo, si pensa.
Dopo, forse ora non sono attraente, ma dopo lo sarò, e dopo finalmente potrò vivere quell'esperienza.
Cazzate. Dopo non cambia un cazzo.
E il cazzo non entrerà nella figa quando lo si vorrebbe per davvero.
Ed ecco che ripartiamo al concetto fondamentale: le donne. Le vediamo come creature angeliche fin da piccoli, come biondine carine cui condividere tutto, amarsi, divertirsi, stare sul divano a vedere un film.
La verità è che sono tutte cazzate.
La donna non è altro che un animale, assetata di sborra. Ma più che assetata di sborra, è assetata di potere.
Fin da piccoli lei cerca in tutti modi di trovare il migliore degli animali dell'asilo, tra i mostricciattoli dei bambini dell'asilo cui ne si fa parte lei cerca lì il più carino, quello che trasmette di più, quello con più figurine e plastichine.
Tra quei bambinetti finalmente lo trova, uno bello e con lo status da "re delle figurine".
Parte tutto da un bigliettino: ti vuoi mettere con me, piccolo?
Il bello bimbo arrossisce, e poi esclama si.
La bambina per la prima volta ha in mano il potere del maschio, del pisellino del bambino. Ancora non può essere penetrata, quindi comincia a baciare le labbra del bimbo.
Il bimbo arrossisce, lei pure. Ma è solo l'inizio piccola, col tempo diventerai sempre più malvagia.
Col tempo la bambina cresce, comincia la pubertà, i primi peletti nella fighetta e i complessi sul perché non è alta o ha le tettine come le compagne di classe. Si incazza con la madre, madre, perché non mi sono venute le mestruazioni?
Piccola arriverà il tuo momento.
Lo spero mamma.
Il momento arriva, mentre guarda la maestra spiegare le tabelline sente un piccolo dolore. La vagina si sta svegliando. Un po' di sangue.

Che mi succede sento il sangue, la mia fighetta sta cominciando a bagnarsi, oh dio, sto per morire.
No cazzo, non sto per morire, sono finalmente diventata donna.
Mamma, sono donna.
Brava piccola, ora puoi essere troia.

Dopo la prima mestruazione la ragazza comincia a giocare con la sua fighetta, cazzo, è enorme, può entrarci anche la mano.
Eppure sembra piccola. E' elastica, che figo quel modello in pubblicità, oh, ma sto buchino crea eccitazione, ora mi tocco, mi tocco leggermente il mio clitoride e le mie labbra.
Marta, amica mia, oggi mi sono masturbata per la prima volta.
Lo vedevo, lo vedevo da lontano, nono Marta, non era con me, era in televisione.
Ma volevo averlo con me quel modello in tivu', volevo averlo con me...
Calmati, lo avrai con te. Vedi a scuola c'è un ragazzo. Si chiama Marco. Marco è bello, è alto e muscoloso, a volte ti guarda.
Mi guarda davvero?!
Si, lui ti guarda. Ti guarda perché sa che potresti essere interessante
Cazzo, cazzo, cazzo, fantastico! Vorrei il suo cazzo. Devo trovare un modo di contattarlo.
Nell'istituto scolastico Marco, pieno di addominali e completamente sbarbato, viene fermato da lei. Ciao Marco, mi chiamo troia, molto piacere. Piacere mio. Sei simpatico. Sai, ti ho già notato varie volte.
Inutile dire come va la situazione.
Escono, e nasce una bellissima storia di amore.
Lei torna in classe, con una borsa che marco ha regalato lei grazie allo stipendio del padre, una michael kors 2009.
Ecco la mia borsa, ragazze, me l'ha regalato il mio ragazzo.
Cazzo, oltre ad essere bellissimo ha anche grandi gusti
Ma dietro, dietro a tutto questo, dietro questo mondo fatto di bellezza e scopate di coppia, da lontano, c'è qualcuno.

Qualcuno che osserva.
Qualcuno che si sega su la ragazza di questa storia, che si chiama Francesca.
Costui si chiama Brutto. Non ha un nome. Non ha un identità. Fondamentalmente non vale un cazzo.
Costui osserva la borsa di Francesca da lontano, e comincia a pensare "chissà se dentro ha i preservativi Francesca", chissà.
Forse li possiede, forse no, ma io credo che li possiede. Chissà come urla quando scopa con Marco. Non mi calcola. Per lei io non esisto.
Io per lei esisto solo nella masturbazione. Al cesso, completamente nudo e col cazzo in erezione Francesca esiste. E' davanti a me, in perizoma, che mi guarda. Ma io non ho belli occhi, perché mi guardi, Francesca?
Perché ti stai segando pezzo di merda, io non fare mai sesso con te, non esisto, sono della tua mente, io mentre tu ti stai segando sto scopando col mio ragazzo, Marco.
Ok allora rimani Francesca, rimani ancora, rimani solo per un altro pochissimo tempo, perché sto arrivando. Sborrerò al cesso, ma te fai finta che sborro su di te, ok? Ok ho sborrato, ora pulisco.
Il brutto pulisce il cesso, ma le macchie di sborra rimangono. La sborra contamina il cesso, il brutto comincia a pulirla, rimane nei fazzolettini sporchi; il brutto li mette sul lavandino, dopodiché va su Facebook, Francesca è ancora fidanzata con Marco, ma cazzo, mi sono appena segato su di lei, come cazzo è possibile? Cazzo che figa questa, ora mi sego, mi masturbo, voglio sborrare, ok, ho risborrato, mamma mia sono 3 per oggi, eppure vorrei davvero scoparle le fighette, basta pippe: che ho fatto di male per non scopare? Questo è quello che si chiede il brutto.
Francesca scopa, il brutto sborra sul cesso, Francesca si fa venire in bocca da marco, il brutto sborra sul cesso, Francesca si fa venire in bocca, il brutto sborra sul cesso, Francesca prova l'anale con marco , mamma oggi mi fa male la testa, che succede Brutto? mamma non mi sento bene, non è la vita che vorrei questa, io voglio lei, ma sono BRUTTO, calmati, che cazzo stai dicendo? spostati mamma, mi getto dal balcone
suicidio a venezia: ragazzo 17enne si suicida per motivi sconosciuti

E' una storia realmente accaduta, io l'ho solo trascritta cercando di immedesimarmi entrando nel cervello della troia e del brutto.
Da piccoli credevamo che davvero potessimo stare con lei e vivere una vita fatta di abbracci e amore. Tutto questo non esiste, o forse, non ha motivo di esistere. Nel caso si trovasse una ragazza cui vale la pena rischiare la propria sanita mentale, devi essere il top del suo mondo, il top del suo giro di amicizie, se sei leggermente più debole di lei ti schiaccia come uno scarafaggio e ti butta via come la merda, oppure entri in stanza, dal ritorno del lavoro, e la vedi a gambe aperte con un palestrato alto 1.91 cm, osservando l'orrore.
Non c'è futuro, non c'è potere, un brutto se vuole finirla dignitosamente o fa la fine del Brutto della storia, oppure cerca in tutti i modi di costruirsi uno status tale da diventare il top del suo mondo.
Nessuno

R: 0
Il Re discuteva con il suo stregone Ghedt della faccenda sui monti Wender, dove la situazione stava sfuggendo di mano. Era il crepuscolo, la stanza del trono era illuminata da un raro cristallo magico al quale interno era imprigionata, eternamente e inesorabilmente, una forte fiamma gialla che grazie alle sfaccettature omogenee e perfette illuminava tutt’intorno.
“Cosa avrà mai voluto dire?” disse il Re con aria pensierosa, poi riprese:
“Il messaggero è stato chiaro: <sire qualcosa è caduto>. Cosa ci aspetta mio fidato Stregone, cosa è caduto e cosa intendeva per ‘’il male si è impossessato della natura? Come può la tua saggezza illuminarmi?”
“Bisognerebbe mandare qualcuno ad ispezionare cautamente la zona. Di chi possiamo fidarci, mio Re? Non dimenticate, sua altezza, che il messaggero è morto pochi istanti dopo il nostro incontro. Una delle guardie mi ha riferito che era stato colpito da una freccia avvelenata poco prima di entrare in città. Esaminerò il corpo, e forse vi saprò dire di più.”
“Così sia.” Rispose il Re congedando lo stregone accompagnando l’ordine con un gesto.
Lo stregone si inchinò tenendosi con la mano destra al bastone di scuro legno che all’estremità superiore avvinghiava una grossa pietra rossa come una pianta rampicante avvinghia l’estremità di un cancello di ferro. Nell’istante in cui Ghedt rialzò il capo notò la variazione di intensità di luce proiettata sulle pareti dovuta alla lenta rotazione costante del cristallo ottaedrale sospeso in aria che illuminava la stanza. Sorrise, e uscì.
Nessuno

R: 0
Bastano le immagini mi dicono sempre tutti a lavoro. Le parole, le scritte: non fanno più parte di quello che la gente vuole vedere. Se vuoi ideare un ottimo spot televisivo devi far divertire gli spettatori, oppure umiliarli. Qualcosa di eccitante o semplicemente di esagerato. La cosa importante è che trasmetta emozioni forti, non importa di che tipo. L'importante è che la gente si giri per guardarla e ne parli con gli amici, che ne rimanga scandalizzata, confusa e perché no, anche offesa. Una bella ragazza e poi il tuo logo, qualcuno di famoso con le scritte giuste sulla maglietta, un grosso pene e poi il tuo marchio. Non deve essere troppo lungo, deve essere l'imbarazzo di un secondo, lo stupore di un momento e il tuo cervello lo memorizza immediatamente. Le immagini sono importanti, i simboli. Le persone non sanno nemmeno pronunciare la parola Volkswagen ma basta il logo per aprire un mondo nelle loro teste. Il lato più divertente di tutto questo è guardarli, scrutarli bene, suddividerli. Questi super-uomini dell'età moderna. Vederli tutti impettiti mentre dimostrano a loro stessi di essere intramontabili. I più sagaci della folla, quelli più alti, fini. Gli "idioti" li chiamiamo noi. Quelli troppo impegnati a lavorare per dare retta a una trovata pubblicitaria e quelli civili. Ci sono poi quelli che non indossano mai jeans troppo blu e non dicono mai cose semplici e banali, gli "inarrivabili". Basta il semplice logo di una carta di credito sul piattino che il cameriere ti porta per pagare il conto, per aumentare in modo significativo le mancie lasciate. La mente umana è suscettibile in così tanti modi diversi che c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vederli camminare, inciampare, osservare la folla nel suo habitat naturale. I grandi magazzini sono i nostri libri di studio. Si muovono in gruppo. Ci sono quelli piccoli: le coppie, le famiglie e i cerchi ristretti di amici. Ci sono poi quelli grandi, composti da una decina massimo ventina di individui che di individuale non hanno niente. I grandi gruppi di amici che vanno al cinema, una scolaresca in gita, una cena per un matrimonio, una rimpatriata con i vecchi amici delle elementari. Tutti bersagli, ognuno con il suo obiettivo, ognuno, nel suo piccolo, a formare il grande gruppo, quello definitivo: la folla. Le vendite di alcune categorie di prodotti sono proporzionali alla grandezza dell'edificio in cui sono venduti. I mercati non erano grandi abbastanza, ora sono "super". Ogni trovata ha il suo personale target. Ci sono le grandi insegne per il grande pubblico ed i piccoli cartelli per i singoli. Sono come segnali stradali per gli automobilisti, siamo come una guida spirituale per masse incoerenti, siamo l'ordine nel caos dell'idiozia.
Ma tutto questo è ormai banale.
Ethan dice che siamo i migliori del palazzo al momento, questo forse è quello in cui vuole credere. Lavoriamo in coppia: il grande capo ci da in mano un progetto al mese, anche di più nei periodi migliori. L'ultima nostra trovata è stata piazzare un razzo nel culo di un furgoncino per trasporti. Uno spot di neanche un minuto per una ditta di consegne. Ci hanno pagato in anticipo e gli uomini del grande capo non si sono nemmeno sbattuti per guardarla prima. L'hanno spedita in onda con la stessa velocità del loro furgone spaziale.
Descriviamo gli interni degli edifici, li rendiamo emozionanti, interessanti. Suscitare curiosità è semplice indipendentemente dall'età dell'individuo. Decoriamo squallide pareti bianche utili a nessuno. Trasformiamo lo spazio in soldi, trasmutiamo il tempo in denaro. Il vostro spazio ed il vostro tempo. Creiamo scelte da grandezze fisiche fondamentali, siamo gli scienziati delle vostre decisioni. James McDonald Vicary fu il primo a provarci. Gli bastarono alcuni millesimi di secondo durante la proiezione di un film per incrementare sensibilmente la percentuale di vendite di pop corn. Un mago della fisica: trasformò, prima di qualunque altro, un lasso di tempo superfluo ed insignificante in denaro sonante.
La "gente" la chiamiamo io e Ethan. La stessa gente che non entra in un negozio vuoto ma che è ben felice di strisciare lungo il pavimento di uno già troppo affollato.



La stessa gente che compra ombrelli solo quando piove. La gente, le nostre madri, i nostri padri, i nostri futuri figli, noi.
Nel 1896 in Texas una compagnia ferroviaria simulò uno scontro tra treni al solo scopo di pubblicizzare la società. Furono ben cinquantamila le persone annoiate che andarono a vedere. Morirono in due.

Pranzo ed aspetto Ethan al ristorante. Ho preso un panino che sembrava invitante dietro la vetrinetta. La cassiera era così carina che non potevo guardare e poi andarmene via. Un'ottima strategia per posti del genere è evitare di far lavorare brutte ragazze. Con un solo morso mi sono reso conto di quanto un semplice panino possa fare schifo. Ne è valsa la pena, perlomeno la dolce fanciulla mi ha sorriso amorevolemnte. Ethan arriva con la sua giacca malconcia e senza dire una parola si siede di fronte a me, io accenno un sorriso. Mi guarda in faccia per alcuni secondi poi mi prende il panino dal piatto e gli da un morso.
<< Questa roba fa schifo >> dice Ethan con la maionese che gli cola da un angolo della bocca.
Lo so, gli faccio, ma guarda la cassiera. Non so perché ma ci siamo sempre capiti al volo, io e Ethan.
<< Quindi oggi si studia >> fa Ethan rubando un'altro morso al mio pranzo. Il tavolo si affaccia su un balcone interno del centro commerciale. Dobbiamo lavorare su un'insegna di un take away indiano. La sua specialità sono i kebab. Difficile ideare qualcosa di originale per cose così banali. Il posto si trova di fianco ad un bar, uno di quei bar moderni, in cui quasi tutto è fatto di vetro, un bel bar. Il nostro cliente invece ha un posto da fare schifo, difficile capire come possa permettersi il nostro lavoro. I menù sopra le casse sono vecchi e sbiaditi e la cucina è a vista. Da quì, al primo piano, seduto al tavolo, si riesce a vedere tutto l'interno della grande entrata dell'edificio e la giacca strappata di Ethan appoggiato al balcone che osserva la folla.
<< Hanno detto di fare in fretta qui amico >> mi fa senza alzare i gomiti dal corrimano. << Abbiamo qualcosa di più importante da fare che vendere carne rancida >>. La sua giacca strappata era più grigia del solito, aveva più polvere del solito. La cameriera mi accenna un sorriso forzato e mi porta via il vassoio da sotto il naso e io ho ancora fame. Che diavolo, ho appena mangiato mezzo panino da far schifo e mi becco pure la sua accondiscendenza.
Dico a Ethan di andare a mangiare qualcosa dal cliente.
<< Io non mangio quella roba e non dovresti nemmeno tu >> mi fa secco.
<< Che ne dici di un kebab a forma di razzo? Alla gente piacciono i razzi, no? >>. Gli dico di lasciare stare i razzi ancora per un po' di tempo e la cameriera mi accenna un'altro sorriso mentre riordina il tavolo davanti al mio.
<< Vedi quella? >> mi urla Ethan indicando una signora al piano terra.
<< A quella non dispiacerebbe un razzo in bocca, credo non ci penserebbe nemmeno un minuto se vedesse l'insegna che ho in mente >>.
Nessuno

R: 0
Era stato tutto estremamente facile.

Non era una questione di andare controcorrente.
Era una questione di seguirla.
Ed indirizzarla con una mano ferma nell'ombra. Adattarsi, sopravvivere e dominare.
Aveva saputo fin dall'inizio che sarebbe stato destinato a farlo. Una famiglia dalle visioni peculiari, che si allineavano all'estremismo. Crescendo, capiva perché. Ma quando il padre tornava a casa, con la testa rasata bassa, guardando con malinconia una vecchia icona politica, ricordava come già a quella tenera età capiva che era la tattica ad essere sbagliata.

Studiò quello che lo circondava. Il percorso scolastico, indirizzato verso l'opposto di quello a cui il padre credeva.
La facilità di inserirsi in quei gruppi ostentando fedeltà ai loro ideali.
Non era difficile creare situazioni da cui essere offesi - Una parola detta senza pensare equivaleva ad un'occasione per mettersi in mostra, calpestando persone che in realtà non avevano fatto nulla di male.
Piccoli sacrifici che servivano ad un bene superiore.
Grazie a questo era arrivato a farsi ammirare dai suoi nemici - lo riverivano, era diventato la 'voce degli indifesi', l' 'alleato degli oppressi'.
Nessuno

R: 23
Giù in città c'è un club molto esclusivo. C'è quasi in tutte le città, ma bisogna sapere dove cercare.
Se riesci a trovarlo, non t'illudere di essere già a un buon punto. Nonostante sia difficile.
A vederlo, di solito, è una bettola. Passa del tutto inosservato; una porticina di legno scuro, rettangolare, squadrata, pulita, in vicoli che puliti non sono. Un occhio attento nota subito il contrasto, ma non pensare che sia così facile. Bisogna farci un po' d'allenamento.
La cosa veramente strana è che si tratta di un club di appassionati di filosofia. Se la filosofia non ti interessa, puoi anche smettere di leggere queste istruzioni. Non è roba per te. Devi avere una visione d'insieme, capisci. Poesia, arte.
E così all'esterno, dicevo, c'è questa porticina. Fuori, sul muro, c'è sempre una locandina, un'immagine con quattro scritte, che dice quale sarà l'argomento della serata. In realtà è del tutto irrilevante, la cambiano ogni settimana.
Entri, e ti trovi in questa mostra d'arte. Uno stanzone ben illuminato, i quadri alle pareti, persone immobili in giacca e cravatta con le mani dietro la schiena. Qualcuno cammina da un'opera all'altra. Se vedi un giovane con la faccia confusa, è lì lì per uscire. Anche tu dovresti essere confuso a questo punto. Nessuno sta parlando, niente dibattito, niente di quello che ci si aspetterebbe di trovare in un club di filosofia. La maggior parte dei nuovi a questo punto esce, non essendo interessata, o pensando di aver sbagliato qualcosa. O che chi ha messo la locandina abbia sbagliato qualcosa, o il loro informatore. L'informatore è quello che ti parla del posto. Chi lo trova da solo di solito esce subito. Nessuno sa come abbiano fatto i primi, nessuno sa quando o da chi sia partito tutto.
Non importa, dicevo, se però vuoi andare fino in fondo tu devi rimanere lì. Fare finta che sia tutto ok. Ti guardi intorno, e inizi a cercare un'opera. Non c'è un criterio, purtroppo. Dev'essere l'opera della serata. A volte è quella nell'angolino buio a cui non bada nessuno, altre è quella al centro con tutta la gente immobile intorno, in piedi. Dipende da quanto sono buoni i guardiani quella sera.
Nessuno

R: 0
Dopo le palpitazioni, a volte, c'è un momento in cui il mio corpo si ferma. Succede dopo il panico, il parossismo, i metri fatti in circolo nella stanza; dopo le ore a scrutare l'orizzonte chiuso dalle mura, cercando una via di fuga come un animale braccato. Il mio corpo si ferma ma prima non sapeva dove stare, sentiva la gogna e l'onta tremenda dell'occupare spazio, dell'esserci semplicemente. E in questo momento galleggio e sento la paura scivolarmi sulle guance e i muscoli disintrecciarsi. Avverto le onde dietro la mia schiena. Gli occhi lacrimano, non più irrigiditi dalla pressione dell'angoscia. Forse è come si sentono i cavalli stramazzati.
Quando succede torna il ricordo di Chiara che mi mantiene la testa e se la mette sulle gambe, gioca con i miei capelli e sorride.
"Gli uccelli si stancano di volare, come gli uomini di camminare". Quando sarà tutto finito spero di sentirmi così.
Nessuno

R: 1

Soggetto

Ciao a tutti. Scrivervi parte da un'irrequieta voglia di condividere qualcosa con voi(ci tengo a precisare che con "voi" non intendo voi che navigate in questo sito, piuttosto "voi" tutti che leggete questo messaggio) e Diochan, in quanto garantisce l'anonimato di chi scrive, mi è sembrato il sito più funzionale per condividere pensieri di questo tipo. Il bisogno dell'anonimato nasce dal non voler associare queste parole a qualcuno o a qualcosa, ma piuttosto a "nessuno", un nessuno che può essere chiunque: puoi essere tu, può essere lui, possono essere tutti ma soprattutto può essere qualsiasi cosa tu possa concepire, anche qualcosa che non esiste, qualcosa che non c'è, ma nello stesso momento in cui tu la pensi nasce, ed esiste. Ero indeciso sul dove condividere il mio pensiero (ero indeciso anche sul se condividerlo, ma la voglia è troppo forte e non ce l'ho fatta), non sapevo se fosse più adatto questo sito o qualche altro. Poi ho scelto questo. Ho scelto questo perché qui vedo vita, vedo riflessioni, vedo critiche, insulti, immagini porno, immagini schifose, insomma vedo di tutto un pò, ed è proprio di questo che ho bisogno. Lasciando perdere tutto ciò, ora passiamo al dunque. Il motivo per cui ti sto scrivendo deriva dal fatto che penso di aver capito qualcosa, ma ancora non so cosa. Ho visto, toccato, assaporato, pensato una dimensione che ancora non riesco a descrivere, penso che sia un qualcosa di indescrivibile qualsiasi sia lingua con cui te ne possano parlare. Dirai tu: "E a me che cazzo me ne frega a me?" -cit. Lo so. Non so neanche io sinceramente perché ve ne parlo. Ma vi posso dire che è come quando vieni a conoscenza di una cosa allucinante e hai bisogno di condividerla, perché sei troppo eccitato per trattenerti. Come vi dicevo non è una dimensione vivibile con la descrizione scritta della stessa, piuttosto è vivibile unicamente vivendola, e ciò parte dalla nostra soggettività; non puoi concepire o comprendere a pieno ciò che deriva da un'altra persona che non sia te. Ognuno è se stesso, è per questo ci si può solamente limitare ad osservare. La parola più appropriata per definire questa mia sensazione è CONSAPEVOLEZZA. Non so perché l'ho scritta a lettere maiuscole. Mi sa di qualcosa di importante. Comunque per consapevolezza intendo un "essere consapevoli" che riguarda il sapere di essere qui, in questo preciso istante, lo stesso istante in cui io sto scrivendo e tu stai leggendo; due fatti temporalmente sconnessi, che per il tempo in cui tu impiegherai a leggere queste parole, avverranno esattamente contemporaneamente. Esatto, molla le concezioni di tempo e spazio che i Fisici ti hanno fornito, solo per quest'attimo (Attenzione: non sto dicendo di screditarle o quant'altro, sto semplicemente dicendo di non "prenderle troppo seriamente", sii consapevole del fatto che esistono, ma non far in modo che questo condizioni la TUA visione delle cose). Leggi questo messaggio in maniera consapevole, cioè leggilo pensando che adesso sei qui e lo stai leggendo, e non al fatto che potrebbe essere una perdita di tempo farlo o quant'altro, poi se pensi che lo sia molla tutto e ciao, chi sono IO per dirti che tu devi fare una cosa. Tutto questo discorso per farti capire che se fai una cosa, senza avere pregiudizi su di essa ti stai unicamente limitando ad osservare, una cosa che in pochi sanno fare, per lo meno IO ancora non ci riesco, sono troppo ubriaco di pregiudizi e ne sono consapevole, l'ho osservato, cioè ho osservato che penso di sapere troppe cose su tutto ciò che mi circonda ma in realtà non so niente. Un niente che equivale a tutto: Quante cose possono essere niente e quante cose possono essere tutto? Infinite. Ed è qui il succo del discorso. Smetti di pensare per un attimo, sii semplicemente quello che sei un osservatore. I tuoi occhi sono come finestre, come un buco della serratura. Vedi, sì, ma non vedi tutto ciò che è, come realmente è. Ne vedi solamente una minima parte. Vivi esattamente l'attimo che stai vivendo e smettila di dar credito ai pensieri che vagano nella tua mente, osservandoli, razionalizzandoli e capendoli. Ora mi è passata la voglia di scrivere, appena mi riverrà lo rifarò. A presto, forse.
Nessuno

R: 3

Romanzo Rosa: Storia di una persona cringe

Stay tuned
Nessuno

R: 8
Ma quanto fa cagare /scr/?
Una cazzo di board egocentrica, EGOCENTRICA, dove postiamo tutte nostre storie e basta, il resto son fantasmi.
Un po' di discussione, che ne dite?
Discutiamo di più, aiutiamoci, miglioriamoci.
Voglio cominciare io dai.
Cosa significa trama?
Cos'è una buona trama?
Molti credono che una bella trama sia il colpo di scena finale strafigo.
È veramente questo?
Non preferite una successione di eventi che porta in avanti la storia e, soprattutto, che cattura il lettore?
Nessuno

R: 2

Proposta di una storia

Buonasera, ragazzi. Volevo chiedervi un consiglio su una storia che sto creando.
Essa ha per protagonista un ragazzo che decide di iscriversi nella Facoltà di Lettere e ne passa di tutti i colori. Questo è l'incipit della storia, quindi, ovviamente, è ancora incompleto.
Spero vi possa piacere e buona lettura


"Avanti, ragazzo mio, è il tuo momento. Scegli."

Osservo una figura piuttosto anziana: negli occhi ripone grande speranza e determinazione. Sposto il mio sguardo: uno schermo bianco che riporta alcune informazioni e direttive.

Università di Chetone

Studente: Luciano Leone

Potenzialità: Non ancora iscritto

Iniziare nuova pratica?

Bella domanda che mi fai, computer. Ti ho acceso per questo motivo, piantala di cincischiare e fai il tuo dovere; già che mi stai accaldando con le tue radiazioni beta.

...

Però, sei solo una macchina. E come macchina...ce l'hai un cuore? Oppure sei solo frutto di calcoli matematici ed ingegneria di ultima generazione?

Forse dovremmo trattarti con più rispetto.

Clicco sulla finestrella e scorgo nuovi link, tra cui spicca "Domanda di iscrizione a Test di accesso a corsi a Numero programmato".

Eh, sì, buongiorno, vorrei iscrivermi ad uno dei vostri test di ammissione...

Sì, sì, m'inchiummi nel peggiore modo concepibile.

Quanta bontà e professionalità nel dire una frase che esprime la migliore forma concepibile di autolesionismo.

Clic

Nuove parole si presentano nel desktop. Sono le facoltà dell'Università di Chetone e adesso mi tocca scegliere a quale concorrere per ottenere il posto per il corso di studi corrispondente. L'anziano individuo poggia una mano sulla mia spalla.

"Qualunque facoltà sceglierai...sono sicuro che l'avrai ragionata per bene."

E non mettermi pressione pure tu, vecchio. So il fattaccio mio.

Molto bene, vediamo di riflettere su quali possibilità avevo portato la mia mente.

Medicina e Chirurgia

Come Medico potrei diventare un'ottimo professionista del settore. Troverei lavoro all'istante...e il mio reddito sarebbe di tutto rispetto.

Salgo sopra di qualche altro link

Lettere e Filosofia

Sì. Eccoti qui, ambitissima. Il corso di Laurea in Lettere e Filosofia dell'Università di Chetone. Al termine di questo percorso d'insegnamenti, otterrei un pezzo di carta che attesterebbe la mia conoscenza nelle materie letterarie. E mi permetterebbe di entrare nel mondo dell'editoia, della comunicazione o addirittura del cinema.

Punto il cursore sulla parola e sento la mano sulla spalla diventare una stretta un po' meno amichevole.

"Tutto quello che vuoi..." mi sento ripetere.

Ed erano le stesse parole che facevano da ritornello riguardo le nostre discussioni su quello che è lecito fare dopo la fine degli studi.

Lettere...e lavoro.

Un po' come cane e gatto.

Una laurea bellissima, ma complessivamente inutile.

Segui i tuoi sogni...stai con i piedi per terra...trovati un lavoro. Santo Dio, le sue discussioni non erano di certo le più comprensibili. informazioni e direttive.

Università di Chetone

Studente: Luciano Leone

Potenzialità: Non ancora iscritto

Iniziare nuova pratica?

Bella domanda che mi fai, computer. Ti ho acceso per questo motivo, piantala di cincischiare e fai il tuo dovere; già che mi stai accaldando con le tue radiazioni beta.

...

Però, sei solo una macchina. E come macchina...ce l'hai un cuore? Oppure sei solo frutto di calcoli matematici ed ingegneria di ultima generazione?

Forse dovremmo trattarti con più rispetto.

Clicco sulla finestrella e scorgo nuovi link, tra cui spicca "Domanda di iscrizione a Test di accesso a corsi a Numero programmato".

Eh, sì, buongiorno, vorrei iscrivermi ad uno dei vostri test di ammissione...

Sì, sì, m'inchiummi nel peggiore modo concepibile.

Quanta bontà e professionalità nel dire una frase che esprime la migliore forma concepibile di autolesionismo.

Clic

Nuove parole si presentano nel desktop. Sono le facoltà dell'Università di Chetone e adesso mi tocca scegliere a quale concorrere per ottenere il posto per il corso di studi corrispondente. L'anziano individuo poggia una mano sulla mia spalla.

"Qualunque facoltà sceglierai...sono sicuro che l'avrai ragionata per bene."

E non mettermi pressione pure tu, vecchio. So il fattaccio mio.

Molto bene, vediamo di riflettere su quali possibilità avevo portato la mia mente.

Medicina e Chirurgia

Come Medico potrei diventare un'ottimo professionista del settore. Troverei lavoro all'istante...e il mio reddito sarebbe di tutto rispetto.

Salgo sopra di qualche altro link

Lettere e Filosofia

Sì. Eccoti qui, ambitissima. Il corso di Laurea in Lettere e Filosofia dell'Università di Chetone. Al termine di questo percorso d'insegnamenti, otterrei un pezzo di carta che attesterebbe la mia conoscenza nelle materie letterarie. E mi permetterebbe di entrare nel mondo dell'editoia, della comunicazione o addirittura del cinema.

Punto il cursore sulla parola e sento la mano sulla spalla diventare una stretta un po' meno amichevole.

"Tutto quello che vuoi..." mi sento ripetere.

Ed erano le stesse parole che facevano da ritornello

Una laurea bellissima, ma complessivamente inutile.

Segui i tuoi sogni...stai con i piedi per terra...trovati un lavoro. Santo Dio, le sue discussioni non erano di certo le più comprensibili.

"Tutto quello che vuoi" ripete.

Dietro quelle parole , riesco a percepire il suo grande disappunto: vorrebbe solo che io mi trovassi un posto nella società.

E...non è che ha tutti i torti. Chissà quanti potenziali artisti si sono ritrovati in mezzo alla strada perché hanno voluto seguire i loro sogni, in questa società che non dá più spazio alla creatività. Sì, tutti quegli artisti che si erano prefissati l'obiettivo di porre un cambiamento...ma alla fine il regime si è sbarazzato di quegli scarafaggi rivoltosi che osavano scagliarsi contro l'ordine delle cose.

Io...rischierei di fare la loro stessa fine. Tornato con i piedi per terra, clicco su "Medicina e Chirurgia".

Sei sicuro?

Sì. No.

Dio, che mi stai dicendo. Eh? Che non è questa la mia strada? No, guarda, lo so alla perfezione. Ma non ho altre scelte. Guarda, il vecchio si è rasserenato, ha perfino allentato la presa.

"Avanti, clicca su Sì. Che aspetti?"

...

...

...

Lettere. Oh, adorate Lettere...

non vi abbandonerò così.

Clic! Clic-clic!

Pratica completata.

Hai scelto: Lettere e Filosofia

Data del test: 14/09/14

Anf!Anf!

Whoa, ci siamo sbrigati in un attimo. Ormai è fatta.

Il vecchio lascia la mia spalla.

"Alzati...e guardami in faccia."

Il suo sguardo è pieno di incomprensione e delusione, quasi rabbia, facendomi sentire piccolo piccolo nonostante abbiamo più o meno la stessa altezza.

"Molto bene...hai fatto la tua scelta.

Come ti avevo promesso, hai avuto massima libertà di scelta. Spero che non ti penta della tua scelta" dice, alzando i tacchi e chiudendo la porta della mia camera.

Chiudo il mio laptop e poggio la mia faccia sul soffice cuscino del mio letto.

"Non posso credere di avere fatto questa scelta."

"Oh, credici eccome, imbecille" commenta una voce dentro la mia testa. "Hai buttato un'opportunità più che unica per iscriverti ad un'università completamente inutile. Ti
Nessuno

R: 2
GIALLO MODERNO
by Christopher Robin

Scena 1

Nella camera d'albergo Michela è furiosa. La scena è quella di una gita scolastica, un albergo da poco, la carta da parati che si stacca e le maniglie che scricchiolano.
Michela è una bella ragazza magra, dai capelli neri e le labbra sottili, il naso tempestato di lentiggini e gli occhi orientaleggianti.
Si dice che certe ragazze diventano bellissime quando si arrabbiano, e in questo momento Michela deve apparire bella come mai è apparsa prima.
"Chi è stato? Chi cazzo è stato?" urla, dirigendosi verso la porta.
Le amiche la braccano immediatamente, impedendoglielo. Michela è di corporatura esile, ma anche in tre fanno fatica a fermarla; deve intervenire anche un ragazzo, l'unico maschio presente nella camera in quel momento.
"Miky, calmati!" le dice lui con fare severo, ma nemmeno il suo intervento sembra essere efficace.
"Samuel, dove cazzo hai la forza?" lo prende in giro Irina, la studentessa di origine africana che sta seduta in un angolo, succhiando avidamente una stecca di liquirizia in preda alla fame chimica.
"Eh provaci tu a fermarla, questa pazza!" si lamenta Samuel arrossendo, e in quel mentre gli arriva una manata in faccia e si accascia.
Michela approfitta della sorpresa delle compagne per sgusciare via e gettarsi nel corridoio, dove ricomincia la sceneggiata.
"Chi è stato?" grida a squarciagola, bussando a tutte le porte, incurante del fatto che dentro ci siano i suoi compagni di classe o ignari villeggianti, se non addirittura professori.
Qualche porta si apre, la maggior parte rimane chiusa; da quelle che si sono aperte, si affacciano ragazzi dall'aspetto assonnato.
"Chi è stato a fare cosa?" chiede una giovane professoressa in vestaglia e capelli scompigliati, in preda ai fumi dell'alcol e probabilmente del sesso.
"Chi è stato a scoparmi!!!" strilla Michela in modo isterico, voltandosi verso la professoressa ed esibendo dita sporche di sangue.
Poi si mette a correre lungo il corridoio gridando e bussando a casaccio, fino a quando non interviene la gigantessa Monica.
Nessuno

R: 1
Che ne pensate di questo brano?

>> "Quelle lacrime portavano caldi rivoli di ombretto e mascara fino ai capelli.
Il suo vestito non era l’unica cosa ad essersi rotta quella sera, qualcosa dentro di lei si era spezzato in una maniera che non aveva contemplato nelle sue opzioni.
Niente di quello che era successo ne faceva parte. Era sconvolta dai suoi singhiozzi quanto dalla realtà dei fatti: l’illusione si era smorzata in un secondo, e tutte le sue convinzioni l’avevano abbandonata di colpo. Era tutto finto. Era tutto finito. O meglio, non era mai esistito se non nel suo castello di carte, dove quel giovane Fante continuava a fare la sua comparsa senza mai chiarire che non aveva intenzione di giocare al suo stesso gioco. O forse l’aveva comunicato, ma la Regina era troppo presa dal suo regno e dalla sua foga per far caso alla realtà. E la realtà era appena passata dal pesca delle sue guance e il turchese dei suoi occhi, al nero del trucco colato sul cuscino e al grigio di come immaginava il suo futuro prossimo.
Stava facendo ragionamenti che non osava nemmeno nominare. Forse avrebbe dovuto dormire, fingere che fosse l’ennesimo incubo. Ma i suoi occhi erano un mare in piena e la sua mente era diventata una spiaggia ormai deserta, popolata solo da quei pochi pensieri ribelli che osavano sfidare la sorte perché troppo folli per temere una morte precoce.
Il cellulare si illumina nel buio della stanza.
“Se davvero ti avesse voluta ti avrebbe presa”. Sua sorella cercava con tatto di farle capire che si trattava dell’ennesima storia dove lei combatteva più dell’altro, come era sempre stato, dall’adolescenza a questa parte.
“Tu non capisci. Lui…” E anche solo cercare di riesumare certi momenti la faceva scoppiare a piangere di nuovo, esaurendo ogni possibile liquido ingerito quella sera.
Avrebbe voluto cancellare quella serata. Quella settimana. O meglio, quell’intero periodo. Avrebbe voluto tornare a quando quel professore di mezz’età dalla barba rossiccia le aveva proposto il ruolo di sua assistente e lei aveva detto di sì. Sì per la carriera, sì per scollarsi di dosso i suoi genitori, sì perché era arrivato il momento di mettere in sesto la sua vita.
Ma non aveva sistemato nulla. Aveva messo in dubbio tutto ed era rimasta con niente."
Nessuno

R: 0

Lo hai già letto /scr/?

Merita?
Nessuno

R: 1

blog borderlife.it

Ho trovato questo blog di narrativa, l'autore pubblica una pagina al giorno della sua storia... per ora non è male ma è appena iniziato.

http://www.borderlife.it/
Nessuno

R: 0
La prima volta scappavo piangendo fuori dalla scuola. C'è sempre stato chi non voleva che la mia vita scorresse in pace e sempre ci sarà. Mi inseguivano per il gusto di farlo, compiacendosi a vicenda, per rendere le loro vite significanti in qualche modo, forse. Non ricordo nemmeno quale fosse il motivo che mi spingeva a correre, tanto le avrei prese comunque, prima o poi, ma quel giorno era diverso. Non piangevo soltanto per le cose brutte in cui la vita mi cacciava, piangevo anche per la delusione e soprattutto per la rabbia. Sta di fatto che la mia corsa si interruppe bruscamente quando imbucai un vicolo cieco. Ricordo che davanti a me c'era una recinzione, non troppo alta, non impossibile da scavalcare, ma ricordo anche che non pensai nemmeno una volta di superarla. Improvvisamente non avevo la minima voglia di rischiare di graffiarmi con il filo spinato malconcio posto in cima, di cadere dall'altro lato e sbucciarmi il ginocchio. Non avevo assolutamente nessuna volontà di rovinare la mia maglia impigliandomi nella rete rimanendoci appeso, mentre quei ritardati ridevano di me. Sì, quei ritardati. Improvvisamente la tristezza mi abbandonò. Lì, davanti a quella recinzione la paura se ne andò completamente, non so perché ma mi voltai con le guance ancora umide ma con lo sguardo sicuro. Quando arrivarono pochi secondi dopo dietro di me si misero a ridere, come sempre e piano piano si avvicinavano. Pregustavano il dolore che volevano iniettarmi nel corpo, la stessa cosa ma in un posto diverso. Con quello sguardo sorridente e imbambolato caratteristico dei minorati mentali, il leader degli imbecilli mi veniva incontro. Forse pensava come assestare il primo colpo. Magari un bel pugno sotto le costole per togliermi il fiato, o forse un bel diritto su un occhio. Beh no, non quel giorno. Da quando quella recinzione mi si era parata davanti il mio cervello aveva deciso che sarei stato io a divertirmi questa volta, ma questo lui non poteva saperlo. Si avvicinava sicuro di sé in un atteggiamento tipico di chi non ha quasi mai capito nulla. Un passo a destra, uno a sinistra, forse non sapeva da che lato colpirmi per primo o forse era solo disorientato nel vedermi fermo, immobile. Ancora un passo nella mia direzione, due, tre. I nostri volti sono ormai a un metro di distanza e fu al quarto passo che scattai. Non fece in tempo a riappoggiare il piede che il mio pugno chiuso lo colpiva con violenza tra il naso ed il mento, dritto nei denti. Caricai velocemente il braccio e non fece in tempo a difendersi in nessun modo. Ricordo la strana sensazione nel colpirlo, nel sentire il mio anello rompergli il canino, nel vederlo indietreggiare con le mani a coprirsi la bocca. Ma non era quello il momento di esitare, pensai, e prima ancora che quell'animale riprendesse coraggio gliene arrivai un altro. Questa volta lo colpii sullo zigomo sinistro, dove le sue mani non arrivavano a coprirsi il volto. Cadde a terra, sanguinava, iniziò a piangere. Se ne stava per terra a fare quello che avrei dovuto fare io, frignava e sanguinava, sanguinava e frignava. Forse quello era il momento in cui le persone incominciano a sentirsi in colpa, a pensare di avere esagerato, so solo che così non fu per me. Il giorno dopo il sole non c'era più ma io mi sentivo bene, non potente, non importante, semplicemente bene. I suoi amichetti con più anni che neuroni dietro di lui intanto se ne corrono via ed io volevo ad ogni costo continuare ad usare il dolore come metodo di insegnamento. Faccio qualche passo avanti e gli tiro un bel calcio. La punta della mia scarpa che lo colpisce proprio sotto lo sterno. Sento che gli manca il fiato, smette di piangere, fa silenzio per qualche secondo mentre cerca di ritrovare il respiro. Annaspa, allarga gli occhi, spalanca la bocca e fa silenzio. Io non riesco a trattenere un sorriso mentre le sue mani cercano con forza di aggrapparsi al terreno. Il giorno dopo il sole non c'era più ma io stavo bene, lui ritrova l'ossigeno e ricomincia a singhizzare, più forte di prima. Guardo la terra sporca di sangue, mi volto, guardo la recinzione, la recinzione mi guarda, me ne vado.
Nessuno

R: 0
Vorrei condividere con voi una delle mie "creepypasta" preferite, per poi sentire le vostre opinioni. Aspetto qualche eventuale partecipazione, poi esporrò anch'io i miei dubbi/incomprensioni.
http://it.creepypasta.wikia.com/wiki/Passi

(È un po' lunghetta, ci metterete un paio d'ore per leggerla tutta)
Nessuno

R: 1
Mi piacerebbe sapere cosa passa nella mente di una cavia da laboratorio rinchiusa in un qualunque scantinato in una piccola gabbia ripiena dei suoi stessi escrementi. Mi piacerebbe conoscere i suoi pensieri alle quattro di notte, i suoi movimenti. Tutto sembra come uno di quei crudeli giochi in cui uno spaventato coniglio viene scaravenato a terra tra una folla di ignoranti individui che urlano e schiamazzano invocando fortuna. Uno di quei giochi in cui l'animale deve scegliere in quale cuccia rintanarsi, a quale viziata bambinetta far vincere un pesce rosso. Solo che il coniglio sono loro.
E ancora quell'odiosa signora in TV che ci guarda male, che ci sbraita contro i suoi consigli per gli acquisti, che si rinfaccia i nostri investimenti falliti. E poi ancora, da un'altro canale. Questa volta siamo stati imprudenti con il cambio di stagione. Troppi pochi cappotti venduti nel mese di settembre.
E il meteo, che ci vieta di uscire per il maltempo e che ci esorta a spassarcela quando viene il beltempo. Vorrei vederlo un giorno di questi, quell'impasticcato del conduttore, dire una frase tipo "Oggi è una di quelle giornate in cui le nuvole sembrano tutte dei grandi capodogli arenati". Sarebbe spassoso, molto più di tutto quello che si potrebbe fare con il beltempo. E invece no, se ne non so scrivere sempre lì tutto imbronciato con i più moderni suggerimenti per gli anziani. "Non uscire di casa" dice, "la temperatura è troppo alta per chi non è più giovane" dice. Previsioni meteo che pubblicizzano indumenti invernali. Previsioni meteo, tra uno spazio pubblicitario ed un altro, che pubblicizza farmaci per la pressione. Se ne stanno tutti lì, con grandi e fatiscenti cartelloni ad aspettare il loro momento. Ad aspettare che finalmente qualcuno gli faccia vincere il loro stramaledettissimo pesce rosso. Ci odiano, ci odiano tutti. Siamo quel coniglio dalle pupille dilatate, in una bellissima giornata di primavera senza capodogli nel cielo, spaventati a morte. Percepiamo l'umidità dell'erba sotto i nostri piedi mentre non riusciamo a muoverci, mentre il nostro corpo è attraversato da spasmi muscolari e tic nervosi. Tendiamo le orecchie e scappiamo via, nella nostra tana, a defecare suoi nostri stessi piedi. Ma eccoli, eccoli ancora. Eccoli mentre ci allertano di un nuovo virus intestinale. Sotto i riflettori, uno dei miei cocainomani preferiti che dice "State bene? Non c'è problema, presto vomiterete tutto quello che avete appena mangiato". E la vedi, la osservi la gente fuori dalla finestra, mentre corre alla farmacia più vicina, mentre corre impaurita al rifiugio più vicino, per defecarsi sui piedi.
"Oggi è una di quelle giornate in cui il sole sembra un enorme uovo al tegamino, uscite a spassarvela con gli amici, uscite a vivere le vostre vite, ma attenti a non vomitare tutto." mi sembra che dica.
E ancora e ancora. Non ci si ferma più. Basta cambiare canale, basta girare lo sguardo per accorgersi di aver sbagliato scarpe. E gli incidenti in autostrada, gli incidenti sul lavoro, notizie agghiaccianti, terribili. Giocano con la paura, la distribuiscono un po' per uno, come le insegnanti all'asilo.
Omicidi, attentati. Gente morta per strada, gente morta al parco, gente morta in ufficio. Non importa, l'importante è che sia morta. L'importante è che la notizia incuti timore. L'importante è che tu scelga la strada giusta, la direzione opportuna. "Era una persona solare" dicono, "stava andando a prendere suo figlio a scuola quando.." dicono. Ricercano i dettagli cruenti, le emozioni forti. Risvegliano l'emotività morta di vegetali seduti sul divano. E la gente piange quando loro lo dicono, e la gente ride quando loro lo ordinano.
Ma poi arriva lei, la mia preferita.
Una giornalista qualunque, con la messa in piega ed un rossetto rosso fuoco, davanti ad una telecamera qualunque. Una mente mediocre in un corpo presentabile. Un'idiota incorniciata e siliconata in diretta nazionale; che ci insulta tutti.
E le persone svaniscono grazie a lei, grazie a chi le ha scritto le battute, grazie a tutti noi. Le persone perdono i colori. Colano disciolti come muco dai loro nasi. Perdono importanza, scompaiono, perdono la mia attenzione. Pesci rossi che abitano condomini, pesci rossi in grandi ville fuori dalle città, pesci rossi per le strade, davanti alle TV, pesci rossi ovunque.

Eppure è tutto così mite, quieto. I lampioni si accendono alle sei di sera in punto e si spengono alle sei di mattina. Le persone si muovono, producono. Tutto ruota perfettamente, come ingranaggi di un orologio. Forse è proprio questo il loro obiettivo. La gente deve svegliarsi con sveglie sofisticate, produrre e poi dormire. Produrre e poi morire. Le loro menti devono solo compiere atti meccanici, di movimento, senza pensare. La gente deve acquistare l'ultimo innovativo dentifricio, l'ultima lavatrice in circolazione, senza riflettere. Ma io voglio svegliarmi, realmente. Ethan dice sempre "chi sta male si sveglia, la gente aspetta solo che qualcuno stia peggio di loro, peggio a tal punto da accorgersene". Sono sicuro che se il mio vicino uscisse domani mattina alle otto spaccate come suo solito, e i lampioni fossero ancora accesi, sarebbe la prima cosa che noterebbe. Sarebbe una grande novità per lui, ne parelerebbe a tavola ai suoi figli con grande stupore. Sarebbe stupito di non venederne la notizia al telegiornale. Si convincerebbe che non sia mai successo non vedendone parlare i giornali. "Svegliati" dice sempre Ethan. Lo sono già, ne sono sicuro, lo sono già. Quello che voglio è svegliare il mio vicino, svegliare mia madre. Quello che voglio è non vedere più tutte queste gabbie piene di escrementi, non vedere più tutti questi pesci rossi che ci sguazzano dentro. "Svegliati" dice sempre Ethan, "svegliati".
Nessuno

R: 6
Dovrei dargli un titolo tipo <impressioni di un tossico qualunque>. Che ne pensi /scr/


Sta ancora nevicando?
Mi chiede il barista con gli occhi spalancati di uno che ha rivolto la stessa domanda a tutti i clienti del pomeriggio, come se gliene fregasse qualcosa.
Solo una brina leggera. Rispondo.
Mi scaldo le mani soffiandoci.
Nel compiere questo gesto mi chiedo se lo sto facendo perché lo voglio fare o perché è adatto al contesto.
Il barista traffica con la macchina del caffè, i due con i cappotti accanto a me parlano a voce troppo alta, i bicchieri di bianco che stanno filtrando non devono essere ne i primi ne i secondi.
Senta, gli faccio, ce l’ha l’Unicum?
Mmm.
Bella risposta.
Quello... Indico con il dito sperando che si giri e la pianti con quella cazzo di macchina del caffè. La bottiglia rotonda... A palla.
Senza ghiaccio, grazie.
Finalmente il barista si degna di alzare lo sguardo e dopo parecchi, interminabili secondi, afferra la bottiglia e mi versa due dita del liquore scuro in uno di quei bicchieri con la bollicina d’aria intrappolata nel vetro, sul fondo.
Come faranno... Dico, a metterci la bolla?
Prende con la pinza un cubetto di ghiaccio dal secchiello, mi guarda e dice ...ah, aveva detto senza, vero?
Senza. Annuisco. Grazie.
Ci sono cose che non andrebbero rovinate con il ghiaccio, un whisky, un rum invecchiato, ad esempio. Capisco perché un barista lo chieda, se un cliente ci vuole il giaccio, non giudica mica i gusti degli altri, lui. Se gli chiedessero di mettere del formaggio su un’orata, lo farebbe, con un espressione serena a nascondere il disprezzo. Bravo bastardo.
Assaporo il mio amarissimo nettare vagando per la saletta. In realtà, sto cercando una cosa. Eccolo, il quotidiano stropicciato, li, su di un tavolino. Lo apro, lo liscio con una mano e scorro velocemente i titoli. Prima, seconda, terza pagina.
Anche oggi nessuno parla di me. Meglio.


“Il numero da lei selezionato non è raggiungibile, se vuole...” niente.
Proviamo con Guido.
Suona libero.
Ciao vecchio!
Ciao G, senti, sei in giro?
Aha... Sto uscendo, vado in libreria, sarò in Duomo tra mezz’ora. Tu?
Si... Ok, vengo. Facciamo due chiacchiere. Se arrivo prima ti aspetto all’ingresso della galleria.
Bene, fino alle sei sono libero.
Ok arrivo.
Cià.
Cià.

Scendo gli scalini della metro, c’è l’africano che vende ombrelli e un’onda d’aria calda che sale. Sul linoleum pozzanghere grigie di neve sciolta e Milano calpestata.
Al di la dei binari gli schermi passano spot pubblicitari non stop, poi c’è lo schermo piu piccolo, su una colonna, con il notiziario. Una musichetta di sottofondo rende il tutto indistinguibile.
...nella striscia di Gaza proseguono...il finanziamento flessibile...oasi del benessere a soli...presidente delle Nazioni Unite...per le tue vacanze!
Sul vagone c’è poca aria. E puzza di gente, tanta gente. Indefinita.
Se succedesse adesso sarebbe un disastro. Che schifo.
Fermata Duomo, eccomi.

Fa effettivamente freddo, continua a scendere una stupida brina. O neve o niente...
Comunque, altro che crisi, qui i negozi sono pieni, sotto Natale ci si sfonda di spese ogni anno e in piazza bisogna schivare la ressa di ragazzi, venditori ambulanti, coppie etero e coppie gay, signore in giro per shopping, tossici, gente che raccoglie firme e tante ragazze. Ecco, queste sono un problema sociale. O forse lo è la loro educazione.
Dovrei fermarne una carina, magari fingendo di scambiarla per un’amica e dirle due parole, stupirla così, in modo che le sia possibile solamente sorridermi, poi farla divertire, parlare di stupidaggini per due minuti, chiederle se è di Milano, quale lavoro fa, cose di questo tipo, buttare li un complimento che le faccia sentire un po di calore dentro e salutarla con un grosso sorriso come se il caso, i gradi di separazione e la folla garantissero che non ci incontreremo mai più. Dovrei annotarne bene ogni particolare, specialmente tre cose: il suo nome, il posto dove lavora, per farmi trovare per caso tra qualche giorno proprio alla stazione della metro che la porta a casa e, dettaglio cruciale, il colore dei suoi occhi, per poterle dire avvicinandomi a lei da dietro “ciao, splendida ragazza dagli occhi verdi, pensavo che non ci saremmo incontrati mai più, e invece...”. Infine ammetterei di essere andato li apposta sperando di vederla perché sono rimasto affascinato e bla bla bla...
Parole buttate.
Se dovessi fermare una di queste stronzette, la risposta sarebbe invariabile, inevitabile:
Che cazzo vuoi?
Non ci sono più ragazze con cui si possa anche solo parlare? O non ci sono mai state? O fuori da questa fogna addobbata da città ci sono, o c’erano?
Oppure le ragazze non c’entrano e sono io a non essere più simpatico a nessuno?

Bene, fanculo.
Io, IO sono fuori da queste cose, IO ho il mio centro di gravità semi-permanente, ormai, ormai, se controllo la voglia di farmi, se imparo a gestire bene i tempi e a non esagerare, posso smettere di pensare ad una posizione sociale, fottermene del lavoro, del sesso, dimenticarmi l’amore, cosa me ne faccio poi... i soldi, chissenefrega, mi basta solo il minimo per mangiare e farmi, posso mantenermi felice, sereno e drogato per... Per sempre!
Se solo avessi la certezza di trovarne sempre.
Se solo non fosse la cosa più illegale al mondo in questo momento. Merda.

Ohi, ciao Guido!
Caffettino?
Andiamo.
Ordiniamo al banco due caffè. Corretto, dico alla cameriera.
Corretto anche per te? Ti riscalda...
Si, due corretti grappa, dice Guido.
La tipa sembra nervosetta, il caffè agita, penso, se ne fai due o tremila in un giorno, poi...
Guido è un tipo sereno, almeno in superficie, ha la sua routine, è anche uno con le sue prospettive, studia qualcosa che c’entra con le pubbliche relazioni, prima o poi darà una tesi.
Passiamo in carrellata una quantità di film e serie tv, come critici poco severi, si, due teledipendenti-cinemadipendenti ma di bocca buona.
Sono... forse tre anni che ci conosciamo e ormai posso dire che siamo buoni amici, conosciamo i nostri interessi e alcuni li abbiamo in comune.
Vaghiamo un paio d’ore nelle sale sterminate del megastore della galleria sfogliando libri e fantasticando di cazzate, ridendo. Lui si compra un romanzo di un autore italiano, mai sentito nominare.
Quando ci lasciamo vorrei dirgli grazie, ma non potrei spiegargli da cosa mi ha aiutato a stare lontano oggi pomeriggio, da quali scintillanti mostri mi ha salvato anche solo per qualche ora.
Beh, grazie, gli dico, ci sentiamo poi, ok?
Si, se c’è qualche serata carina prima del 31, fammi sapere.
Sicuro!
Nessuno

R: 0
Io non colleziono propositi: io ho un eroe ideal-personale. Egli può compiere all'istante ciò che altrimenti si accumulerebbe in pile di progetti ammuffiti per anni e anni.
Non penso di essere l'unico ad averne uno, ma di certo il mio è il migliore.
Semplicemente, non ha limiti. Volete un esempio? L'altro giorno stavo pensando ad un concetto semplice, l'esagerazione - esagerare per disperazione, per ignoranza, per gusto dell'ignoranza - e, vedendo come le direzioni delle possibili esagerazioni (in positivo in negativo, caotica) si espandessero su tutto il piano del Brutto, ho capito che parlare di esagerazione è inutile se il tutto non si incastona a dovere nel Brutto.
Ma già faticavo a pensare questo, come voi faticherete un poco nel leggerlo. Così il mio eroe ha preso in mano la situazione e si è proposto, risoluto e pragmatico come sempre, di creare un manuale sull'anatomia del Brutto, in modo che io potessi trovare comodamente al suo interno una voce sull'esagerazione. Detto fatto, il manuale sembrava scriversi da solo: ma poi il mio eroe ha voluto superare se stesso, decidendo di inserire sé stesso tra le voci di quell'anatomia. Egli è infatti particolarmente brutto: come ho già detto, è personale, quindi in continuo cambiamento, informe, orribile come le inutili mammelle che crescono sui toraci impietosi delle dodicenni che non lasciano tempo al tempo nel loro sviluppo impazzito. E duque il mio eroe, dicevo, si è voluto inserire nel manuale. In questo modo la sua figura si è appiattita tra le pagine, una sagoma tra le altre. E proprio quando è stato inglobato dalla sua opera, quando è diventato nient'altro che un prodotto di sé stesso, allora è successo l incredibile: il mio occhio sì è sollevato dalla scena, ha compreso la contraddizione, l'assenza di un vero eroe (erano solo pagine di un libro, un libro da me creato) e ha capito di essere in alto, creatore, padrone - il mio eroe si era annientato solo e unicamente per me.
Ma ovviamente non è tutto qua. Perché dovrebbe esserlo? Ma la pagina è una, la vanità troppa. Piuttosto spero che voi che possiate trovarvi un eroe valoroso. O perlomeno dei validi propositi.
Nessuno

R: 1
Conoscete dei siti decenti che recensiscano libri anche di scrittori esordienti, magari gratuitamente?
Nessuno

R: 2
Ho scritto una cinquantina di pagine di un racconto. Forse non è nemmeno un racconto.
Questa è la prima. Volevo chiedere - conscio del fatto che /scr/ è più lenta della morte - cosa ne pensa anon e se ne vale la pena. Io non credo, non di sicuro questa prima pagina; ma lo chiedo lo stesso, nella speranza.





PROLOGO




Ero in una stanza ch’era un cubo; ma chissenefrega.
Davanti a me, immobili e bradi, stavano seduti una decina di personaggi attorno ad un tavolo rotondo, di legno. Lo dico perché mi ricordo di averlo stretto subito, abbagliato dall’improvviso cambio di scena. Dormivo e poi eccomi qua, in una stanza ch’era un cubo. Come dicevo, c’era un tavolo. Fui il primo ad accorgermi delle carte lì al centro, abbastanza vicine perché le si potessero raggiungere con una mano. Cosa che feci, d’istinto. A pensarci, a distanza di tempo, mi colpisce la frenesia con cui mi mossi, come se fossi stato comandato alla rapidità del gesto, perché il mio corpo capisse ciò che ero destinato a raccontare. Presi la carta sistemandomi sulla sedia e la osservai: sotto una figura stava scritto qualcosa, che non ricordo nel dettaglio. Vi basti sapere che mi sentii sciogliere; il cuore che fino ad un momento prima batteva all’impazzata, si pacificò coi sensi. I miei compagni di scena, intanto, affatto tranquilli e anzi, colti da un apparente stato d’ubriachezza, vacillavano sulle sedie incapaci di realizzare l’assurdità della situazione, come otto poveretti gettati nel mezzo della trama. Io sono l’extra, l’ininfluente ai fini della storia: sono il narratore.
Mi toccherebbe spiegare meglio: ipotizzo – perché ancora oggi non so di preciso cosa sia successo –, che quel ch’è avvenuto sia stato solo uno strambo sogno degno di cronaca; tutto qua: degli uomini qualunque che nel limbo del dormiveglia si sono incontrati per scambiarsi due chiacchiere e uccidersi a vicenda. A favore d’autostima posso affermare, poiché questa è l’unica spiegazione plausibile, che fu la mia lucidità cosciente a darmi la grazia, o meglio la salvezza di essere il cantastorie. Gli altri disgraziati, incantati dal flauto di Morfeo, giocarono incoscienti, inebetiti dal torpore di un risveglio effettivamente grottesco; così, a poco a poco, persero la vita, lasciando ai posteri solo un tiepido ricordo. Che sarebbe questo.
Nessuno

R: 0
Manca qualcosa. Lo sappiamo tutti. Il cosa manca, quello no, nessuno lo sa.
Pensare ciò che si è: ne viene fuori una storia di rapporti, dei tuoi sensi con l’ambiente e del tuo pensiero su di te. Continuamente irradiato dal tempo, ti trascini plasmandoti sull’asfalto, sentendo e traducendo ciò che dell’altro odora. Tutto: il corpo è una cellula che va in loop sul ritmo delle cose, raccogliendo in sé quel che dal mondo riceve; i dati della sua storia son conservati in memoria e remoti antenati scandiscono il ricordo tra pareti craniche e luccicano bagliori di scampoli di tempo andato, padre dell’oggi impersonificato. Così il ricordo del mondo è naturalmente inserito in ogni suo figlio, che per suo ha solo l’intensità e la posizione nel labirintico e complesso universo divino. Come piccole sfere di luce noi balliamo tra le strade, armati del nostro io. Manca l’altro. Soli, siamo astratte essenze senza radici; senza presente, nemmeno il futuro.
Nessuno

R: 1
Non ho mai scritto niente in vita mia e questa è la prima volta,abbiate pietà come io non l'ho avuta per l'italiano e la grammatica. Sono al bar di un mio amico,prendo un caffè e aspetto un'altro amico che arriva con la moglie.Prendiamo un aperitivo e parliamo della serata di sabato....io single ho passato la notte a distruggermi e guardare pseudoragazze abordabili,loro mi raccontano del battesimo del cugino della moglie e in un momento la dolce sposa comincia a blaterare sul fatto che lei,a 29 anni si sente a disagio in un battesimo dove tutte hanno una carrozzina con bimbo a cui badare, dove tutte parlano di poppate e lei non lo può fare....poi mi guarda e dice "io ormai mi sento passata per uscire il sabato sera,mi sento fuoriluogo"Io la guardo, guardo suo marito(nonchè mio amico) lui abbassa lo sguardo e in quel momento capisco che la sua vita è finita,perche nella felicità che avrà tra 9 o 10 mesi ci sarà insita la fine del suo matrimonio.Vado via pessimista con un senso di disagio mischiato a schifo per aver appena assistito alla lobotomizzazione di un essere umano che subisce inerme il potere incontrastato di una MOGLIE priva di interesse per il mondo dove il suo vero scopo è avere dei bambini e rimanere a casa ad accudirli fino a diventare grassa ed esaurita dai pianti degli stessi.Io quello sguardo basso l'ho capito, l'ho capito perche anche io stavo un tempo per fare la stessa fine.
Nessuno

R: 0
-[...]Tutto quello che avevo compiuto e ricevuto dal giorno in qui nacqui, tra il sangue e i sorrisi, tra un assassinio e un bacio alla fronte... Tutto era già stato scritto! Per tutta la vita altro non feci se non seguire il filo del mio fato, lasciandolo scorrere tra le dita e abbandonandomi al suo tragitto. Lentamente l'illusione d'esser libera volò via dal mio cuore, ridendo dei miei pianti. Senza quell'illusione rimasi sola con il destino, e lo accusai d'ogni colpa. Ripensai all'umiliazione, al sacrificio e alla fatica che provai in mesi lontani, e molto odiai quel mio destino. Ma poi, il giorno in cui abbattei i cento campioni, vidi su una lama occhi di tenebra, e così amai il mio destino. Sì, quel mio destino aveva gettato sale sulle mie innumerevoli ferite, ma quel sale e quel dolore, e quell'umiliazione e quella fatica... Tutto ciò mi fece dono di colei che sono!
Se non avessi avuto sale sulle ferite oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi divorato carne di uomini oggi non sarei colei che sono!
Se non avessi accettato la spada da bimba oggi non sarei colei che sono!
Arlen, io amo il destino nella misura in cui io amo me stessa, perché il destino, nella gioia e nel dolore, mi ha reso colei che sono.-
Come un fulmine E. era piombata nella mia vita, ma il suo fragore mi rimbombò nelle mie orecchie solo allora, quando parlò del proprio destino. Molte mie certezze bruciarono con quelle parole, e molti miei soli si spensero di paura. Ma di paura non si spense E che, vedendomi muto, così parlò ancora una volta:
-Arlen, il dolore tesse lo spago dell'uomo, e lo stridere di quello spago genera dolori, alcuni grandi, altri sottili. A chi non piacerebbe rimanere marmo deforme, lontano dallo stridere di quel filo? Ma questo è più simile al morire che al vivere! Ogni volta che il filo del destino stride, ecco che il martello della vita piomba sugli uomini, ed ecco che il marmo prende forma, dolente e bello, tragico e possente... Eppure troppi uomini afferrano il braccio di quello scultore, con la bocca piena di no! Essi infatti non sopportano né il peso del dolore né quello del patimento. E io ti dirò, Arlen: anche quest'odio per il destino è scritto nel filo del destino stesso: per ciascun uomo amante del proprio destino, altri cento devono bestemmiare il proprio.-
Simili se non queste furono le sue parole.
Nessuno

R: 1
"Un'ora esatta."
Mi ritrovo nella stessa posizione di prima, sdraiato al suolo; sono esausto. Faccio per allungare una mano verso di lui, tremante, in un patetico tentativo.
"Ancora, ti prego."
Non mi sono sono accorto che è già andato via, che sono rimasto immobile per chissà quanto. Anche la luce è tornata.
Il mio corpo è scheletrico, sembra fatto di carta, eppure è fin troppo pesante nel trascinarmi fino alla sedia. Di tutto lo splendore, la magnificenza, quella terribile e immensa grandezza mi rimane ogni volta ben poco: giusto una vaga impressione, qualche immagine indefinita. A volte, curiosamente, ricordo un dettaglio privo di alcun significato: stavolta è un piccolo ragno al centro della sua tela, con una macchia gialla sull'addome, che attende immobile la sua preda; un attimo dopo qualcuno ci passa attraverso senza rendersene conto, disfandola per sempre.
Ogni volta tornare mi lascia la stessa sensazione, un vuoto incolmabile. Che cosa ho perso stavolta? E nello sforzo d'immaginazione, mi rabbuio. Mi porto le mani al viso, mi premo i palmi sulla faccia. So chi lo può sapere.
A chi tocca adesso? Chi è, per la prossima ora?
Proprio così! Son sicuro di averli visti! Sono sempre sicuro di averli visti, ogni volta. Come me, l'ombra di quello che erano, sospesi su un abisso d'angoscia, che aspettano il loro turno...
A chi tocca ora? Non posso ricordarlo, ma è così, ne sono sicuro, devo aver visto - per ogni ora, da qui all'alba dei tempi, da qui alla fine del tempo - ogni rinuncia, ogni sacrificio. Chi c'è adesso a muovere le mie dita? Chi è che segue e dirige i miei pensieri? E a che prezzo?
Esatto. Cosa posso offrire ancora, la prossima volta? Manca solo una settimana! Aiutami, ti prego! Guarda nella mia memoria, suggeriscimi qualcosa a cui rinunciare! Cos'altro posso barattare? Posso ancora distinguere i colori. Ho ancora tutte le dita delle mani. Posso rifletterci per bene. In una settimana ci sono sette giorni...
Nessuno

R: 1
È il presentimento di poter perder presto la facoltà di farlo che mi spinge adesso, finché ancora mi distinguo, a ricordare. I particolari non sono importanti e, in ogni caso, li ho dimenticati. Non saprei dire dove sono nato, non saprei dire dove ho vissuto; il nome di cui mi hanno fatto dono mia madre e mio padre l'ho perduto. Come ho già detto, i particolari non sono importanti.
Ciò che invece trovo ancora fra i miei pensieri sono il tepore del sole abbracciare la mia solitudine, l'azzurro ed il verde in cui eravamo rispettivamente immersi in una giornata d'estate. Il canto delle cicale. Ricordo come farmi spettinare i capelli dal vento; profumi e sapori, anche se molti non so più a che attribuirli. Ricordo le risate esplodermi in petto e prendere le mie labbra in ostaggio; la dolcezza del risveglio; la passione della scoperta.
Il dolore, la nausea, la paura mi tornano in mente ancora meglio; perdersi totalmente nello sconforto, soccombere alla delusione. Quante volte scagliai la mia ira con la gola per non venire bruciato dall'interno? Quante altre volte ancora lacrime sul viso di qualcun altro accompagnarono le mie? Parole da cui volevo fuggire; la rassegnazione isterica di fronte all'inevitabile; le crepe sul soffitto nelle notti insonni: queste cose posso ancora ricordare.
Non riesco più a mettere a fuoco momenti o luoghi, con qualche rara eccezione: ricordo ancora quella notte con nostalgia - le sue dita intrecciate alle mie, mentre con l'altra mano indicava il cielo.
Comunque fosse il mio viso, era bello; ricordo infatti la benevolenza dello specchio e gli sguardi delle donne - lei che restituiva il suo alla luna, con quei suoi occhi verdi.
Ero forte, non come adesso, ed avevo ingegno; ero rispettato, forse perfino temuto. Mi pare fui partito avantaggiato, ma di certo non me lo feci bastare: avverto ancora il piacere della conquista, distante nel tempo - la sua pelle bianca come la sabbia.
Se quello che cercavo fosse denaro, potere o fama, questo non posso più saperlo. Non è importante in ogni caso. Quello che conta tener presente è che tutto quello che un uomo potrebbe mai desiderare io già l'ottenni - i suoi capelli come la fiamma.
Ma a me non bastava avere tutto, volevo esserlo: fu così che alla fine abbandonai ognuna delle mie dita, capello per capello, lettera per lettera il mio nome.
Non sono affatto pentito, comunque. Volli quello che è successo. Ne valeva la pena - no - tutt'ora non posso fare a meno di attendere trepidante che arrivi quel momento, una volta alla settimana. Quanto manca ancora? Sono ancora in tempo per ricordare. Una volta, il pensiero di poter essere altro era la curiosità che mi legava le palpebre la sera e stringeva il mio cuore al mattino. Ora, una volta a settimana, la stanza si fa buia.
L'ombra entra da sotto la porta, lambendo i margini delle pareti, si arrampica sui muri e soffoca la lampadina che penzola dal soffitto come un impiccato. I raggi del sole che filtrano dalle persiane si spengono improvvisamente come se avessero soffiato su una candela. Si fa annunciare ogni volta dal suo ghigno famelico, come se si facesse strada masticando le tenebre da cui emerge. I suoi occhi di brace, scavati a fondo nel suo viso, brillano senza illuminare, e pur vedendoli di fronte a me li sento alle mie spalle fissarmi la nuca ed il collo. Il mio spacciatore! Altri sette giorni sono trascorsi - finalmente! Posso di nuovo provare l'estasi di essere il filo d'erba, il bambino, l'orgasmo, le ali delle api, un'intuizione brillante - la volontà del mondo!
"Ti porto cosa cerchi." La sua voce gratta come la ruggine e viene da dentro di me. "Cosa offri stavolta in cambio, per un'ora intera di divinità?"
Lei mi chiedeva il nome delle stelle, i miei racconti; quando li esaurii, ne inventai di nuovi. Quando si fece silenzio, sentii il pulsare del mare.
Addio, amore mio.
"Un ricordo", balbetto.
"Ti rimane ben poco." Una semiluna dentata scandisce il nero della sua risposta. "Presto rimarrai senza nulla. Sei sempre convinto di andare avanti?"
"Sì."
"Allora sdraiati."
Mi ci vuole poco: sono ore che giaccio raggomitolato a terra. Mi basta sciogliere i polsi davanti le ginocchia, allungare le gambe, e mentre le mie membra scendono dolcemente a terra mi balena alla mente per un istante un'immagine familiare, un fiore appassito. Dove l'ho già visto?
"Vado."
Nessuno

R: 0
Suonò la sveglia. La casa era fredda, poca la luce, filtrata dalla tenda, che entrava nella stanza. Il cielo, in quella mattina di gennaio era grigio e opachi erano i colori nella camera in cui Chris,appena sveglio non avrebbe voluto lasciare il caldo del letto per cominciare la giornata. adagio appoggió prima l'uno e poi l'altro piede per terra infilandoli nelle pantofole, e altrettanto lentamente si diresse in cucina per accedere il fuoco sotto la moka giá preparata la sera prima.
"buongiorno Amleto!" esclamò rivolgendosi al suo gatto mentre versava il caffè nella tazzina. Si sedette e sorseggiando il primo caffe della giornata ripensava al sogno fatto quella notte,e il suo possibile significato. Era in macchina con Thomas,Il suo piu caro amico,percorrevano una strada dritta, il cielo aveva un colore indefinito e sembrava ci fosse vento fuori, tra gli sporadici alberi dominava una vasta pianura, seguita, solo in secondo piano, da alte montagne. Non ricordava molto di un eventuale dialogo con l'amico, ma cio che ricordava perfettamente era di un enorme arcobaleno di cui poteva vedere sia l'inizio che la fine, cosa che non aveva mai visto nella vita reale.
"che strano sogno", disse, mentre il suo gatto miagolava e si strofinava alla gamba del padrone incitandolo a dargli i suoi croccantini.
Nessuno

R: 0

eeee

Nessuno

R: 1
-guardala -ma chi?
-lei, laggiù -perché?
-dorme -e lo vedo
-lo vedi? -sì, che dorme
-no, i suoi occhi -chiusi
-chiusi, sì! -con ciò?
-lei non li chiude mai.
a volte quando dorme.
paura, ha paura.
oppure non conosce
non sa o non capisce
che il buio c'è soltanto
qua fuori
Nessuno

R: 3
Ciao anons, mi sono accorto che riesco a scrivere solo "cose" relativamente corte. Ho provato più volte a iniziare un libro o qualcosa del genere ma mi sono sempre fermato quasi subito. Anche se il più delle volte mi piace quello che scrivo, riempio al massimo una pagina al giorno. Qualche consiglio?
Nessuno

R: 3

wut

non so sillabare, mi dite se il seguente è un verso endecasillabo?

Schiva Epchiclides Podalirius, voli?

(non so se la "a" di schiva va con la "E")
grazie cari /scr/
Nessuno

R: 0
Bastano le immagini mi dicono sempre tutti a lavoro. Le parole, le scritte: non fanno più parte di quello che la gente vuole vedere. Se vuoi ideare un ottimo spot televisivo devi far divertire gli spettatori, oppure umiliarli. Qualcosa di eccitante o semplicemente di esagerato. La cosa importante è che trasmetta emozioni forti, non importa di che tipo. L'importante è che la gente si giri per guardarla e ne parli con gli amici, che ne rimanga scandalizzata, confusa e perché no, anche offesa. Una bella ragazza e poi il tuo logo, qualcuno di famoso con le scritte giuste sulla maglietta, un grosso pene e poi il tuo marchio. Non deve essere troppo lungo, deve essere l'imbarazzo di un secondo, lo stupore di un momento e il tuo cervello lo memorizza immediatamente. Le immagini sono importanti, i simboli. Le persone non sanno nemmeno pronunciare la parola Volkswagen ma basta il logo per aprire un mondo nelle loro teste. Il lato più divertente di tutto questo è guardarli, scrutarli bene, suddividerli. Questi super-uomini dell'età moderna. Vederli tutti impettiti mentre dimostrano a loro stessi di essere intramontabili. I più sagaci della folla, quelli più alti, fini. Gli "idioti" li chiamiamo noi. Quelli troppo impegnati a lavorare per dare retta a una trovata pubblicitaria e quelli civili. Ci sono poi quelli che non indossano mai jeans troppo blu e non dicono mai cose semplici e banali, gli "inarrivabili". Basta il semplice logo di una carta di credito sul piattino che il cameriere ti porta per pagare il conto, per aumentare in modo significativo le mancie lasciate. La mente umana è suscettibile in così tanti modi diversi che c'è solo l'imbarazzo della scelta. Vederli camminare, inciampare, osservare la folla nel loro habitat naturale. I grandi magazzini sono i nostri libri di studio. Si muovono in gruppo. Ci sono quelli piccoli: le coppie, le famiglie e i cerchi ristretti di amici. Ci sono poi quelli grandi, composti da una decina massimo ventina di individui che di individuale non hanno niente. I grandi gruppi di amici che vanno al cinema, una scolaresca in gita, una cena per un matrimonio, una rimpatriata con i vecchi amici delle elementari. Tutti bersagli, ognuno con il suo obiettivo, ognuno, nel suo piccolo, a formare il grande gruppo, quello definitivo: la folla. Le vendite di alcune categorie di prodotti sono proporzionali alla grandezza dell'edificio in cui sono venduti. I mercati non erano grandi abbastanza, ora sono "super". Ogni trovata ha il suo personale target. Ci sono le grandi insegne per il grande pubblico ed i piccoli cartelli per i singoli. Sono come segnali stradali per gli automobilisti, siamo come una guida spirituale per masse incoerenti, siamo l'ordine nel caos dell'idiozia.
Ma tutto questo è ormai banale.
Io e Ethan siamo tra i migliori del palazzo in questo momento, o almeno questo è quello che diciamo, quello che crediamo. Lavoriamo in coppia: il grande capo ci da in mano un progetto al mese, anche di più nei periodi migliori. L'ultima nostra trovata è stata piazzare un razzo nel culo di un furgoncino per trasporti. Uno spot di neanche un minuto per una ditta di consegne. Ci hanno pagato in anticipo e gli uomini del grande capo non si sono nemmeno sbattuti per guardarla prima. L'hanno spedita in onda con la stessa velocità del loro furgone spaziale.
Le associazioni di idee sono importanti. Potete pure annoiare il pubblico con la classica quanto improbabile famiglia felice che fa colazione. La gente sbadiglierà, cambierà canale, si lamenterà del film interrotto sul più bello. Eppure quando andrà a fare la spesa e vedrà quel prodotto, la prima cosa a cui penserà sarà la felicità di quella famiglia, e probabilmene lo comprerà. La "gente" la chiamiamo io e Ethan. La stessa gente che non entra in un negozio vuoto ma che è ben felice di strisciare lungo il pavimento di uno già troppo affollato.



La stessa gente che compra ombrelli solo quando piove. La gente, le nostre madri, i nostri padri, i nostri futuri figli, noi.

Nel 1896 in Texas una compagnia ferroviaria simulò uno scontro tra treni al solo scopo di pubblicizzare la società. Furono ben cinquantamila le persone annoiate che andarono a vedere. Morirono in due.
Nessuno

R: 0
Stanotte ho aspettato a lungo. In pantofole e accappatoio, sulla soglia. La soglia della follia. Passa il tempo, mi passa tra le sue dita nervose. Poi l'idea finalmente arriva, e io rientro. Nella follia.
L'idea intanto si toglie le scarpe, le calze, i pelucchi dai piedi. Poi dice: -Sono l'idea di scrivere una lettera a te stesso. Cazzo, ne ho messo di tempo per arrivare! Non fare quella faccia. Non t'è mai venuto in mente? Più dolce di una carezza, più del miele e della luna dorata.
D'un tratto l'occhio mio si spalanca, arranca, sputa un gioco di bugie mal digerito. L'idea sta mentendo!
-Chi sei?
-Sono l'idea di scrivere una lett...
-CHI CAZZO SEI?
-Fermo!
-ESCI DA CASA MIA!!! VATTENE!
Appena l'urlo tace gli occhi dell'idea diventano gli specchi di un dolore, di un morso al seno.
-Non puoi mandarmi via, non cosi...-, sospira, -Davvero non mi hai riconosciuto? Davvero non ti dicono niente le mie membra stanche, i miei stracci che non vedesti quando arrivai? Sono il rimorso, il tuo rimorso.
L'idea è diventata un vecchio. Ha in mano un telecomando, nell'altra una sigaretta accesa. Io faccio per aprire bocca, ma l'idea schiaccia qualcosa sul telecomando, BIP BIP BIP, scompare. L'idea, non il telecomando. Il telecomando resta a mezz'aria, cade e si sbriciola sul pavimento.
Ad essere sincero un po' me l'aspettavo. E anche se sono un po' stanco di aspettare, capisco che la cosa migliore da fare è, anche stasera, prendere il gelato dal freezer e aspettare la morte davanti al computer di casa.
Nessuno

R: 2
La luce mi perfora gli occhi e il cervello.
Merda.
Mi giro e rigiro inutilmente, quella lama di luce mi ossessiona e non mi fa dormire.
Che cazzo di ora era ieri quando sono tornato? Non ho abbassato la serranda e adesso mi sveglio con il sole in faccia alle 8 del mattino, un mal di testa come un'ascia nel cranio e un senso di fogna dentro.
Quanto cazzo ho bevuto ieri sera? Mi ero riproposto per questo sabato di non devastarmi il fegato e tutta la domenica, stavolta. Niente da fare.
Usciamo, andiamo, facciamo... sì dai un altro giro... e prova questo cocktail, prova questo vino, un limoncello dopo cena, una birra prima di cena, una dopo. Boh. ho fatto la fogna come al solito.
DRIN.
Chi rompe i coglioni adesso, a quest'ora di domenica mattina? Sono solo le 10, c'è gente che dorme! Lunedì devo andare all'uni, non si può neanche passare le domenica in santa pace?
Non cago il campanello, saranno i soliti Testimoni dei miei coglioni o il solito negro con la pubblicità da infilare nelle cassette.
la busta del tabacco è lì sul tavolinetto del salotto, bene. Non è la mia marca, dove lo avrò preso? E' anche pieno o quasi. Bene.
Solo che non ci sono le cartine dentro, cazzo, cazzo! Io di solito le tengo nel pacchetto. Del mio pacchetto di tabacco non c'è traccia. Chissà a quale coglione ho rubato questo Virginia da checche. A uno che le sue preziose cartine le tiene nel borsello, tutte ordinate con l'accendino da fighetto, sicuramente.
Portafogli, vediamo se ne ho una lì dentro. Ho voglia di fumare. Fogna scaccia fogna.
DRIIIIIN!!!
Ma, ancora?!
Strillo un "fottiti" al campanello, apro il portafogli.
Due banconote da 100 euro e una da 500.
Non le avevo mai viste nella mia vita, di questo taglio. Cioè, le banconote da 500 euro credevo fossero delle bestie mitologiche, come lo yeti, che tutti sperano di vedere ma che non ha mai visto nessuno.
DRIIIIIIIIIIN! DRIIIIIN!
Porca madonna! butto il portafogli sul divano e mi avvento contro il citofono. "CHI CAZZO E' CHE ROMPE I COGLIONI!?" - urlo.

(Anonimo, continua tu).
Nessuno

R: 0
No. No, questa non è noia. Le mie gambe! Il cuore! sono arrivato. No, non è noia, non è stanchezza. È sete. Dio, eccola! Acqua! Bagnati bocca, bagnatevi labbra, coraggio.
Chiudo gli occhi. La mia faccia diventa faccia di mille genti. La sete è molto più antica dell'uomo, mi dicono. La gola si sveglia, quasi impaurita, poi capisce, si distende, lascia scorrere.
Mai più. Mai più in questo caldo disperato.
Bevo un altro po'. Il petto ride, timidamente. Ha avuto paura della morte, come me. Sollevo la faccia dal fiume. Apro gli occhi e lascio loro vedere il cielo e la terra. No, forse non era paura della morte, e comunque è durata poco. Ancora un po' d'acqua, poi mi alzo. Tornerò a casa, aspetterò papà. Ma lo aspetterò là, non mi metterò più a correre fino a qui con questo sole, né per noia né per gioco.
Nessuno

R: 2
Fuori piove. Riesco a vederlo attraverso le sbarre delle celle dei miei compagni vicino a me. Fa freddo, fa freddo e piove. Sono al centro della carovana e i piccoli, pungenti spilli delle gocce non mi raggiungono. L'umidità e il vento tagliente però non mi rendono il viaggio molto semplice. Ethan è morto. Riesco a vederlo da non so scrivere. E' nella cella affianco alla mia, accasciato e senza vita. Ha smesso di rispondere ieri mattina, circa a mezzogiorno, quando il caldo era più insopportabile del freddo di questa notte. E' lì, a pochi centrimetri da me. Nemmeno un metro mi divide da un morto, da un cadavere, il cadavere di un mio amico. Ora l'unica cosa a cui penso è di dover arrivare. Lui ci credeva più di me a questa storia, alla storia della grande destinazione. Forse è perché quando un essere vivente sacrifica così tanto per un viaggio, allora l'arrivo acquista automaticamente grande importanza. Anche quando non lo si conosce, anche quando non si sa dove ci si trovi. E' una sorta di giustizia divina, qualcuno che dia significato ai tuoi sacrifici, ai tuoi compromessi, alla tua sofferenza. Ricordo quando siamo entrati non so scrivere dentro, dentro questa sorta di enorme automobile. Prima ero dentro a qualcos'altro e prima ancora dentro a qualcos'altro ancora. E' da quando sono nato che non faccio altro che uscire ed entrare, uscire ed entrare. Ethan ci credeva, ci credeva alla grande destinazione. Diceva sempre che nessuno può soffrire così tanto per niente, che qualcosa in fondo ci deve essere e che questo qualcosa ci ripagherà di qualsiasi cosa. Ora come ora non credo possa ridargli la vita. Non posso fare a meno di guardare il suo corpo diventare sempre più piccolo. non so scrivere nessuno parla, nessuno mai, si aspetta solo. I buchi sulla strada ci fanno sobbalzare tutti insieme ogni tanto. Si va avanti, si va indietro, si rimane fermi, può succedere qualsiasi cosa ma nessuno parla. Forse è difficile riuscire a esprimere qualcosa quando si è così tanto vicini ad un corpo in putrefazione, un corpo in putrefazione che un giorno conoscevi. Un corpo in putrefazione che un giorno parlava e ti faceva compagnia. Un corpo in putrefazione che ora è solo un corpo in putrefazione. Parlare di cosa poi?. Di come il mondo non è mai stato qualcosa di positivo per noi, di come quello che ci circonda da quando siamo nati, non abbia mai fatto altro che circondarci, ingabbiarci. Di come quella piccola parte di cervello fa rimanere in vita in noi la speranza di un arrivo, di un arrivo che significhi qualcosa. E il vento soffia e le gocce cadono. La grossa automobile sbanda, sobbalza, si ferma e riparte. Il silenzio contamina le nostre menti, gli amici si decompongono.
E poi? Ogni evento ha senso solo per l'evento successivo che comporta e non siamo ancora arrivati da nessuna parte. Eppure sento che qualcosa sta per succedere, non riesco ad addormentarmi. La grande macchina segue strane traiettorie, svolta in continuazione, come quando siamo partiti. Destra, sinistra poi ancora destra. Sì, sta definitivamente succedendo qualcosa. I miei compagni aprono gli occhi e si guardano attorno. La grande maccina frena, si ferma davanti a quello che sembra essere un grande ingresso. Un grande ingresso fa pensare ad una grande destinazione. I miei compagni iniziano a parlare, dopo quasi un giorno. C'è chi sveglia i propri amici, chi si agita e sbraita, chi attende con ansia l'evento successivo. Ethan non fa niente, Ethan si è arreso tempo fa. La grande macchina riparte e ri ferma un'altra volta, qualcosa si apre e qualcosa sta trasportando le nostre celle. Intorno a me vedo solo nero, vedo i miei compagni, vedo l'ansia, vedo l'impazienza di capire finalmente se qualcosa abbia mai significato qualcosa. Le celle si aprono, io e i miei compagni usciamo e camminiamo su quello che sembra un nastro trasportatore. Penso al nero che vedo intorno a me. Penso a Ethan e di come abbia abbandonato il suo corpo. Il nastro trasportatore ci spinge, ci ammassa. Camminiamo a stento, ci spingiamo. Penso a mia madre, penso al nero che mi circonda, al rumore infernale di sottofondo. Ci muoviamo ancora, non riesco quasi a toccare il suolo per quanto siamo vicini, Il suono infernale si intensifica. Tutto questo non può finire bene, le cose non finiscono bene in questo modo.
E poi il vuoto. Il nastro trasportatore sparisce sotto le mie zampe. Precipito per alcuni secondi, provo a volare, penso a Ethan, muoio.
Nessuno

R: 2
Già passato era il vespro e sulla interminabile fila di languidi uomini in attesa del proprio destino erano calate le tenebre di una imperscrutabile notte. Io mi ritrovavo in quella medesima fila di vittime sacrificali dinnanzi al tempio risalente a civiltà oramai cadute nell’oblio. Esso era stato scelto come degna sede della nefanda setta del Pd.
Mi ero camuffato al pari di un schiavo privo di libero arbitrio, i quali erano utilizzati copiosamente durante gli orribili simposi imbanditi all’interno dell’esecrabile tempio. Duri allenamenti e meditazioni avevano preceduto questo travestimento affinché non trapelasse la mia natura di uomo dotato di raziocinio e sembrassi in tutto e per tutto un’ameba umana dall’ideologia moderata e scialba. Il mio obbiettivo era scoprire cosa stesse succedendo all’interno di quel funereo edificio ed esternarlo al mondo.
Il tempio si ergeva in mezzo ad una pianura desertica e desolata, dove solo qualche sindacalista reso folle dalla sete si avventurava in cerca di pensioni farlocche e agevolazioni fiscali; la sede del partito era circondata da un crudele fossato riempito di acqua bollente e dalla quale risalivano putridi miasmi: in esso si potevano scorgere magistrati decapitati, avvocati evirati e atroci notai, che con arti scheletrici pretendevano il loro tributo in sangue e parcelle pagate in nero.
Al pari di manichini mossi da soprannaturali mani invisibili, ci dirigevamo al ponte levatoio che conduceva all’abisso. Ed ecco apparire il primo dei carnefici, l’onorevole Tabacci, il quale a petto nudo frustava i tribolati con una frusta a sette code. Dalla sua bocca uscivano liquami e parole insensate che si trasformavano in indicibili rantolii come “welfare” “economia reale” e “unioni civili”.
Un brivido di orrore e di supremo raccapriccio mi percosse la schiena quando vidi spuntare dalla spalla dell’immondo Tabacci la testa di Rutelli che con voce stridula gridava ripetutamente: “uccidimi uccidimi !” Erano i deformi gemelli siamesi di Centro nati da un rapporto incestuoso tra Democrazia Cristiana e i Liberali.
Finalmente entrammo all’interno del tempio del male, e nella prima enorme sala v’erano enormi torce appese alle nude pareti. Sul soffitto v’era una scritta in acciaio damascato in caratteri cubitali con la sententia latina “ in medio stat virtus”. Essa emanava una luce ipnotica e psicotropa; ne fui subito attratto, ammaliato e sentii una forza trascendente che mi portava a posizioni sempre più moderate, a distruggere le dicotomie e a cadere nell’eterno limbo del Centro ove tutto è niente e ogni cosa è il contrario di se stessa. Tuttavia, riuscii a vincere quell’oscura forza con un notevole sforzo di volontà dovuta alla continuata visione Zen di pubblicità Mediaset.
Arrivarono quattro sgherri armati di slogan autocontraddittori e di frasi fatte tautologiche, e ci divisero in due gruppi, menando calci e gaffe televisive. Tra i quattro scagnozzi riuscii a scorgere Gentiloni e Franceschini ma nulla più, dato che i loro volti erano stati scarnificati e sfregiati da ustioni a forma dei loghi dell’Ulivo, della Margherita e, il più orrendo e doloroso di tutti, del Pd.
Il mio gruppo di schiavi-automi fu fortunato e fummo portati nella sala dei banchetti ove nondimeno ci attendeva un altrettanto empio spettacolo.
In mezzo alla sala v’era un lungo desco ricolmo delle più lussuriose libagioni: teste di elefanti farcite con miele d’api selvatiche e aspettative di elettori disillusi, tessere elettorali bollite con brodo di tartaruga e dita ammonitrici, pasticcio di pavone condito con salsa alla “grande coalizione”, torta a venti strati con tanto di panna rancida e decorazione eseguita secondo la direttiva UE, e infine trionfo di lardo stagionato di Craxi, caviale qualità Tesoretto, Porcellum, pesci tangenti, manzi allevati nella Prima Repubblica e titoli tossici del Monte dei Paschi. Intorno a quell’inumano pasto v’erano appostati come orripilanti bestie i vari membri del Pd, seduti su scranni in pelle umana. In fondo alla tavola v’era un trono costruito con avorio ricavato dalle ossa e i denti di Pertini e Togliatti. Sopra di esso sedeva l’inquietante e innominabile figura di D’Alema il quale aveva un sorriso sardonico sulla faccia che ricordava la nauseante fissità della morte. Fu il senso dell’abitudine nel guardare il Tg 4 che mi impedì di non impazzire giacché ero preparato a qualsiasi orrore.
Reggeva uno scettro in oro alla cui cima era conficcata la testa mozzata di Romano Prodi in una agghiacciante smorfia di terrore. Nella mano teneva stretto il guinzaglio che imprigionava Marini, nudo, in posizione canina e la lingua mozzata.
Al suo fianco come consigliere temporale v’era la criptica figura della sfinge con la testa da Veltroni che impassibile osservava e scrutava al fine di scovare prede da divorare disumanamente.
Come sgabello su cui appoggiare i piedi avevano utilizzato il corpo di Fassino, duro come il frassino, e immobile in una espressione di ieratica apatia.
V’erano altresì le lussuriose dame da compagnia, la Bonino e la Finocchiaro, le quali allietavano il tedio dei membri corrotti con libidinose pratiche burocratiche e pomposi discorsi retorici infarciti di desueti termini derivanti da codici penali mai esistiti o dimenticati in quanto risalenti alle scritture cuneiformi di folli scribi.
Nella sala regnava un silenzio di tomba, il quale tuttavia era interrotto da immondi versi e grugniti, proveniente da un recondito angolo della tavola. Aguzzai la vista e vidi Rosy Bindi nuda ed oberata da una pantagruelica massa di pinguedine scellerata, seduta dinnanzi ad un abominevole ammasso di cibo che ingurgitava senza alcun pudore, emanando peti e rutti provenienti dalle profondità della Terra. Sulla sua schiena erano palesi i segni di colpi di frusta e sevizie; evidentemente, data l’arida ed inumana verginità della Bindi, sfogava la sua turpe libido in nefandi giochetti sadici con coloro che potevano ritenersi catto-comunisti a sufficienza per farlo.
Nessuno

R: 0
L'uomo entrò nella capanna circolare, senza far rumore fece qualche piccolo passo rapido e subito s'inginocchiò poggiando di fronte a sé entrambe le mani sul pavimento di terra battuta, tenendo la testa rivolta verso il basso.
La luce diurna entrava da numerosi fori sparsi per il tetto e da una grande apertura che sembrava funzionare da finestra e che all'occorenza veniva chiusa da un pannello fatto di un intreccio di rami e foglie, il tutto trattato con un particolare unguento gelatinoso impermeabile, ottenibile dalla bollitura di una precisa specie di rana. Al centro dell'unica stanza c'era stesi per terra vari tipi di tessuto dai colori spenti per lo sporco e gli ormai innumerevoli anni passati dalla loro fabbricazione da parte di mani sapienti conoscitrici del mestiere; sopra questa sorta di tappetto multi colpore fatto di diversi pezzi c'era una spessa asse quasi circolare di legno scuro e poco lavorato usata come tavolo, sopra si potevano trovare: un piccolo uccello con il torace tenuto aperto da dei bastoncini di legno liscio tenuti orizzontalmente, una piccola ciottola piena di visceri di animale -probabilmente dell'uccello-, poche pietre sparse di varie forme e colore, innumerevoli tipi di arnesi, una sega, due foglie verde scuro ed enormi, pezzi di quello che sembrava carbone, una coppa con dell'acqua, una borsa di cuoio nero con tre lunghe cinghie. Sotto l'unica finestra, che stava dietro al tavolo rispetto all'unomo inginocchiato, c'era seduto sopra un lungo mantello bianco sporco un uomo dai capelli grigio scuro intento a finire di piallare del legno fresco.

L'uomo inginocchiato, senza sollevare la testa e rimanendo praticamente immobile, si rivolse all'altro uomo con una voce quasi implorante il perdono per il disturbo reccato <Mia Guida, ti chiedo consigli su come comportarci per quanto riguarda la bambina.>
<Ha aperto gli occhi? Si è mossa?>
<Neanche per un istante.>
L'uomo lasciò la pialla e si alzò in piedi, sbattendo le mani sulle proprie gambe per pulirle dai residui del legno lavorato, prese il mantello steso per terra e se lo avvolte intorno al corpo lasciando libere le braccia magre e muscolose. Si avvicinò al tavolo posizionato in mezzo alla stanza, prese la ciottola piena di organi di animale e la borsa che si appese al collo come una collana, poi fece un cenno rapido all'altro uomo di alzarsi. Praticamente nello stesso istante, quest'ultimo obbedì rapido senza fiatare e uscì dalla capanna sempre senza distogliere per un attimo gli occhi dal pavimento di terra battuta.
Nessuno

R: 0
se un portone di notte si ergeva a difesa di una luna ormai trafitta dal quarto. Fu allora che l'arco urlò come se l'ago, che nel mentre fu messo con le spalle al muro, riuscì a riscoprire che la mappa portava proprio dove la pioggia rendeva la penna così arida.
Nessuno

R: 1
efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1758660

Personaggio che spero vada bene
Also: Facebook
facebook.com/CarloMariggenti?ref&fref
Nessuno

R: 0
Dedicato a te femanon che ancora non mi conosci e neanch'io ti conosco.



Lentamente, senza affanno.

Un passo dopo l'altro,
e ancora un altro passo
rincorro ogni battito del cuore,
ogni dondolio del pendolo
per quel tempo che da te ancor mi separa.
Inseguo ogni alito di vento
che ne porti il tuo odore
e mi dica quanto tu ancora sia lontana.

Dissoltosi l'algido inverno,
come il fiore sul davanzale
mi colora mite la primavera.

Ogni luna che nasce e tramonta
contemplo e il corso ne seguo
quand'anche giovane e timida
dietro al velo delle nubi,
come modella dietro al paravento,
la grazia sua adombra maliziosa.

Lasciami il tuo odore nel vento
ancora.
Nessuno

R: 6
Nei locali,
Per le strade,
Nel bar che ti gioca la schedina.

Sotto gli alberi delle case in mattoni pieni,
Sopra il viadotto della ferrovia,
Nei bui pertugi di via Locchi.

Nel retro di un furgone,
A fare l'amore,
Passere umide, sento il colore.
Nessuno

R: 6
Ciao /scr/ è la mia prima volta qui.
Vorrei fare un esperimento.

Vorrei scrivere storie brevi "suggerite" da anonimo.
Dammi delle hint: motivo, luogo, tempo, qualsiasi cosa ed io scriverò una storia.

Critiche sono bene accette.

Saluti anonimo.
Nessuno

R: 1
Crossposto perché sì. Avviso pre-lettura: la punteggiatura è appositamente delirante. Commenti di qualunque genere sono bene accetti.

Il mago nella torre. Dorme. Di solito scrive. È la sua magia. È una torre di sole scale, due scale che come serpi amoreggianti s'attorcigliano fino in cima. Il tetto è una conca spiraleggiante. La torre è un delirio di spirali: l'orecchio del mondo. Lui l'ha sognata, lui l'ha disegnata. Solo lui può sentire la voce che narra. Solo lui può sentire il racconto del mondo, perché suo è l'orecchio del mondo. La voce racconta sempre, racconta di posti del mondo lontani e vicini, racconta nulla più di ciò che accade.
I re. I poeti. I saggi. I cavalieri. Gli imperatori. Tanti. Tanti bramano il dono che i sogni gli han fatto, ma non possono prenderglielo, non possono portarglielo via. Il più grande degli imperatori bussa alla sua porta vestito da mendicante.
Il mago si sveglia. Mette il mantello di porpora, gli orecchini di cristallo tintinnante, la tiara del colore del tuono. Solenne, apre la porta. L'imperatore, coperto di stracci, s'inginocchia “Solo un tozzo di conoscenza” implora.
Il mago non parla, lo fissa. Un piccolo uomo. “Il popolo della nebbia, ai confini con il Regno d'Argento, ha improvvisamente smesso di ribellarsi. Il mio vassallo dice di essersi limitato a dar loro ciò di cui avevano bisogno. Il Re d'Argento mi propone di unire le casate. Un matrimonio. Sua figlia, mio figlio.” Parole. Occhi annoiati. Il mago si volta. Un passo. La torre suona. “Venite qui, ogni giorno più disperati, ogni volta con una storia.”
Voce alta, accento di cenere. “I banditi mi hanno derubato e rapito, mi hanno lasciato in questa città, se solo avessi i soldi per affittare un cavallo.”
Voce bassa, nessun accento. “Ogni volta volete farla sembrare importante. Come fate a non capire che ogni storia è solo una storia?”
L'imperatore sente le speranze morire. Testa bassa, si alza, lentamente. Si gira. Osserva le montagne. La strada umida ha la forma dei suoi passi. Un passo. Il mago si volta. “Ti darò ciò che elemosini.” I passi del mago compongono una melodia lenta nelle spirali della torre. Consulta le librerie. Le librerie sono le pareti della torre. Le due scale, le due serpi, amoreggiano sui libri. La torre è un delirio di carta: il libro del mondo. Lui l'ha sognata, lui l'ha disegnata. Solo lui può raccontare la voce che narra. Solo lui può narrare il racconto del mondo, perché suo è il libro del mondo.
Con la mano ascolta i libri. Li accarezza tutti. Li sfiora. Rispondono all'affetto con un sospiro di gioia. Ecco il sospiro che cercava, la voce giusta. “Il popolo della nebbia e il tradimento.” Sussurra. La sua è la voce di un padre affettuoso che chiama per nome un figlio meritevole. Lo bacia sulla copertina e lui con le pagine gli accarezza una guancia. Lo abbraccia con la mano. Lo appoggia su un'anca. Lentamente accarezza altri figli. È vicino, lo sente. Eccolo. Timido, piccolo. “La paura e la debolezza del Re d'Argento.” Lo chiama a voce più alta, ai figli insicuri bisogna dar sicurezza. “Qualcuno ha estremamente bisogno di te. Scoprirai quanto vali.” Il libro, felice, lascia correre le pagine da destra a sinistra, da sinistra a destra. Lo avvicina al fratello, si baciano. Con la mano, ora, abbraccia entrambi. Scendendo le scale accarezza ancora i suoi figli sulla libreria. Dolcezza sincera, senza secondi fini.
L'imperatore, sull'uscio, trema. Torna da lui. Avvicina la bocca ai libri. Mormora. “Quello è il vostro destino, un nuovo padre. La vostra esistenza cambierà il racconto del mondo. Fatevi forza.” I libri studiano il nuovo padre da lontano. Timidamente si avvicinano alla sua mano. Esalano uno sfoglìo triste. Voce alta. “Come stanno gli altri?” Voce bassa, udibile. “Perché una domanda da colui che sa tutte le risposte?” Un sorriso storto. “Non voglio farvi sentire osservati.” Voce sincera e triste. Confessione di una verità scontata. “A volte ci penso, facendo qualcosa, ciò che faccio viene scritto.” “E vorresti venire a buttar giù la torre.” Paura negli occhi del mendicante. Paura inutile, insensata, dell'imperatore. “Ma comprendo il tuo sentimento. Forse la voce del mondo è crudele.” Silenzio. Sguardo in cima. “Ed io?”
Nessuno

R: 1
Quando l'ho conosciuta non la volevo nemmeno vedere perché ci eravamo sentiti solo per messaggio e credevo fosse una cicciona. Il mio amico me la chiamò, era ad una festa, lei scese, io volevo scappare. Mi chiese se potevamo fare un giro, c'erano delle panchine non molto lontano da lì. Fu lei che mi rimorchiò. Ci mettemmo a sedere, era alta 1,95 cazzo coi tacchi neri lucidi con il plateu. Bionda, occhi castani, labbra carnose. Dopo brevi discorsi, la baciai, mi diventò duro come un mattone. Mi ci divertivo, la trattavo come una cagna. Poi mi innamorai ed è finita che è stata lei a mandarmi affanculo, quindi Anon ti dico: non buttare via occasioni d'oro e buttati sempre.

Con affetto piglianculAnon.
Nessuno

R: 0
Confusione.


Io non so se abbiate mai guardato, e osservato bene, la gente attorno ad un tavolo che chiacchiera e beve. Tu ad uno ad uno esplori volti; territori nuovi che parlano e insieme vivono e sono. Le persone sono belle.
In realtà tu non sei tra loro: sei un po’ più in là, godendo dell’inverosimile e alcolica realtà. Alterazioni; sì, hai bevuto e ti è piaciuto un sacco e sì, lo rifaresti – e lo stai rifacendo.
Ebbene un attimo conscio e un attimo no stai beato a compiacerti del lato positivo delle cose, vibrazioni che riesci a sentire solo quando presti l’occhio o il senso acuto che percepisce ciò che inequivocabilmente e misteriosamente è. Poi all’improvviso qualcuno ti batte sul fianco stordendo il già poco stabile equilibrio. Ti giri – e, per quanto si possa credere che sia la calma a governare, è un ubriaco che maneggia il tuo sguardo. Ti giri e non trovi punti fermi. Ma blateri, quello sì.

Oh .. scusa.

Sei maldestro e le sbatti praticamente contro tutta la tua goffaggine, la tua confusione; imbarazzato e dimentico che si è sempre meno eleganti di quanto si desidererebbe, ti volti, incrociando qualcuno o beh, una giacca che pare viva e infatti poi cambia e c’è lei.

E’ un secondo che dura parecchio.
Volgi la testa allontanando lo sguardo e ricordandoti che devi fare qualcosa, perché se no sembri scemo.

Ciao Milla.

Sorridi. E’ necessario ed è l’unica cosa che riesci a credere – dico al sorriso. Più di tutto è il fatto che non stai pensando a niente a rendere le cose così assurde come sono, o sembrano. Ma ‘sticazzi, insomma: vale la pena non pensare quando di mezzo c’è così tanto.

Io non so se abbiate mai guardato, e goduto appieno, degli occhi dell’amore.
Nessuno

R: 1
Ubriaco fradicio, Abufinzio se ne stava appoggiato con un braccio a un capitello corinzio: abbassò gli occhi su di me e rise, beffardo. La neve ancora fresca del giardino mi abbagliava, ma non era abbastanza bianca. Contro quello sfondo stava il giovane adiposo e sghignazzante che m' alitava sul viso vapore e puzzo di whisky. Come m' accadeva spesso, mi sentii inquieto e tentai d' immaginare i sentimenti che potevano agitarsi in un uomo con una mente tanto aliena. Poiché avevo deciso di non far storie in nessun caso, gli dissi che, nonostante fosse ancora presto, eccezionalmente gli avrei fatto lurkare diochan; quindi gli chiesi di pagare la tariffa per l' ingresso e quella per il gold account. Con mia sorpresa, Abu pagò senza discutere. Poi cacciò la testa in macchina e parlò come per invitare qualcuno ad uscirne. Abbagliato dal riverbero della neve, non avevo potuto scorgere l'interno della vettura. Oltre il finestrino si muoveva qualcosa di bianco. Sembrava un coniglio. Dal predellino della jeep s'affacciò un piede, calzato in una scarpa dal tacco a spillo. Mi meravigliai che, nonostante il freddo, quel piede fosse senza calza. Capii subito che si trattava di Necro: aveva un cappotto rosso fiamma e le unghie delle mani e dei piedi laccate nello stesso colore. Quando il cappotto le s' aprì sul davanti, apparve una sudicia camicia da notte fatta con stoffa d'asciugamani, era ricoperta di schizzi biancastri. Era anche lei tremendamente ubriaca, e teneva gli occhi sbarrati. Lui almeno aveva i vestiti in ordine. Necro, evidentemente, era stata trascinata fuori dal letto e doveva avere appena fatto in tempo a gettarsi il cappotto sulle spalle. Al riverbero della neve, il viso della donna m'apparve pallidissimo. Sulla pelle quasi esangue faceva spicco il cremisi posticcio delle labbra. Appena discesa dalla macchina, starnutì raggrinzendo il naso in minuscole rughe che correvano lungo il setto sottile; guardò lontano per un attimo, e poi i suoi occhi ripiombarono in un'espressione torbida e cupa. E infine, parlò all'uomo. "Abu, Abu!" chiamò. "Fa un freddo boia maremma maiala!" La voce lamentosa si sperse sulla neve. Lui non rispose. Era la prima volta che una prostituta mi sembrava bella. Non che rassomigliasse alla mia diletta Misa: sembrava anzi un ritratto contraffatto in modo da somigliarle il meno possibile; eppure, pur in quell'immagine che contrastava persino col ricordo che io avevo di Misa, quella donna pareva racchiudere tutta la sua bellezza fresca e ribelle. Voglio dire che nella tensione sensuale provocata in me dalla mia prima esperienza di bellezza v 'era qualcosa di più allettante d' ogni ricordo esteriore. Un solo punto in comune aveva quella donna con Misa: per tutto il tempo me ne stetti lì coperto soltanto d'una sudicia casacca e con gli stivali di gomma, lei non mi rivolse mai lo sguardo.
Del resto ero e sono anon.
Nessuno

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Gli occhi di Jesesigof erano arrossati e pieni di lacrime, fissi verso l'infinito. Pensava alla sua bella steppa, rimasta anni luce lontana da lui. La sua bianca tuta da astronauta era strappata, macchiata di fango e completamente schizzata di sangue, scuro e viscoso. Era bagnato dalla sua linfa vitale che gli scendeva giù per la schiena, colando per le gambe arrivava ai piedi e andava a formare pozze di lucido liquido rosso. Il sangue rispecchiava il cielo mattutino, che sembrava prendere fuoco, in quel giorno funesto. Lo avevano fustigato per tutto il percorso fino a quel colle, costretto a portare l'enorme manufatto ligneo sulla schiena. Sarebbe stato lo strumento della sua dipartita. Adesso il manufatto che aveva portato sorreggeva lui stesso. Issato a tre metri da terra, gocciolante, sofferente, crocifisso. Un accavallarsi di ricordi e sensazioni gli penetrarono la mente; e adesso non sentiva più il dolore delle cento frustrate sulla schiena, dei suoi arti trafitti, del suo fallimento. Quando la sua nave stellare, la "Laika V", fu costretta ad approdare sul quel pianeta sconosciuto con un motore in avaria e senza contatti radio, non avrebbe mai pensato ad una vita, se pur breve, di grandezza. Tre lunghi anni, in tre anni sconvolse un mondo che non era il suo, e adesso ne aveva rimorso. Chi era lui per stravolgere la vita di un intero popolo? Lui: un umile astronauta sovietico che avrebbe dato tutto per la patria. Era caduto nel gorgo dell'autocompiacimento, era umano del resto.Un popolo primitivo, antecedente all'era dei computer, dei selvaggi insomma. Cosa c'era di male nel voler evolverli? Ne avrebbe fatto una colonia sovietica extramondo, e magari ne sarebbe stato a capo. Era naturale voler dare un governo degno di questo nome a quella gente. Jesesigof era nato nel 2055, a guerra finita. Le forze nemiche erano limitate a piccoli gruppi armati, nessuno poteva più far soffrire l'essere umano. Da nord a sud, da est a ovest: tutti i soldati del mondo erano Armata Rossa. In quel domani luminoso ogni uomo era libero, la bandiera sovietica sventolava sui pennoni di ogni città. Tutto era spartito in modo equo; enormi mense comuni, istituite in capannoni prefabbricati, fornivano al popolo il bene primario. Numerosi erano i "Centri di distribuzione", uffici il cui compito era fornire tutto ciò che serviva al popolo, nelle quantità giuste. Il denaro, vile e fomentatore d'odio, non aveva più senso di esistere. Tutti erano davvero felici, anche perché non esserlo era reato punibile (giustamente) col gulag. E invece qui cosa doveva vedere? Un imperatore, capo religioso e assoluto, una vera follia retrograda. Il sangue che gli colava negli occhi lo riportò alla realtà. Sotto il casco con la stella rossa gli avevano incastrato qualcosa, era una sorta di corona d'acciaio, costruita in modo che le sue spine gli toccassero l'osso del cranio. Guardo giù: la folla era inferocita, lo avrebbero voluto linciare. La sua saliva mista a sangue gocciolò sul terreno sottostante, dove soldati con armature bronzee e gladi luccicanti contenevano la folla. Jesesigof guardò i volti di quegli inferociti, gente che avrebbe voluto aiutare in qualche modo. A perdita d'occhio poteva scorgere volti conosciuti, persone che lo appoggiavano, altre che lo avevano disprezzato. Adesso erano tutti insieme, ebbri del suo sangue, ad inveire verso di lui. Nessuno aveva scelto di morire con lui, per la causa, era solo.Sentì un dolore fortissimo, come se gli avessero troncato tutte le costole, uno schizzo di sangue gli bagnò il volto. Un fiotto di sangue cadde sul terreno con un orribile e sordo rumore, urlò flebilmente. Una gelida lama di pilum gli aveva trapassato il costato. Sentì un bruciore mentre contorcendosi vedeva di sbieco il volto del sadico soldato che gliela aveva sferrato. Pensò a Dio, un Dio proibito sulla terra, era diventato un debole a cercarlo proprio adesso: la paura della morte. Il suo cuore batteva all'impazzata. Chissà se si ricorderanno di me, pensò, se per la mia mania di potere e giustizia sarò ricordato, magari vergato per sempre in qualche testo sacro. Chissà se un giorno si faranno guerre e persecuzioni in mio nome. Sentì un rumore troppo familiare, le navi da sbarco stavano rompendo la barriera del suono, alzò gli occhi al cielo: tutto era annebbiato, ma come non riconoscere le scure sagome stagliarsi sul rosso cielo mattutino...oramai stava morendo. Fece tremante un sospiro coi polmoni che gli bruciavano, lacrime di sangue gli solcarono il volto. Con le sue ultime forze, resistendo al dolore, prese aria per gridare. Guardando le tetre navi della terra urlò con tutto il fiato rimasto: « Stalin! Perché mi hai abbandonato? ». Vomitò a terra il suo ultimo fiotto di sangue, e mentre tutti guardavano il cielo, il suo cuore esplose.
Nessuno

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Deadman Wonderland Project Introduzione

Ciò che segue è un mio scritto personale, ho incominciato a scriverlo dopo aver visto Deadman wonderlan(Anime e manga) è solo un'intro, un "primissimo capitolo" Sono gradite opinioni e consigli e se piace potrei postare in futuro anche le restanti pagine di un progetto mai finito e in continua evoluzione.

Iniziò tutto il 3 dicembre 2055 quando il Dottore mi trovo, per caso, fra le strade della Vecchia Londra. Ero fra due cassonetti, ricoperto in fogli di giornale, quella notte svenni dal freddo.
Ripresi i sensi mentre ero in spalla a un uomo, stavamo varcando la soglia di una villa, un edificio di appena due piani in stile Neo Barocco, poi ricaddi nel sonno più profondo.
Mi svegliai di soprassalto, e un panno umido mi cadde dalla fronte.
“Ti sei svegliato, finalmente!”
Ancora un po stordito domandai:“Quanto ho dormito?”
“Un giorno intero.” mi rispose.
“Wow! mai dormito così tanto” Dissi ostentando una vena di allegria.“...Ma che ci faccio qui?”
Incominciò il discorso con con l' auto-lusingarsi, pensai subito fosse uno strano soggetto.
“Per fortuna che ci sono ancora persone come me, che si fanno la loro bella camminata per mantenere il loro corpo in forma, altrimenti col cavolo! Con quelle nuove navette... com'è che si chiamano... le ZT-43, col cavolo che si fermavano a prenderti, con quella tecnologia a spinta magnetica vanno troppo veloci per accorgersi di qualcuno per strada”
“Quindi lei mi avrebbe portato fin qui in spalla?”
Avreste dovuto vederlo, con quel camice bianco, i pantaloni un po' larghi color cioccolato, sembrava uno sfigato qualsiasi eppure, come se aspettasse la mia domanda si strappò letteralmente i vestiti di dosso. Letteralmente. Dando così scena ad un fisico palestrato che farebbe invidia a molti.
“Visto che magnificenza?!” Si mise in una posizione che non saprei descrivere, sembrava una di quelle statue greche che vedevo da bambino nei libri di storia.“Non te lo saresti mai aspettato vero?!”
“A dire il vero, non mi aspettavo che facesse a brandelli i propri vestiti.” Ci fu un attimo di silenzio, dopo di che prese i vestiti e se ne andò. Provai ad alzarmi ma non ne avevo le forze. Poco dopo mi preparò uno spuntino, visto che mi portò anche del thè penso fossero circa le 5:00 p.m. Si sedette su una poltrona posta ai piedi del letto, e come vide che incominciavo a gustarmi uno dei biscotti incominciò a raccontarmi la storia di quell'enorme casolare: “Questa casa vale ormai talmente tanti soldi che se ci fosse un'altra Grande Guerra potrei comprarmi i soldati di tutte e due le fazioni.” Non si è neanche presentato e incomincia a raccontarmi la storia di casa sua? Ma che razza di gente c'è in giro?!
La Grande Guerra, avvenuta nel 2043, era il motivo della costruzione di New London-2 una città completamente automatizzata sotto una bolla di vetro infrangibile... o così si diceva, nessuno aveva mai effettivamente provato a romperla.
“Vedi ragazzo, questa casa viene tramandata di generazione in generazione fin dal 20th secolo, è stata salvata per pura fortuna durante i bombardamenti, d'altronde come tutto ciò che rimane della Vecchia Londra”
La Vecchia Londra, una volta chiamata Londra, ormai non era altro che una delle città satelliti salvate della numerose bombe sub-atomiche.
“Soltanto grazie al pronto intervento della Fregata Spagnola siamo riusciti a vincere! Senza il loro supporto non avremmo mai sconfitto il Regime Cinese!” Disse mentre si alzava dalla poltrona avvicinandosi alla scrivania.
“Io sono un Dottore, ho lavorato per anni nel reparto delle patologie infettive e della chirurgia, poi per colpa della guerra ho perso il lavoro. Ho un nome, ma non sono così stolto da dire il mio nome ad uno sconosciuto. Per la durata della tua permanenza in questa magione gradirei che te mi chiamassi semplicemente Dottore, grazie in anticipo. Direi che ho parlato troppo, parlami un po di te.”
Aveva notato che stavo finendo il thé, Posai quindi la tazza e incominciai a parlare:
“Io mi chiamo Frederick Korn e...beh! Sono un orfano come tanti, molto spesso solo, e che fa avanti e indietro fra una famiglia e l'altra”
“Mi dispiace...”
“E di cosa?”
“Non avrei dovuto iniziare questo discorso probabilmente.”
“E perché mai?! La sua domanda è lecita, d'altronde imango uno sconosciuto che alberga in casa sua, non vedo perché non dovrei risponderle con serenità. Ormai è un fatto che ho accettato, non penso di poter fare molto.”
Il Dottore seppure un po' straniato si riprese e mi fece capire che era molto interessato e mi prese subito in contro piede: “Come sono morti i tuoi genitori?”
“I miei genitori? Mia madre è morta quando ero molto piccolo... Mentre mio padre e tutti quelli a cui tenevo sono morti nell'Esplosione del Diavolo” Il Dottore era sbalordito dalla mia ultima affermazione.
L'Esplosione del Diavolo è un fatto che tutti conoscono ma di cui il governo non ha mai parlato, venne denominata così perché rilasciò dei pezzi di un cristallo color rosso sangue, chiunque al primo impatto li avrebbe scambiati per rubini. L' Esplosione fu il primo atto di censura da quando furono istituiti i Regni uniti, un' unico stato che comprendeva tutto il mondo, istituito per far fronte alla crisi economica nel 2051. “Nell'esplosione Del Diavolo?! Eppure si dice che nessuno sopravvisse quel giorno!” Esclamò esterrefatto
“Infatti. Neppure io non sopravvissi, a me venne data nuova vita.”
A quel punto il Dottore Non poteva più contenere lo stupore: “Ma che cazz..? Cosa intendi ragazzo? Tutto ciò che dici non ha un senso! Sei risorto?! E come avresti avuto questa nuova vita?! Sei forse una fenice?!”
“Grazie ad un mostro, grazie all'artefice di quel disastro... l' Uomo Rosso”
“Vuoi forse dire... Che è stato una singola persona a creare tutto quel disastro?”
“Non penso fosse umano, è apparso davanti a noi in autostrada, davanti alla macchina di mio padre, e per un'attimo mi è sembrato che mi guardasse, dritto negli occhi, aveva un ghigno stampato sulla faccia. Aprì le braccia come se dovesse abbracciare la macchina che stava per investirlo e da quel punto il buio... Sebbene fossi stato ferito gravemente e avessi perso molto sangue riuscii ad aprire gli occhi, e lo vidi... era difronte a me con qualcosa nella mano, Credo fosse era uno di quei diamanti rossi... aveva ancora quel sorriso stampato in faccia, si protese verso di me e mi piantò il cristallo qui! Dritto nel cuore! Prima mi sembrava di essere stato investito da un camion, poi sentii come un senso di sollievo, ed infine tutto tornò nero e quando mi svegliai ero in ospedale, mi dissero che ero rimasto in coma per due settimane.
Questa è la mia storia. Lei è libero di crederci o meno, ma le vorrei chiedere una cosa...” Quando tornò in sé dopo lo shock provocato da ciò che aveva appena udito mi rispose:“Certo, dimmi pure!” con un tono un po' troppo squillante per il mio stato emotivo, che nel ricordare i fatti aveva ricevuto una notevole scossa “Potrei rimanere insieme a lei un paio di giorni? Non ho una casa a cui andare, e lei sembra una brava persona...”
“Nessun problema figliolo, molte delle stanze in questa casa sono qua solo per prendere la polvere ormai... Non ci sarà alcun problema”
Nessuno

R: 5
In quel momento, Ashwell provava l'impressione di non essere più lui a dirigere quel ballo.
Il martello ormai seguiva le sue scie, le sue traiettorie, scaricando la sua potenza distruttrice in posti apparentemente decisi in modo completamente autonomo.
Tutto quello che il Cavaliere del Porco potesse fare era rallentarne le rotazioni, cercando di trattenerlo con il suo peso e con la notevole forza delle sue braccia.
Nonostante ciò, Ser Longsight era riuscito ad arrivare intero sino a quel momento.
Due colpi incassati sullo scudo, un'infinita schivati completamente, ed addirittura un colpo di striscio inferto all'incavo del braccio, passando attraverso la cotta di maglia con la sua maledetta alabarda, era più di quanto qualsiasi suo avversario potesse sperare di ottenere.
Ashwell sapeva bene che il suo avversario non era da sottovalutare, le due teste di lancia incrociate, disegnate con maestria sullo scudo di Longsight, gli ricordavano in ogni momento la fama del cavaliere nemico.
Dentro il grand'elmo, il suo fiato si era ormai condensato in una miriade di gocce d'acqua, la sua barba ispida e le sopracciglia completamente fradicie gli davano difficoltà a respirare e ad osservare l'ambiente circostante come avrebbe voluto.
Era certo che dall'esterno i lord e le dame che assistevano alla tenzone, stessero avendo modo di osservare "il cinghiale furioso", il tratto della sua persona di cui più si narrava nelle canzoni dedicate alle sue gesta.
Il sudore e il fiato, difatti, stavano ormai colando al di fuori del suo elmo a forma di testa di cinghiale, dando così l'impressione che fosse l'elmo stesso a sbavare, furioso di rabbia come il cavaliere che protegge.
"Ser Longsight", gridò, mentre l'altro era ancora nascosto dietro lo scudo ancora vibrante dell'ultimo colpo di maglio, "non pensate sia il momento di ritirarvi da questa tenzone? Non credete che la vostra vita valga più di un pugno di terre, qualche troia ed un mulino?".
La risposta non tardò ad arrivare, ma non furono parole a rispondere alla provocazione di Ashwell, non ci fu nemmeno un suono se non un sibilo penetrante, terribilmente simile a quello di un serpente.
La punta dell'alabarda era scattata in pochi istanti dalla posizione di guardia appena fuori dallo scudo al gabbione del Porco, trapassando con facilità il surcotto e scalfendo la placca di metallo sottostante, e altrettanto rapidamente il braccio del lanciere venne ritirato alla posizione neutra.
"Lungamano! Vedo che il vostro soprannome non è stato scelto a caso! in ogni caso, le vostre possibilità contro un avversario bardato in armatura pesante sono alquanto misere, e lo sono ancor di più quando il vostro avversario vi è a tal punto superiore.", continuò il grosso cavaliere armato di martello.
"Voi non siete superiore a nessuno, Ser Porco, dovreste rendervene conto dal momento che siete voi l'unico a sanguinare e sbavare come un animale malato", fu la risposta che giunse da dietro lo scudo prima che il pensate martello vi si abbattesse con fragore di tuono, mandando schegge di legno pittato in ogni dove.
"Vi ho portato rispetto, ser, vi ho dato la possibilità di ritirarvi e voi mi ripagate con lo scherno? Siete forse un fattore o un villano qualsiasi per rivolgervi in tal modo ad un cavaliere vostro pari? Nessuno vi ha insegnato a portare rispetto?" urlò Ashwell cieco di rabbia.
"Che male c'è ad essere un fattore, o un villano, se è per questo? O forse provate del risentimento verso i fattori per la loro produzione di salsicce? Piangete per caso i vostri fratelli macellat-”.
Lungamano non fece in tempo a concludere la sua provocazione, il martello si schiantò di nuovo sullo scudo, la bava del cinghiale ormai schizzava ovunque mentre il grosso cavaliere riprendeva le sue terrificanti rotazioni.
Dentro l'armatura, il cinghiale ansimava, il suo cuore sembrava essersi spostato più in alto di dieci centimetri, battendogli dolorosamente in gola ad un ritmo forsennato.
La sua pancia molle ondeggiava da un lato all'altro del gabbione, sfregando contro il cuoio e la lana grezza della sua tunica protettiva.
Il braccio ferito ormai aveva perso molta della forza originale, e la presa sul martello era resa difficile dal sangue caldo che colava sino alla mano.
Il cavaliere del porco, nonostante la sicumera che ancora ostentava, era spaventato e furioso, temeva di finire la sua vita così, per mano di un volgare bifolco nascosto dietro uno scudo come il più vigliacco dei paesani.
Decise di tentare la sua ultima carta, decise di rischiare la sua vita in cambio dell'onore, di un posto tra i commensali nei banchetti dell'oltretomba, in cambio della gloria e delle lodi che avrebbero cantato su di lui nelle locande per decenni a venire.
Decise di togliere ogni guardia, i piedi ancorati al terreno dal suo peso e dalla posizione di battaglia di chi è pronto a perdere tutto, le gambe divaricate per dare potenza, la schiena curva in avanti, pronta a ritrarsi e scattare al momento giusto, entrambe le mani alla base del pesante martello da guerra.
Longsight non poteva non notare l'apertura, l'occasione, e come una vipera su un animale ferito si lanciò all'attacco con ancora più ferocia, desideroso di porre fine allo scontro.
Da dietro lo scudo ormai prossimo alla frattura, l'alabarda cambiò di nuovo inclinazione, la mano guantata che la reggeva sembrava tremante, sicuramente segnata dal dover assorbire, pur dietro lo scudo, i colpi precedenti.
Gli occhi di Longsight sparirono da dietro la feritoia del grande scudo crepato e per un istante la testa del cavaliere, coperta da un elmo a becco, fece capolino in prossimità della mano armata.
Tutto si svolse in un istante, i piedi di Lungamano sollevavano polvere mentre avanzava insieme al suo scudo, con la lancia in resta nonostante non fosse a cavallo, per poter scaricare tutta l'energia della sua corsa sull'avversario.
La schiena del cinghiale era un'unica fibra dolorosa, ogni singola parte del suo corpo era impegnata a sollevare il martello e portarlo sul fianco sinistro, in posizione di carica, tenendone solo la punta più estrema della base, per moltiplicare meglio la potenza ed il peso dell'imponente cavaliere.
Gli occhi del cavaliere del porco erano ormai inservibili, attraversati da lampi di dolore e annebbiati dallo sforzo titanico, la sua bocca sapeva di sangue, e nelle orecchie non risuonava più che un sibilo assordante.
La punta dell'alabarda si schianto sul fianco sinistro del cinghiale, tra l'ascella ed il gabbione, piazzandosi in profondità nel grosso corpo del guerriero.
Solo la lancia, però, era riuscita ad arrivare integra sino al corpo del cinghiale, l'ultimo colpo del martello infatti aveva sfondato lo scudo e Ser Longsight che vi si riparava dietro, mandando il cavaliere in pezzi contro la pesante testa d'acciaio.
Da fuori, il cavaliere del cinghiale sembrava sbavare sangue, ancora in piedi, posato sul suo martello come fosse un bastone di vecchiaia, di fronte ai resti devastati del suo rivale.
Nessuno

R: 1
E’ buio. Troppo buio, e nella bocca ancora sento vivido il ferreo sapore del sangue.
La Padrona non ha esitato affatto con quegli schiaffi. Ho sbagliato, ho meritato la mia punizione e Le sono grato per ciò che mi ha donato. Non è il dolore fisico quello che davvero fa male. Ciò che mi attanaglia le viscere è la lontananza da Lei, il silenzio dato dal Suo non proferire parola, ed il buio… oh, tanto sublime quanto letale. E’ vero che il suono più assordante, talvolta, è il silenzio stesso.
Sono nudo, c’è freddo in questo minuscolo stanzino in cui la Padrona mi ha relegato per punirmi, ed ancora la ringrazio per questo dono che accetto volentieri e umilmente. Lei ha avuto l’idea di incatenarmi per bene, al punto che il freddo metallo non mi concede la possibilità di stendermi o sedermi. Posso stare unicamente in ginocchio di fronte alla lignea porta serrata che mi si para innanzi.
A capo chino lascio che i miei pensieri siano rivolti a Lei, ai Suoi piedi sublimi, a quel sorriso dominante e malizioso e a quel Suo sguardo penetrante che non mi è dato incontrare, se non rare volte. Le ginocchia ormai sono coperte di lividi. Da quanto tempo sono in questa posizione? Un giorno? Due? Non ricordo, e nemmeno voglio ricordare. So che me lo merito, e questo basta.
Nessuno

R: 2
Sono sul mio lettino. Il dottore che si occupa di me è seduto su una poltroncina rossa. Mi guarda e si schiarisce la gola.
« Lei è conscio del fatto che in questa stanza non c'è nessuno? » mi chiede.
Fitta allo stomaco. Sollevo la schiena di quarantacinque gradi e lo fisso negli occhi.
« Cosa intende dire? ».
Sono esterrefatto.
« Intendo dire », si sistema gli occhiali sulla punta del naso, « che questa stanza è vuota ».
E all'improvviso il dottore scompare.

Le pagine del libro che ho in mano sfrigolano di piacere mentre le sfoglio. Le accartoccio per godermi il suono.
A volte dormo per il freddo, altre per far passare il tempo. Non è sonno, è non voglia di rimanere sveglio.
Chiudo il libro e lo appoggio sul comodino. Intollerabile, quel comodino.
È come se dormissi sempre, anche da sveglio.
Oggi mi va una sigaretta. Ma io non fumo. Voglio dire, non sono io a fumare. Mica vado a fuoco. È la sigaretta che fuma.
Il soffitto mi fissa. Stupido soffitto. Mi chiudi in questo cesso di stanza e impedisci che mi piova in casa. Buona, fresca pioggia dritta sulla faccia; mi crogiolo nell'idea. Come se te l'avessi chiesto, di proteggermi.
Ma non sta piovendo. Credo. Non vedo niente. Forse aprire la finestra aiuterebbe. Il solo pensiero di toccarne il vetro mi fa tremare di freddo e terrore. Se l'aprissi, come minimo dovrei tornare a dormire per recuperare il calore.
Apro la finestra. Alzarsi è sempre un trauma. Il letto mi supplica di tornare da lui. Apro la finestra.
Sono senza cuore.
La metropoli si espande sotto il mio sguardo. Anonima e gloriosa, le sue trecento vie si assottigliano allontanandosi, fondendosi nella nebbia con l'orizzonte. Il cielo è viola, come un livido.
Accendo la mia sigaretta mentre penso che odio le cose.
È come se fossi sempre sveglio, anche mentre dormo.
Ogni azione è riconducibile al piacere. È possibile ridurre ogni pulsione umana a due principi: avere e distruggere. Spesso, in ogni caso, vogliamo liberarci di qualcosa soltanto perché ci impedisce di avere qualcos'altro.
Sbuffo fumo nell'aria notturna.
La mia è estasi autodistruttiva. Senza la parte dell'estasi.
Quanto avrei risparmiato se avessi comprato una casa senza soffitto? Penso a cosa avrei potuto fare con tutti quei soldi.
« Non ne vendiamo, di case senza soffitto ». Immagino la faccia grassoccia di un venditoredicase. « Potremmo fare una casa col soffitto e poi rimuoverlo. Ma le costerebbe qualcosina in più ».
Bastardi.
« “Produciamo in serie case con soffitti”. È la politica dell'azienda ».
Lo vedo sistemarsi il nodo della cravatta mentre inizia a sudare. Il maiale ha paura di me. Lo sto guardando con così tanto odio?
Ma ciò che sto realmente guardando è nient'altro che nebbia violacea. Aggiungo il mio fumo personale a quei banchi grigiastri. Ora c'è una parte di me nel cielo di piombo.

Non sono pazzo. Il dottore è scomparso davvero. Ancora oggi non riesco a spiegarmelo. È sempre tutto così nitido, prima che mi svegli.
Nessuno

R: 3
-Salve, sarei Neumann Volbert.-
La donnona appollaiata sulla sedia nella gabbiotto dei dipendenti aggrottò le sopracciglia e fece scorrere la rotellina del mouse, cercando nello schermo del computer il mio nome in chissà quale lista che le veniva riflessa sulle lenti degli occhiali, fin quando non disse perplessa:
-Neumann con quante enne?-
-Due enne: M-A-N-N.-
Sul computer erano posti due piccoli pelouche di cani, uno rosso e uno blu, con un cuore nel mezzo del muso. Notai poggiata alla postazione del pc, accanto ad una vuota e accartocciata confezione di patatine fritte, una foto con i primi piani della donna assieme ad un uomo ancora più grasso, entrambi animati da un sorriso sincero e suino. Mi chiesi quale razza di vita potessero fare i due, considerando che lei se ne stava bloccata da mattina a sera in un ufficio della Coalizione, probabilmente sottopagata. Questo genere di cose mi ha sempre un po' impressionato e intristito, così cercai di ignorare.
-Eccoti, ti ho trovato. Volbert Neumann. Mi puoi dare un documento?-
Avevo ventidue anni, sì, ma non mi andava a genio che una sconosciuta mi si rivolgesse con il tu. Le risposi un po' irritato:
-Sì, certo.- E le porsi la mia tessera ID attraverso la fessura in basso della vetrata del gabbiotto.
La ispezionò un momento; impressionatasi un poco mi lanciò un'occhiata. Dopo essere tornata a trafficare sulla tastiera mi disse con tono disinteressato, senza rivolgermi lo sguardo:
-Sei del 27, piuttosto giovane per questo genere di cose... Da quale compagnia vieni?-
-Dal blocco NECA di quinta classe nella vecchia Germania, compagnia Escathon.-
-Fortunello.- Commentò amaramente lei, continuando a tastare.
D'un tratto ruotò la sedia e si rivolse ad una stampante che aveva appena iniziato a rumoreggiare, da lì prese un tesserino e me lo passò dalla fessura. Lo esaminai un momento: era molto duro e sottile, con un chip di rilevamento in micro-lamine visibile dall'esterno. La superficie era bianca e i testi neri, dal font molto fine: Volbert Neumann, nato l'undici giugno 2027, residente nella North European Civil Area, compagnia Escathon, quinta classe. Laurea in psicologia analitica. Professione/impiego attuale: servizio militare (professionale). In alto a destra troneggiava il simbolo della Escathon, una croce a tre punte inscritta in una circonferenza.
-Devi poggiartela al petto, poi si stacca e fluttua da sola, come gli occhiali.-
Mi guardava con uno sguardo triste, ma anche di intesa.
-La tua è una vita miserabile, vero?- Pensai io, limitandomi a sorriderle.
Mi rispose semplicemente senza mutare espressione, poi sorrise anche lei.
Pressai il tesserino al petto, poi lentamente iniziò ad allontanarsi da me, rimanendo a mezz'aria.
-Grazie.- Dissi io, per poi dirigermi verso l'uscita.
Erano ormai le dieci di sera e nell'ufficio di individuazione non era rimasta un'anima, sentii la donna alle mie spalle abbassare le serrande del gabbiotto. Io avevo capito quella donna, e lei lo sapeva.
Uscii con un malizioso sorriso stampato sul volto, dovevo muovermi alla volta della più vicina stazione di sopraelevati.
Nessuno

R: 1
[Sessione di scrittura collettiva, 01-12-2012]
Questa è per te, Osvaldo.

ODE A OSVALDO

C'era una volta, in una cantina buia
un anon che fappava furiosamente, illuminato dal solo schermo del suo computer, e dai cazzi che ivi si muovevano dentro larghi culi anonimi dai nomi di pasticcino come Riri.
Un giorno, la sorellina di dodici anni e mezzo di questo triste figuro, decise di avventurarsi nello scantinato dove il fratello era solerte passare le nottate. Mai decisione fu più felice, ovviamente per il fratello. La sorellina, era in procinto di aprire la porta della cantina, quando udì la voce del fratello. Decise quindi di fermarsi ed origliare (pensando "Ho dodici anni e che cos'è questo?"). Ciò che udì la sconvolse.
«MI PIACCIONO I PONY!», esclamò infatti (USER WAS BANNED FOR THIS POST). A quel punto la sorellina scoprì che aveva qualcosa in comune col fratello che credeva ormai assuefatto al computer, dato che anche lei era una grande fan del cartone animato. Al chè aprì la porta e vide che dentro c'era un piccolo uovo che non ricordava come schiudersi, poi visitò diochan e decise di non schiudersi mai più. Il mondo era troppo negro per lui, che già si sentiva oldfag, poi conobbe Anonymo il ratto ebreo e comprese di non essere un oldfag, ma solo un permabannato. Preso dalla rabbia contro il ratto ebreo, iniziò a studiare lolhack e divenne bravissimo. Ben presto diventò un vero acher richiestissimo nel dipuèb. Acquisita conosienza necessaria per attaccare il divin canale, decise di fare la sua mossa.
Uovanon, decise di attaccare il ratto ebreo tramite comuni ping da linea di comando, infischiandosene delle prestazioni, si rese conto però di non conoscere il comando esatto per fare il ping dal suo nuovissimo Macbook Pro Retina, allora ne approfittò per chiedere su NIU_._CHAN. "Raga, ho comprato il Mac e non so come fare il ping, qualcuno me lo dice? Voglio cracchiare diochan,10 punti al migliore". Marcoz, circondato dai suoi anon urlanti "noi siamo il chan dell'ammore" lo bannò con una scritta personalizzata "I macfag qui non li vogliamo, vai a chiedere a Siri". Questo scatenò la sua ira, così tanto da fargli aprire TextEdit e fargli aggiungere NIU_._CHAN al file "siti da cracchiare.rtf".
Come ogni degno eastereg da applefag, il file "siti da cracchiare.rtf" al suo interno si trasformò alla sola comprensione che v'era la parola NIU_CHAN. Divenne infatti il Principe di Bel Air. Proprio così. Il file si trasformò in un file "belairprince.ico", con il faccione di willosmitto tutto ridente. L'anonimo sospettò di avere preso un virus che si riproduce inesorabile, allora portò il suo Mac in un Apple Store dove un Genius, per la modica cifra di 100 abufinzi d'oro zecchino, gli diede un'occhiata per scoprire il problema, dopo il lauto pagamento della riparazione fuori garanzia. Poi, con l'intenzione di farsi spottare e di prenderlo per il culo, gli LASSIE il copypasta del tecnicoapplefag.
Comprendendo di essere stato raggirato, inculato, e di aver fatto i pompini ai commercianti, l'uovo principe di bel air cominciò a sbattere i piedini, e divenne un uovo sodo. "Oh no! - pensò - Ora non potrò più schiudermi come ho sempre sognato di fare!"
Preso dallo sconforto e visto che era sagatto decise di andare alla ricerca del ratto ebreo, la vera causa di tutto questo. Voleva spottarlo IRL, quindi chiese alla diochan army di aiutarlo. Inevitabili furono le cascate di salvia sul suo mesto capo, seguite da repost di vecchissime immagini prese da 4chan. L'unico modo per ottenere l'aiuto del divincanale fu postare foto della sorellina, cosa che suscitò molti cazzi barzotti tra gli utenti e tra i Gargiuli, che infine, dopo aver sburrato secchielli, decisero di aiutarlo, ignari del fatto che anche Gargiulo in persona aveva notato la cosa, e che stava già preparando manette e festafurgone. Implicando che gli anon volessero aiutarlo, gli rivelarono che in realtà il ratto ebreo viveva in quel di Gerusalemme. Dopo aver insultato il grammarnazi della situazione vi si recò. Ma lì trovò una scena orripilante, quasi incredibile. L'esercito israeliano, a conoscenza del suo arrivo, si organizzò e si dispose a catenaccio sotto l'oscura magione di Anonymo, intonando "L'Inesistente di DioChan" come loro Sacro Inno. La battaglia sembrava disporre in campo forze impari, ma qualcosa accadde, non era Necro però. Si venne a scoprire che in realtà l'esercito israeliano era composto da anon. Ciò implicava che tutti gli anon fossero ebrei. E se tutti gli anon erano ebrei, anche lui lo era, il sillogismo non dava scampo (tranne per Stormfrontfag, che lo era solo in parte, e dall'altra negro). Uovanon improvvisamente si rese conto di essere quindi egli stesso il ratto, ma non solo, tutti gli anon erano in realtà il ratto ebreo. Tutto ciò però non spiegava il ruolo di Marcoz nella vicenda: era anche lui un ebreo? La risposta era chiara, era ovvia, tragica:" «S...ABBIA.». Uovavon, decise quindi di tornare in Itaglia, patria della negritudine linguistica e sociale, e farsi corrompere con un account Gold di Diochan.
Allora il GANGAN STAI cominciò a suonare a tutto volume mentre DJ Sterpy Sound alla console animava la festa suonando come i migliori diggiei sanno suonare. Anonimi e anonime fecero FESTA DVRA senza paura fino al giorno dopo, scopendo e colpendosi a vicenda tra fiumi di sborra, merda e piscio. Poi venne baltusshi e arrestò tutti per desidelio di polno e impose il derpy sound come inno nazionale. Solo una persona si oppose a questo, la loli sorellina di uovanon, ormai diventata regina di diochan e camwhore che poteva vantare over novemila cazzi duri provocati nel canale. E comunque la sorellina non aveva mai notato derpy hooves nelle puntate del cartone, per questo si oppose al suo sound come inno, decise quindi di lolnazimoderare il canale con il dildo di ferro e salvia, dichiarando fuori legge misa e tutte le bdp sopra ai 13 anni e non flatchest, specialmente quel capodoglio di NECRO. Solo una persona poteva salvare il canale da una loli fuori controllo: GARGIULO. Il quale, sfortunatamente, stava ancora sburrando sulle foto della sorellina loli di Uovanon (che nel frattempo per motivi 2deep4u, era finito nello shaker proteico di un anonimo fitfag non meglio identificato), al sicuro dentro il suo festafurgone. MA L'ITALICO SPIRITO DEI GIÀ CITATI ANONIMI TORNÒ A PULSARE NELLE ANONIME VENE, E RESPINSERO LA BALILLICA NAZIMODERAZIONE COME FECE L'ECCELLENTISSIMO DVCE, CHE VIVE E LOTTA CON LORO. La naziloli si difese a colpi di frusta dominando gli anonimi come una dominatrix vissuta, ma Gabbo risorto decise di fregarsene ed andare a tifare la Lazio, chiedendosi cosa ci facesse quel mangiacrauti di Klose al posto del VIRILISSIMO DVCCE, questo fu abbastanza per scatenare l'ira di Anonimo, che al grido di LOLCALCIO uscì il pesce caminatore di Gyo, giusto in tempo per essere arrestato da Gargiulo per tentata violenza su loli indifesa e portato via per sempre dove diventò la puttanella di un negro superdotato di nome MOTUMBO BALOTELLI. Poi tutti fecero pace e andarono alla banca.
E alla posta.
Fine.

Questa è la MAXI STORIA DI COME LA MIA VITA È CAMBIATA
CAPOVOLTA SOTTOSOPRA SIA FINITA. [Uovanon, 2012.]

A Osvaldo.
Nessuno

R: 3
Lunedì 3 Dicembre 2012, ore 04.10
Hegang, Manciuria nord orientale

Il primo a svegliarsi fu Xi-Liao, si aggirò per la camerata preparandosi in silenzio, per non svegliare ancora i suoi tre compagni; vedendoli dormire decise che erano un gruppo veramente male assortito. Pedro, un infimo ricettatore del 3° livello, Hanna, una prostituta con le caratteristiche di un pugile e il cervello di un tecnomedico, Scott, l’unico solitario al mondo con una fidanzata ed infine lui, Xi Liao un soldato con giusto gli otto mesi d’addestramento sulle spalle.
I Quattro erano stati reclutati due anni prima da un ufficiale della sezione di sicurezza della Japan space tecnologic, una corporazione paramilitare che si occupava di tecnologie spaziali. Avevano svolto dapprima piccole operazioni di sabotaggio e disinformazione, per poi venire riuniti sotto il comando del colonnello Spetz. Con lui compirono due missioni, roba da niente, il recupero di un ingegnere della JST e un furto ai danni del servizio segreto arabo.E di un furto doveva trattarsi anche questa terza missione. “Lo farete voi perché siete i migliori!” Aveva annunciato Spetz, e la stronzata era scappata via dalla sua bocca con la velocità di un fulmine, cercando la più vicina finestra per uscire all’aria aperta il prima possibile. I migliori! Ma chi ci credeva?! Nessuno.
Alle cinque meno venti il colonnello piombò nella camerata, la sua voce tuonò in tutto il piano, ormai deserto, della caserma. Gli altri tre si alzarono bestemmiando. Nel freddo dello stanzone s’infilarono i vestiti come automi, e, senza scambiarsi la minima parola si avviarono tutti e cinque verso la sala di collegamento. Un pensiero s’insinuò nella mente dei quattro quasi contemporaneamente, ancora un giorno di missioni per poi tornare alle proprie, squallide, vite.
La stanza di controllo era avvolta da un gelo strano, come di ghiaccio secco, il ronzio dei computers era l’unico rumore percepibile. Già al lavoro dietro la consolle, il tenente Hito rivolse ai nuovi entrati giusto un cenno di saluto. Quello era il luogo nevralgico dell’operazione, da lì Hito sarebbe stato in collegamento diretto con loro e con un satellite puntato sulla villa che dovevano attaccare, fornendogli le indicazioni per portare a casa la missione e la pelle. Xi, Hanna, Pedro e Scott oltrepassarono la stanza per arrivare all’hangar degli AV-6. Un’ora di volo e poi tutto sarebbe finalmente iniziato. A bordo del veicolo corazzato il rumore e il freddo erano quasi insopportabili. Spetz, in piedi in mezzo a loro, stava spiegando gli ultimi dettagli della missione. Si sarebbero lanciati in una radura a sud di una villa, per poi, aprendosi un varco nella recinzione elettrificata, penetrare all’interno della villa e scaricare un programma, Come secondo obiettivo bisognava catturare un certo Rioshi, il tecnico a capo del progetto.
L’AV sobbalzava mentre si stava avvicinando alla zona di lancio. Tutti si guardarono negli occhi, erano vestiti con la classica tuta mimetica lamellare, che proteggeva la parte superiore del corpo, il passamontagna e l’elmetto. Tutti controllarono le proprie armi, un mitra leggero H&K 2103 da 9mm e una Glock mod. 22 cal. 9mm.
“Dieci secondi al lancio!”
Dal portello entrava l’aria gelida dell’alba, i quattro erano in fila, pronti a lasciarsi andare nel vuoto, cinque secondi, nessuno fiatava, Spetz li squadrava uno ad uno attendendo che il sottufficiale addetto desse loro la luce verde. Quattro, tre, due, uno. Scott fu il primo, si lanciarono tutti come fazzoletti nel vento. Avevano fatto tutti decine di lanci, ma ogni volta si provavano sensazioni completamente diverse. I paracadute si aprirono ad intervalli uguali al lancio, tranne quello di Hanna. Gli altri tre seguirono il loro tecnico che precipitava nel vuoto, impotenti la videro accelerare verso gli alberi, sempre più veloce. Hanna vide gli alberi che si avvicinavano, freneticamente cercò di aprire il paracadute, ancora, e ancora. Ormai si distinguevano le foglie, uno strattone le fece capire che finalmente il paracadute si era spiegato, a pochissimi metri dai rami. Le fronde le frustarono tutto il corpo, ma il problema fu il terreno, duro, che per poco non le fracassò le gambe. Zoppicando fece su il parapendio e cercò di orientarsi nel bosco, ormai era impensabile raggiungere gli altri nella radura, sarebbero spariti prima del passaggio delle guardie sulla jeep, prima del suo arrivo. Si avviò al punto di randez-vou presso la rete, la gamba destra faceva male, ma non le impediva di muoversi, veloce e sicura, nel bosco. Li trovò gia lì, intenti ad osservare la casa. Dal loro punto d’osservazione, ad est, la villa appariva come una fortezza. Due piani, due finestre al primo e tre al secondo, il resto, pietra. Al pian terreno, proprio al centro della villa, troneggiava una porta, subito dopo quattro gradini in discesa. “Acciaio” il tono perentorio con cui Xi aveva pronunciato quella parola diede agli altri l’idea di cosa si dovevano aspettare e le due telecamere poste ai lati del portone completarono l’opera. Il pensiero che al di là della porta potesse esserci qualsiasi cosa che, dopo essersi goduta lo spettacolo di loro che scassinano le serrature alla TV, li avrebbe fatti semplicemente in pezzi con chissà quale arma, fece venir voglia loro di girarsi ad andarsene mandando a fare in culo Spetz e quella maledetta villa. Si riuscivano ad intravedere inoltre due guardie nel posteggio, a nord della villa. Erano appoggiate ad una jeep Willyx armata di un Barrett-Arasaka gaitling 20mm, due metri e venti di mitragliera, per nulla rassicurante se ad averla sono i cattivi.
“Hanna apri un cazzo di varco in questa rete!” si fece sentire la disciplina di Xi, è lui che praticamente ha preso il controllo dell’operazione. Il commando è all’erta mentre il tecnico crea un’apertura nel recinto che frigge nell’umidità del mattino. Una volta all’interno i quattro soldati si aprirono a ventaglio per capire meglio la struttura della villa, Xi e Scott si avviarono lungo il recinto. Protetti dagli alberi scorsero tre guardie nel parcheggio mentre Hanna e Pedro si avvicinavano all’ingresso del seminterrato per disattivare le telecamere. Una rapida occhiata tra loro sancì il momento di entrare in azione. Purtroppo l’imprevisto non si fece attendere e Hanna, inciampando su di una radice, capitombolò nel prato. Il gelo avvolse i quattro mentre le due guardie del posteggio accorsero armi in pugno. I colpi da nove millimetri saturarono l’aria. L'incursione ormai aveva perso il fattore sorpresa. Xi, da dietro il suo riparo, fece eruttare al suo H&K tutti i colpi nel caricatore. La raffica colpì in pieno la guardia più vicina segandogli in due la gamba sinistra, mentre la seconda guardia apriva il fuoco verso Hanna inchiodata ancora a terra dallo shock. Ma il commando è composto da quattro persone, mentre la guardia è rimasta sola. Scott decise che era il momento di intervenire e, uscendo dal suo rifugio con la Glock in pugno, sparò tre proiettili in rapida successione verso il torace della guardia. Appena il tempo di vedere l’uomo andare a terra che un colpo, con la forza di un maglio, gli risucchia l’aria dai polmoni. Non vede chi gli ha sparato, ma sa che viene dalla sua sinistra, dal colonnato. E’ ancora Xi, che invece ha visto il lampo dello sparo, a freddare l’uomo nascosto con un preciso colpo tra gli occhi.
I quattro sono ora bloccati sulle loro orme. Hanna davanti alla porta si sta rialzando, con Pedro in copertura, Xi a controllare il giardino da dietro la sua arma, mentre Scott in ginocchio sta riprendendo fiato, il corpetto ha assorbito la maggior parte dell’urto, ma il dolore è in ogni caso molto forte.
Nessuno

R: 2
E così E, animata da rinnovata decisione e immane coraggio, poggiando le mani sulla ruvida e pietrosa superficie del portone e dilungando busto e gambe all'indietro, iniziò a premere con tutte le sue forze. Quando una sua prestante gamba, prolungata e irrigidita dal grande sforzo, dopo aver pressato il terriccio retrostante perdeva appiglio e scivolava arretrando, già l'altra si posizionava con autoritaria fermezza: con quei primi lenti e faticosi passi, contrapposti al grande e terribile varco, E celebrò il suo ultimo viaggio, il più mostruoso pellegrinare che un viaggiatore possa mai vivere nei suoi incubi, il conflitto più orrendo e carnefice che un soldato possa disertare. 
Quando il portone si aprì come il tendaggio d'un sipario, quel mostruoso pellegrinare e quell'orrendo conflitto, trascinandosi l'un l'altro e costituendo assieme uno spettacolo al contempo maestoso e spaventoso, animarono all'unisono gli occhi di lei, illuminati da crescente clamore.
Nessuno

R: 7
Una ragazza si stava masturbando sul letto, e i piedi erano sotto la coperta. Il cane della famiglia si avvicina e sale sul letto, riuscendo a cogliere in qualche modo ciò che stava succedendo, e si mette a cercare di fottere la coperta.
La ragazza vuole fermarlo, però sta per avere un orgasmo.
Il cazzo del cane si trova improvvisamente tra le sue dita dei piedi, lei si ferma un attimo e cerca di toglierlo.
Ci pensa su un attimo e trova che ciò che sta accadendo in realtà le piace.
Riprende a sditalarsi e inizia a toccare la pancia del cane con il suo piede, poi il cane ricomincia a inserire il cazzo tra le sue dita. Lei finisce di masturbarsi con un orgasmo intenso, poi usa i piedi per massaggiare il cane, per poi andare in bagno camminando sui talloni per pulirsi i piedi.
Nessuno

R: 1
Vani e brevi,
mortali tra gli eterni
scalpitano e muoiono i plebei
disidratati dalla fretta;
gli artisti e i saggi, - buon sensati,
si allontanano dallo scempio e mirano al domani.
Corda tesa fra oltreuomo e bestia io
barcollo e tremo
come un’insipida verità.
Nessuno

R: 0
In un'epoca di grandi rivoluzioni, grandi uomini, grandi conquistatori, doveva nascere una persona come me.
Diversa da tutti, sconosciuta, ma destinata a perdurare nelle ere, per infiniti eoni.
Ho donato tutta la mia vita alla ricerca, alla conquista di un potere superiore.
Ho attraversato il deserto insieme a mille demoni, visitato città inesistenti, letto libri mai scritti.
Mi è stato insegnato da qualcosa venuto prima dell'uomo stesso tutto ciò di cui avevo bisogno.
Sono tornato a casa, ma non era quello il mio posto. Dovevo fuggire.

Raggiunsi Dimašq più di dieci anni or sono; e in questa magica notte di luna piena, ho finalmente terminato la mia opera, il mio capolavoro.

Il frinire di mille cicale sotto il mio portico non può che farmi rimembrare il latrato dei demoni da cui sono sempre fuggito. Che suono evocativo. In effetti, in tutti questi anni di stesura, non avevo mai pensato ad un titolo.

L'Al-Azif.

Appropriato.

Un'ultima notte, miei signori, concedetemela.
Domani potrete mandare i vostri invisibili segugi a sbranare le mie oramai scarnificate ossa.
Lasciatemi dormire un'ultima notte.
Lasciatemi contemplare compiaciuto il mio capolavoro.

Il mio compito è assolto.

La notte s’apre sull’orlo dell’abisso.
Le porte dell’inferno sono chiuse:
a tuo rischio le tenti.
Al tuo richiamo si desterà qualcosa per risponderti.

Questo regalo lascio all’umanità:
ecco le chiavi.
Cerca le serrature:
sii soddisfatto.
Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred:
per primo io le ho trovate:

E sono pazzo.
Nessuno

R: 1
Aprii gli occhi nel bel mezzo della Zona di Comando allestita in fretta e furia nel bel mezzo del deserto di Gartrand II.
Tra le tende color sabbia e le casse di munizioni, facevano capolino all'orizzonte le enormi costruzioni dei Gartranii.
L'effetto era spaventoso, sembrava di essere nel deserto di Sol III, solo che al posto delle piramidi si ergevano giganteschi cubi color madreperla, attraversati da enormi linee squadrate di cristallo azzurro, il disegno formato dalle linee mi ricordava quello del rame sui circuiti stampati che avevo visto sui libri di storia terrestre antica, non riuscivo a non chiedermi se la funzione non fosse la stessa anche in quei giganteschi cubi.
A cosa sarebbe servito, comunque, farci passare dell'elettricità in mezzo? Per quanto ne sapevamo, probabilmente erano stati costruiti milioni di anni fa, quando i maledetti abitanti di questo pianeta erano ancora poco più che cavernicoli, non è difficile immaginare che usassero il cristallo blu come “finestra” per poter meglio venerare le due stelle binarie che, in questo momento, ci stavano friggendo il culo con i loro quarantacinque gradi celsius.
-Se hai finito il giro turistico di questo cazzo di deserto stellare, vieni a prenderti il fucile, coglione!-
La voce veniva dalle mie spalle, era un grosso tenente negro, probabilmente era l'unico rimasto a distribuire armi e razioni nella zona di comando.
-Numero di matricola?-
-X65795, Signore, e non mi chiamo Coglione, signore, sono il Caporale Jørg, al suo servizio.-
-Perfetto, George, ora muovi il culo, prendi il tuo equipaggiamento del cazzo senza rompermi i coglioni e vai a farti fare il culo da questi fanatici del cazzo-
-Signorsì, Tenente, buona giornata anche a lei, Tenente-
Lo salutai con un sorriso, mentre bofonchiava qualcosa che suonava incredibilmente simile a “coglione” alle mie spalle.
Il primo passo era recuperare il fucile d'assalto standard, una cassa aperta era sempre a disposizione di chiunque avesse distrutto o perso il suo.
L'XM97 era fantastico, fatto sulla terra con veri metalli estratti dal suolo, resistente ed affidabile, sparava sia proiettili in piombo vecchio stile che cariche laser ed elettriche antiscudo, era disponibile anche nella variante “Sniper”, ma non me ne sarei mai fatto un cazzo, vista la mia mira pietosa.
Granate, caricatori e proiettili erano più macchinosi, bisognava scoperchiare diverse casse, alcune marchiate come “Pezzi di ricambio” o “Riviste per il fronte” dall'intelligence terrestre, in un vano tentativo di farne trafugare di meno, il traffico d'armi e proiettili era un crimine parecchio comune di questi tempi.
Alloggiai le granate a frammentazione e le granate EMP nel cinturone tattico, ce ospitava anche metà dei miei caricatori già pieni, l'altra metà era comodamente divisa tra i tasconi dei pantaloni color “Sabbia di Gartrand” e quelli del giacchetto, fantasiosamente colorato nella stessa tonalità ocra chiaro.

Decisi di incamminarmi verso la “Zona Calda”, il checkpoint dove ogni giorno subivamo e lanciavamo centinaia di assalti al solo scopo di guadagnare 5 centimetri di sabbia bollente in più.
-Salta su, coglione pallido!-
Era un commilitone, dall'assenza di gradi e dalle mostrine non avevo dubbi che si trattasse di un soldato semplice della cavalleria motorizzata.
-Grazie del passaggio... Ahmed?- Risposi, salendo sulla jeep ad elevazione magnetica.
-Sì, Ahmed, stronzo, ce l'ho scitto sul petto, che domande del cazzo fai? Intendo, con tutto il rispetto , Signor Caporale.- aveva calcato le ultime due parole con sarcasmo.
In pochi minuti eravamo nella Zona, le case dei locali erano in condizioni terribili, semi distrutte dai bombardamenti a tappeto della EFSF, i miei commilitoni erano sparsi ai quattro angoli del territorio di battaglia e altrettanto valeva per i nostri avversari.
Scesi dalla Jeep giusto in tempo per entrare dentro uno degli edifici meno fatiscenti, non prima di aver salutato Ahmed con un bel ghigno vecchio stile
-Vaffanculo stronzo!-
-Buona fortuna coglione pallido!- urlò mentre si allontanava velocemente verso il centro della Zona.
Il palazzo era silenzioso, per quanto possa essere silenziosa una zona di guerra.
L'intonaco, o qualsiasi merda usassero per ricoprire i muri in questo pianeta dimenticato da Dio, cadeva sbriciolandosi al suolo ad ogni boato dei bombardamenti vicini, fortunatamente sapevo che i piloti dei grossi bombardieri orbitali monitoravano la mia posizione su una minimappa, non dovevo preoccuparmi che mi cagassero un bell'ovetto esplosivo dritto sulla testa mentre ero nel palazzo.
Salii le scale, non dissimili da quelle a cui ero abituato nella colonia in cui sono nato, e mi ritrovai al secondo piano.
Un “cucciolo” locale mi fissava.
Era terribilmente simile ad un bambino umano, a parte la presenza del terzo occhio sulla fronte e la tonalità arancione estremamente accesa della sua pelle.
Alzò le mani, mentre io mi preparavo a sparare.
Mi guardò mentre mettevo l'XM97 in modalità “colpo fisico”, una pallottola di piombo sarebbe stata più umana e l'avrebbe ucciso sul colpo.
Mi disse, con un ultimo sguardo a tre occhi “non farlo, per favore”, in quello strano accento che hanno i Gartranii che imparano poche parole della nostra lingua, probabilmente le aveva imparate scroccando caramelle ai colleghi.
Dovevo ripulire l'edificio, non avevo scelta.
Il primo colpo sì infilò sulla fronte al di sopra dell'occhio superiore, il secondo, grazie al rinculo del fucile in modalità fisica, pochi millimetri più in alto.
Il cucciolo cadde, facendo appena in tempo ad aprirsi il giacchetto.
Un grappolo di granate a frammentazione si erano appena attivate, correre non avrebbe avuto senso, mentre il piccolo cadeva al suolo, ebbi l'impressione di vedere un sorriso sulle sue labbra.
Poi la luce, e le schegge.
Un pezzo d'acciaio si infilò nel mio polmone, un pezzo di del mio stesso fucile si deformò nell'esplosione, staccandosi ed infilandosì nel mio occhio un istante dopo.
Steso a terra, sentivo il sangue riempirmi i polmoni, mentre ogni mio respiro si faceva più corto.
Il sangue usciva con violenza dalla bocca e dagli occhi, dandomi la certezza che non ne sarei uscito vivo.
Solo pochi minuti dopo mi abbandonai all'abbraccio della morte, gli occhi mi si chiusero sull'oscurità.
Il nero durò per cinque minuti, sino all'apparire della scritta arancione: RESPAWNING IN 35 SECONDS.

Aprii gli occhi nel bel mezzo della Zona di Comando.
Nessuno

R: 1
J. aprì gli occhi.
La prima cosa che vide fu un cielo color carne, che emanava una luce soffusa e leggermente pulsante. Le nuvole erano compatte e fisse, scure come croste coagulate da tempo, e percorse da impercettibili venuzze rosse.
Capì di trovarsi supino sul terreno polveroso. Mentre si rialzava, diede una prima occhiata intorno a sè.
Si trovava in quella che sembrava una città, in mezzo a una via. I palazzi, che non superavano i tre piani, sarebbero stati di un colore giallo sporco, se non fosse stato per la luce rossastra che bagnava ogni centimetro del suo campo visivo. Guardando dall'esterno, le finestre davano su un'oscurità vibrante che attirava stranamente lo sguardo. Frammenti scuri di tetto colavano dal bordo superiore, e crepe frastagliate percorrevano le facciate come rughe, mentre le porte erano ammutolite da bavagli di legno e chiodi.
In lontanza, al di sopra dell'orizzonte, la sagoma di un campanile disegnava il proprio profilo contro il cielo rosa pulsante. J., fissandolo, avrebbe giurato che ondeggiasse leggermente, ma pensò distrattamente che fosse un'illusione ottica.
Mosse qualche passo lungo la strada. I vicoli ai suoi lati erano tutti ciechi: sembrava che potesse muoversi solo lungo il sentiero principale. Notò che, per quanto camminasse, non lasciava orme sulla strada, si chiese il perché.
Passò quello che sembrava un'ora, eppure il paesaggio non era minimamente cambiato: grotteschi edifici nelle vicinanze, pavimento polveroso e il campanile che ogni tanto spuntava da sopra i tetti sfondati. Si stava dirigendo proprio verso quell'unico punto di riferimento in mezzo a tale disarmante desolazione, ma in nessun modo si stava facendo più vicino.
Improvvisamente il sentiero si allargò un poco. Gli spazi tra le case, oltre ad essersi allargati, erano ora sormontati da diversi archi a sesto ribassato.
Per il resto, l'unico elemento inedito era quella che, da lontano, sembrava una bancarella, appoggiata contro il muro in fondo.
J. si affrettò per raggiungerla, elemento tanto ordinario quanto fuori posto in un luogo come quello in cui si trovava. Ovviamente non c'era nient'altro nei dintorni.
La bancarella era piena di frutta. Mele sulla destra, pere sulla sinistra, mandarini e aranci, al centro. J. fu sinceramente rallegrato dalla vista, e allungò la mano per afferrare una mela. Non aveva fame, ma sapeva che il solo gesto di tenerla in mano lo avrebbe fatto sentire meglio. Ma appena mise il dito sul frutto, una nausea indicibile lo travolse. Si allontonò di scatto, cadendo ginocchioni e boccheggiando, la mano che stringeva il ventre. Di sicuro gettare un ultimo sguardo verso la bancarella non aiutò molto il suo stato attuale, perché lo spettacolo che gli si parò davanti non fece altro che peggiorare la situazione.
Infinite larve, come gli abitanti indaffarati di una metropoli putrefatta, percorrevano in lungo e in largo i cesti di frutta, sempre che frutta fosse la parola adatta per descriverne il contenuto. Ormai era ridotta a poltiglia putrescente dal marcio colore. Il legno stesso era marcito e, oltre a brulicare di insetti, sembrava stesse per cedere da un momento all'altro. Il drappo rosso che faceva da tetto era forato e macchiato in più punti, e stralci dello stesso pendevano stancamente fino a toccare la massa brulicante sottostante.
La cosa che disturbò di più J. fu che non avrebbe dovuto reagire così a una vista simile. La sua era una reazione assolutamente esagerata, eppure non riusciva a spiegarsela. C'era un che di intrinsecamente negativo in quella vista, e sebbene con la ragione avrebbe potuto sopportarne la presenza, con l'anima gli era assolutamente impossibile. Mentre si voltava, zoppicando, felice di avere via libera verso qualsiasi altro luogo, vide che era apparsa una scritta sull'asse trasversale: NATURA MORTA.

Fu mentre voltava l'angolo, appena dopo lo scemare degli attacchi di nausa, che cominciò a sentirsi strano. Era una sensazione molto familiare: debolezza, torpore delle membra, vampate di caldo. Erano sintomi estremamente simili a quelli della febbre. In pochi secondo i capelli si inumidirono di sudore appiccicandosi alla fronte, la vista gli si annebbiò, e la gola urlava silenziosamente di dolore a ogni respiro.
Non potendoci fare nulla, continuò ad arrancare stoicamente lungo la via, finchè non arrivò a una struttura che era più alta e più larga delle altre. Il tempo, o qualsiasi cosa dominasse quel mondo, aveva agito allo stesso identico modo delle altre case. Quello che gli si parava davanti era più lo scheletro scarnificato di qualsiasi cosa ci fosse prima, leggermente inclinato su un lato, quasi stesse chiedendo pietà. C'era però un indizio ai piedi delle scalette dell'ingresso: un frammento di un cartello recitava "Scuola Element-".
Era una scuola, dunque.
Ma prima che J. potesse andarsene, un'ultima cosa lo fece rimanere di stucco. Un bambino, che inspiegabilmente non aveva notato, era in piedi, immobile, sotto un finestrone lungo la facciata della struttura diroccata.
Era suo figlo.
Nessuno

R: 4
QUEL CROMOSOMA IN PIù

L'uomo sedeva su una sporca sedia rossa di plastica. Guardava in lontananza nel corridoio dell'ospedale, dove una vecchia arrancava con passo malfermo, ma la sua mente era altrove. Dopotutto stava per nascere suo figlio. La barba incolta e lo sguardo stanco testimoniavano lo stress che aveva accumulato fino a quel momento. Era in assoluto la prima volta che accudiva una donna incinta, ed era stata un'esperienza piuttosto spossante, sebbene la gioia di essere un futuro padre aveva illuminato le sue giornate.
Era in attesa che lo venissero a chiamare, non appena il bambino sarebbe nato. Aveva finito il repertorio di gesti da fare quando si aspetta nervosamente, e quindi reinizò pazientemente daccapo, mentre un certo fastidio allo stomaco si faceva sentire sempre di più.
Dicevamo, la sua mente era altrove, infatti fantasticava senza sosta sul futuro di suo figlio.I primi passi, la prima parola, le passeggiate, i suoi sorrisi, tutto questo si mischiava nella sua mente in un dolce turbine rosato, riempiendogli il cuore di felicità sincera.
E non solo, quando il bimbo sarebbe cresciuto, sarebbe stato sempre presente nelle sue piccole scoperte, così come nei primi sport. Gli avrebbe insegnato ad andare in bicicletta e già pregustava le lunghe pedalate nella foresta alla ricerca di un qualche scoiattolo da fotografare. E ancora, sarebbe venuta l'adolescenza, il periodo più problematico ma più stimolante. Lo avrebbe guidato attraverso il suo primo amore, gli amici e nello studio. Certo, non sarebbero mancati dissensi e litigi, ma aveva giurato di diventare un padre ragionevole, e avrebbe risolto tutto con il dialogo, da bravo padre moderno. Aveva già cominciato a risparmiare per potergli garantire la massima libertà nella scelta dell'università (perché ci sarebbe andato, all'università) ed era sicuro che avrebbe avuto successo diventando l'invidia del suo corso. E poi...
-Mi scusi, è lei il marito?-
L'uomo si alzò di scatto facendo sobbalzare all'indietro la sedia. Il suo sguardo però era ancora perso nei lasciti della sua fervente immaginazione, e balbettò qualcosa di incomprensibile in risposta.
- E' lei il marito della signora?-.
- Oh... Sì, sì. E' andato tutto bene? - I suoi occhi erano colmi di speranza.
- Prego, si accomodi - L'infermiera propose un sorriso cortese, ma un bravo fisionomista avrebbe notato una punta di tristezza. I suoi occhi erano rivolti leggermente verso il basso, come ad evitare il proprio interlocutore. Naturalmente l'uomo non notò niente di tutto questo visto che prima ancora che la donna potesse finire la frase, aveva già mosso un paio di passi sul pavimento in linoleum della stanza.
Sua moglie teneva in braccio la creaturina seminascosta dal candore dell'asciugamano. Lo stupore lo colpì per primo: non aveva mai visto sua moglie in uno stato del genere, ma non ci diede peso pensando al fatto che, dopotutto, era questa la natura delle cose. Una parte di sè ringraziò di non essere donna.
- Ciao caro, vuoi prenderlo in braccio? - il sorriso di lei era tanto solare da far scomparire in un attimo tutta la stanchezza sul suo volto.
Naturalmente l'uomo non se lo fece ripetere due volte e con la massima delicatezza raccolse il frutto dei propri lombi, del proprio sudore e del suo sangue.
Esplorando il volto della creatura, però, notò qualcosa di strano. Non riusciva bene a spiegarsi dove aveva già visto quei lineamenti, cosa davvero strana visto che era un bambino appena nato. Ma fu ben felice di mettere da parte quel pensiero inutile, mentre si godeva l'aspetto paffuto del proprio bambino, accarezzando i capelli sottilissimi.
A un certo punto notò la presenza del medico, che stava per parlare.
- Signori ho purtroppo una brutta notizia da comuncarvi -. E rivolgendosi al marito: -Signore, forse è meglio se si siede -.
L'uomo riconsegnò il bambino alla moglie, che, mentre scopriva il seno per la poppata, guardava con terrore il dottore, e si sedette.
- Vostro figlio è affetto dalla sindrome di Down - disse il medico con la faccia di bronzo forgiata da mille altre situazioni analoghe. Di sicuro il suo cuore era ormai da tempo anestetizzato contro il dolore del comunicare una brutta notizia.
Ma altrettanto sicuramente non lo erano quelli dei due sposi.
Il silenzio che dominò i 5 secondi seguenti sarebbe stato assoluto, se non fosse per il tenue gorgoglio del bambino che si nutriva.
- Oh... - Fu l'unica cosa che l'uomo riuscì a dire. Vedere una voragine nera aprirsi sotto i suoi piedi lo avrebbe spiazzato di meno: era una eventualità che, tra l'aspettativa e la fantasia, non aveva minimamente preso in considerzione. La madre assunse all'improvviso uno sguardo vuoto, che non aveva niente in comune col sorriso che pochi secondi prima illuminava il suo volto.
- Le faremo avere tutte le informazioni necessarie per una situazione come la vostra.- fece una pausa, - Non siete soli. Arrivederci -. E abbozzando un sorriso uscì dalla stanza con passo deciso, lieto di lasciare i due malcapitati da soli.
Non ci fu molto dialogo tra di loro. Anzi quasi nessuno. Una sorta di tacito accordo aveva rimandato la discussione a un imprecisato dopo, dando il tempo a entrambi di riposarsi e di metabolizzare l'accaduto. Mentre la signora, stremata fisicamente e mentalmente, gradualmente cadeva addormentata, l'uomo camminava lentamente avanti e indietro per la stanza, immerso nei suoi pensieri.
Tutto in fumo. Il vortice rosato era stato sostituito da una lente distorcente che trasformava qualsiasi fantasia in qualcosa di aberrante e di disturbante. Aveva perso il suo futuro e ora si sentiva in trappola. Era quasi paradossale che una creatura così piccola potesse condizionare così il futuro di un uomo. Avrebbe dovuto passare tutta la vita ad accudire un difetto, difetto scampato alla spietata esecuzione della selezione naturale solo grazie alla dubbia moralità umana. E se avesse fatto un altro figlio, l'altro sarebbe rimasto per sempre lì, contento, in una pozza di bava appiccicosa. Si sentiva come vittima di un incidente mortale, ma senza essere morto, e ciò era irrimediabilmente peggio.
A meno che...
Scacciò immediatamente l'abominevole pensiero. Era qualcosa di semplicemente inconcepibile, e non riusciva a capacitarsi del fatto che gli avesse attraversato il cervello.
Eppure rimaneva lì. Un blocco oscuro inamovibile che si autoalimentava diventando sempre più grande semplicemente col trascorrere del tempo. Gli uomini con le spalle al muro sono capaci degli atti più disperati.
Ebbe un'idea.
Sicuramente i geni che predisponevano alla paternità gli sarebbero venuti in soccorso. Sicuramente il semplice atto di prendere in braccio suo figlio gli avrebbe purificato il cuore, invadendolo di amore incondizionato. Sicuramente si sarebbe deciso a gettare via coraggiosamente tutti i progetti che aveva immaginato.
Con uno sforzo titanico si avvicinò al letto. La fronte era imperlata di sudore e gli prudeva la barba.
Raccolse la creaturina, che aveva finito di poppare. Se la portò al petto e cullandolo leggermente, osservò il volto quasi ipnotizzato.

Ma non sentì nulla.
Nessuno

R: 9
Visto che ad anonimo piace scrivere e le storie son interessanti, perché non fare una raccolta di storie brevi (del tipo una decina di pagine od anche meno) con magari un tema simile e poi pubblicare un ebook gratuito? Magari anche su un qualche store dove sia possibile pubblicare aggatis senza troppi fronzoli

Potrebbe venirne fuori un buon progetto secondo me
Nessuno

R: 1
Ho fatto un sogno stranissimo la scorsa notte.
Sto spingendo una bicicletta per le strade della mia città alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Non mi è chiaro, ma qualcuno mi ha dato appuntamento in un bar in Piazza Statuto. Il che è strano, perché la mia città non ha una piazza col quel nome. La città non è Torino perché le strade non sono rettilinee e ordinate come a Torino, e l'edilizia è completamente diversa. La piazza si trova sul lato destro del fiume, lato destro guardando verso i monti. Al centro della piazza c'è un giardino pubblico rialzato, gradoni molto alti lo separano dalla sede stradale. Attraverso gruppi di bambini che giocano a pallone, vecchi che parlano, mamme col passeggino. Un barista mi chiude la saracinesca in faccia, non è questo il posto. Un altro bar è troppo affollato, c'è gente che fa casino, nemmeno questo mi sembra il posto giusto. Infine arrivo sulla porta di un circolo poco frequentato. Questo è il posto giusto.
Entro, salgo le scale che portano alla sala interna.
Qui c'è gente che fuma, beve, discute animatamente. Un uomo abbronzato, molto alto e muscoloso mi riconosce e mi apostrofa: "finalmente ti sei risvegliato, pensavamo che non saresti più tornato anche se ti tenevamo d'occhio".
Non capisco. Continua: "da quando sei rinato aspettavamo che ti ripresentassi all'appuntamento". Tutti mi salutano, ma non sono certo di essere il benvenuto. Qualcosa non mi torna, non ricordo bene ma credo di non essere molto stimato da questa gente.
L'uomo che mi ha parlato per primo (probabilmente il capo) chiama una ragazza, ha i capelli lunghi e neri e la carnagione chiara. La riconosco immediatamente. Sono stato molto legato a lei "prima". Sono ancora molto confuso. Mi spiegano che il momento è vicino, il momento che aspettiamo da sempre. La fine di tutto, l'Apocalisse. Quello per cui ci stiamo preparando da secoli.
L'anticristo sta per essere concepito, in terra consacrata da un prete e una suora. Queste persone che si trovano nel locale, me compreso, sono destinate a combattere coloro che servono e aspettano l'anticristo, e a rinascere tutte le volte che muoiono combattendoli. A me è capitato una trentina di anni fa, a causa della mia insubordinazione. Ho causato la morte di molti altri, anche tra i presenti, e questa volta tutti si aspettano che faccia il mio dovere. Il capo mi dice che questa volta non c'è tempo di ripetere il condizionamento acui vengo sottoposto a ogni rinascita, perché siamo troppo vicini al momento che aspettavamo. In qualche modo mi sento sollevato e felice di ciò. Spera che io sia in grado di ricordare tutto quello che sapevo. Tutti gli altri invece sono già stati sottoposti al ricondizionamento e all'addestramento.
Per dimostrarmelo, e per darmi una lezione per l'ultima volta che ho disobbedito agli ordini, chiama la ragazza e recita una sequenza di numeri -ricordo 193636, forse è tutto qui- e il suo sguardo si appanna, e si spoglia e gli fa un pompino. Non riesco a reagire, sono paralizzato, lui mi ride in faccia e mentre me ne vado mi dice che non posso sfuggire ai miei doveri, ma che se voglio posso andare a parlare con il vecchio Newton, si è risvegliato da qualche tempo, non è rientrato nel gruppo e può darmi dei consigli utili. Dice che so dove trovarlo.
Non voglio andare da Newton, anche se qualcosa è scattato nella mia mente e saprei dove cercarlo. Riprendo la bici, entro in una scuola gestita da religiosi. Entro in varie aule mentre c'è lezione, mi confondo tra gli studenti ma qualcuno mi insegue. Scappo lungo un corridoio, cercano di prendermi e mi arrampico su una finestra, siamo al secondo o terzo piano, mi minacciano, mi butto.
La scena conclusiva del sogno è in una chiesa, la notte successiva. Una giovane suora sta pregando. Un prete le si avvicina, la palpa, la prende con la forza. L'anticristo viene concepito.

Non conosco nessuna delle persone coinvolte nel sogno, di solito quando sogno persone che conosco veramente le riconosco in sogno. Mi sono svegliato incazzato. Ho cancellato e ripostato perché non rileggo mai quello che scrivo, colpa mia.
Nessuno

R: 1
In una serena notte di novembre, a ora tarda, dal garage di una grande villa della cittadina di Nerviano, in provincia di Milano, uscì velocemente una rombante Polo Volkswagen dell' 85. Il motore emetteva un terribile frastuono a causa del freddo e indugiava a partire, mentre i passeggeri volgevano qua e là sguardi inquieti. La vetusta dimora era stata dotata da poco tempo di un garage e di una vecchia auto. Oltre la siepe che incominciava a rinsecchirsi, v'era la porta del garage dipinta con vernice verde. Era evidente che, dopo un lungo periodo di quiete, la casa era nuovamente animata da un'insolita attività. Tuttavia erano in pochi a sapere in che consistesse tale attività. Presumibilmente qualcosa di assai differente da quella, aperta e comprensibile a tutti, esercitata dagli avi, che avevano fatto fortuna con il commercio ed erano diventati i più grandi venditori di legno della Lombardia. Serena, la figlia, una bella ragazza taciturna e riservata, passava di tanto in tanto per la strada con un grosso pacco di lettere: v'era chi la criticava per la sua abitudine di servirsi della posta centrale di fronte alla stazione, invece di recarsi all'antiquato ufficio postale distante soltanto due o tre case dalla sua villa. Nel pacco erano solitamente incluse alcune lettere provenienti da varie nazioni e indirizzate a lei. Nella notte profonda l'auto percorreva le ampie strade della pianura Padana, che pareva estendersi senza confini. Era Giovanni, il fratello, a guidare. Accanto a lui era seduta la sorella minore Serena. I genitori, i coniugi Brambilla, occupavano i sedili posteriori. «Abbiamo fatto bene a uscire presto», commentò Gualtiero Brambilla, il capo famiglia. «A volte si rischia di arrivare in ritardo, meglio partire in anticipo». «È vero, se tardassimo irriteremmo i nostri amici», assentì la moglie Caterina. I loro sguardi erano rivolti al finestrino anteriore, a fissare il cielo che gradualmente si oscurava fra le basse case con le luci spente. I quattro avevano occhi azzurri, belli e limpidi, una caratteristica di famiglia. Non incontrarono ombra d'uomo sulla strada. L'auto passò davanti alla Camera di Commercio, volse a destra e, in prossimità delle luci del commissariato di polizia, dove qualcuno vigilava, girò a sinistra e, poco dopo, raggiunse il capolinea degli autobus interurbani. Il candido e moderno edificio quadrato del Teatro Municipale spiccava in rilievo nel cupo grumo notturno. Dietro stava la loro méta.
Giovanni fermò l'auto sotto la grande vetrata del Teatro Municipale. Le luci esterne giungevano soffuse all'interno dell'edificio, con il soffitto spropositatamente alto e sedili per centinaia di ospiti. Una fila a semicerchio di poltroncine vuote fronteggiava il palco deserto. Quasi si specchiassero reciprocamente nel loro vuoto, tra i due elementi regnava un'armonia di tensioni ancor più profonda di quando il Teatro Municipale era gremito di gente. Dopo aver indugiato a sbirciare, Giovanni aprì il portabagagli dell'auto e ne tolse coperte e zainetti che contenevano cibarie. Li caricò in spalla, mentre gli altri componenti della famiglia portavano chi la macchina fotografica, chi gli occhiali, chi il thermos. Serena scese agilmente dal sedile vicino al guidatore: indossava jeans grigi e un vivace golf da sci, aveva una sciarpa di lana avvolta intorno al collo, con i lembi che le pendevano sul petto. Il suo bel volto pallido, reso seducente da un paio di grandi occhiali da vista in plastica nera, appariva ravvivato dalla notte. L'aria fresca le conferiva vitalità e la torcia che brandiva e che scuoteva energicamente per provarne l'efficacia, pareva un'arma nelle sue mani. Gualtiero, che era sceso dall'auto per ultimo, indossava un giaccone di pelle su un golf, mentre la moglie Caterina sfoggiava un abito elegante con una trama floreale in varie tonalità di blu e azzurro. Il capo famiglia, il baffuto Gualtiero che, a parte un breve periodo dedicato all'insegnamento, non si era mai impegnato in una professione, aveva un bel volto dall'ovale allungato, da cui traspariva la sua indole d'intellettuale. Il naso, lungo e sottile, pareva annusare intorno il profumo di solitudine e di malinconia da lui stesso emanato. A paragone del suo, il volto della moglie era comune e gioviale, simile a quello del figlio nell'espressione fiduciosa, e un poco ottusa. Incominciarono a salire per il pendio circondato da criptomerie incrociando i fasci di luce delle torce. Erano i soli a farsi varco fra le tenebre. Non un alito di vento smuoveva l'aria che gravava sulla pianura, e più salivano più aumentava il fruscio delle foglie degli alberi immersi nella notte. A poco a poco il cielo che si scorgeva fra le criptomerie assunse la tinta dell'acqua di un pozzo in cui le stelle brillavano con un fulgore sempre più intenso. Il fascio di luce della lampadina tascabile di Giovanni, che precedeva i familiari, metteva in rilievo il pietrisco lungo il sentiero largo e di scarsa pendenza. Svoltarono nel punto in cui sorgeva una stele di marmo e si trovarono su uno spiazzo erboso. Le loro torce illuminarono una fila di panchine deserte, lattine, preservativi usati e cumuli di cartacce. Non si udiva un grido d'uccello. Attraversato lo spiazzo il sentiero si assottigliò divenendo più erto. Il cammino proseguiva ripido.

Se vi piace continuo.
Nessuno

R: 0
Mangi foglie d’insalata e pensi.
C’è una canzoncina che sa di ritmi tropicali, di chi sorseggia una pacata tranquillità e sa che il sole ritornerà.
In realtà non hai così fame, mangi per inerzia.
Non poggi, ma non tremi.
Tutto procede con la calma usuale; una calma dopo la tempesta che fuori grida – o forse canta solamente di come gira il mondo.

Gialli blu e bianchi mischiati ad un rosso vivo della tenda.
La banana si apre a triangolo; gusti e sorseggi acqua gasata.
(parte un’altra musica, dapprima soffusa poi sempre di più, voci femminili che si ripetono e inebriano)

'Se il mondo è questo ciclo di vincitori e vinti, di gente che gode a superare in misura l’avversario, io quasi ci sto; mi piace la competizione, è parte dell’uomo, della bestia: si conquista il territorio.
Voglio lottare, sì! Pugni e parole, è la battaglia dell’espressione.
Mi butto nel gioco?'

La musica si diffonde nell’aria come fosse un aroma che sparge bontà e gloria nel vuoto stretto di una casa silenziosa e sola. Hai le idee confuse ma vuoi andare un po’ più in là, spingerti dove sai che puoi andare ma.
E’ la paura? Il senso di responsabilità, di maschera, di falsità?
E’ la paura?
Perché non vai?

'Ho sempre creduto che questo mondo andasse cambiato. Vedevo, sentivo e persino mi dispiacevo. Per chi non lo so; ma è il perché il più grande dubbio. Ma queste sono parentesi vuote, non so rispondere.
Comunque, tra tutto, era soprattutto rabbia quella che mi si arrovellava in pancia e poi in testa, martellante, bagnata ma densa di una volontà di essere e sopraffare, negare.
Oh!, sì, all’inizio sbagliavo: nel mio sfogo non c’era verità, ma solo una testa bassa che mordeva senza pietà. Negavo! Io ero a tal punto arrabbiato – si parla di momenti, sì, di momenti –; bè, a tal punto che volevo solo contraddire e affogare i miagolii dell’altro nell’oceano del mio ruggito.
Ero stupido; da prendere a schiaffi.
E il caso mi prese a schiaffi.'

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